il tempo ritrovato

“E, parola mia, appena arrivati, nel glauco e in un diffuso d’un chiaro di luna davvero simile a uno di quelli di cui la pittura classica ammanta Venezia, e su cui la sagoma della cupola dell’Istituto fa pensare alla Chiesa della Salute nei dipinti del Guardi, ho un po’ l’illusione di trovarmi sulla riva del Canal Grande.”

(Marcel Proust, Il tempo ritrovato)


Il tempo ritrovato, dimensione proustiana. Il passato esaltato, idealizzato e riacquistato per difenderci dal vero, dal presente…ed ecco la celebrazione della memoria, l’incanto del ricordo, dell’evocazione…  fino a sposare una ideazione e paradossalmente quasi una progettazione del tempo fino a investigare sul significato dell’identità…fino alla “meraviglia”  e al “tormento” del nostro mondo “bambino”, appassionata quanto dolorosa  traccia del nostro passato… tra le sue schegge fino al presente.

Dopo queste riflessioni ho pensato ad Antonin Artaud per il quale lo spazio e il tempo si dilatavano e si contraevano (ad esempio nelle sue opere teatrali) e si riempivano di pensiero e ricordo … come un’avanzare  a fatica e con dolore  tra i labirinti della propria anima e del proprio passato.

F.

Ogni sogno è un pezzo di dolore che noi strappiamo ad altri esseri.

Nessuno ha mai scritto, dipinto, scolpito, modellato, costruito o inventato se non per uscire letteralmente dall’inferno.

Per il teatro come per la cultura, ciò che conta è dare un nome alle ombre e guidarle.

Bisogna fare uno sforzo per risalire il corso delle cose, e capovolgere gli eventi. Con purezza e sincerità di fronte a noi stessi…perche’ vivere non è seguire come pecore il corso degli eventi, nel solito tran tran di questo insieme di idee, di gusti, di percezioni, di desideri, di disgusti che confondiamo con il nostro io e dei quali siamo appagati senza cercare oltre, piu’ lontano. Vivere è superare se stessi, mentre l’uomo non sa far altro che lasciarsi andare.

(da “Vivere è superare se stessi”)

Antonin Artaud


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dal mio diario: pensieri crudeli

 
Non vorrei pensieri crudeli in questa notte di San Lorenzo, in questa magica notte di stelle cadenti che se ne vedi una e la catturi con gli occhi quella speranza nascosta nel cuore può diventare verità . Eppure nostalgici pensieri nutriti di crudeltà arrivano piano a smarrire il mio sogno, il mio tempo. -Dove ci ha portato questo lungo tragitto?- Vorrei chiedere a chi ha fatto un pezzo di strada con me. Perché a volte non riconosco il volto nello specchio? Perché le notti lontane mi sembrano più vive, più vissute, più spesse, ed ora c’è tutto questo rimestio nel cuore? Cosa manca a questa donna matura che ha l’amore del suo uomo, di sua figlia, che corrisponde amore? Questo pensiero che dalla testa serpeggia diritto al cuore e trafigge e penetra e resta, un pensiero crudele si, dove nasce? Nel rimpianto?Nel rimpianto di non avervi accanto ora che siete andati e mi avete lasciata in prima fila? Pensatemi stanotte amori miei lontani, ingoiati dal cielo.
Ore, forse giorni di pensieri crudeli. Pensieri che si affollano, si intrecciano, si sfidano. Pensieri che tormentano. E rivedo il tuo volto prima della festa, il tuo vestito azzurro con schizzi d’arancio che adesso è là , sulla seggiola scarna, e aspetta di essere ancora…sulle mie spalle, forse? Ormai adulte e leggermente piegate in avanti? O su quelle esili e morbide e fresche di un’agile e tenera gazzella? Quella che ti teneva la mano in quegli ultimi istanti…ricordi mammma?
C’è un’ombra nella mia storia. Forse non posso fare nulla perché quest’ombra si dissolva?Qualcuno getta ombre nelle vite degli altri? Si,anche se inconsapevolmente cammina eretto lungo la propria strada sconfinando nella strada dell’altro, a infrangere silenzio/" title="il silenzio">il silenzio, a sporcare un quadro perfetto con la macchia dell’ingenua stupidità .
Pensieri crudeli mi apre la porta oggi e mi invita a parlare, a raccontare, ¦ma raccolgo solo un pensiero, davvero crudele, rivolto a chi, otto anni fa, non ha potuto o non ha saputo aiutare mia madre che stava morendo.
Un pensiero crudele forse ad uno, o a più d’uno. Medici come padreterni, ma che di eterno hanno lasciato intravedere solo il loro attaccamento al potere. Mi dispiace per quelli che non hanno accolto la mia fiducia e per quelli ai quali non ho saputo concederla.

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IL FRATELLO ESPUNTO

 

Marco Ferrante

Casa Agnelli
MONDADORI EDITORE

Gli Agnelli sono l’unica tra le dinastie storiche del capitalismo italiano ad aver conservato una posizione paragonabile a quella dei tempi d’oro, della nascita delle grandi industrie moderne tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento, e sono un simbolo del capitalismo famigliare non solo in Italia. In questo libro si racconta chi sono gli eredi del senatore Giovanni Agnelli, il fondatore della Fiat, attraverso più di cento microritratti di fratelli, cugini, nipoti, zie. Sono bozzetti fatti di ritagli, notizie laterali, cenni personali, aneddoti, in cui vengono tratteggiati personaggi noti (da Susanna Agnelli a John e a Lapo Elkann), ma anche meno conosciuti (dallo scrittore Oddone Camerana, a suo nipote Andrea, che ha sposato la cantante Alexia). E personaggi di cui non tutti conoscono il legame con la famiglia Fiat, come l’attore Pietro Sermonti.

Si raccontano le loro parentele, le professioni che svolgono, i luoghi dove vivono o hanno vissuto. La narrazione ruota intorno alle storie di cinque persone che non ci sono più: Virginia Bourbon del Monte, madre dei sette eredi Agnelli, i suoi tre figli maschi Gianni, Umberto e Giorgio (quasi espunto dalla storia famigliare perché malato, e qui descritto per la prima volta grazie alle testimonianze di chi l’ha conosciuto), e uno dei suoi nipoti, Edoardo, figlio di Gianni. Le vicende dell’economia e dell’industria italiana si intrecciano alla storia dei rami della famiglia: i Furstenberg, i Rattazzi , gli Elkann - De Pahlen, i CampelloTeodorani Fabbri, i Brandolini, gli Agnelli, i Ferrero Ventimiglia, i Nasi, i Camerana, i Frua De Angeli – Ajmone Marsan. “Casa Agnelli” è quindi una raccolta di memorie sociali, il tentativo di definire lo spazio di questa dinastia nell’immaginario del nostro paese, e insieme un racconto di psicologia famigliare, in cui si parla anche di denaro, ma non troppo. Perché, in realtà , non è più quello di una volta: la famiglia col tempo si è ingrandita e le ultime generazioni sono via via diventate meno ricche delle precedenti. A tenere insieme questo stravagante patchwork di vite, c’è Giovanni Agnelli II, l’Avvocato, nipote prediletto del fondatore. Marco Ferrante riflette sul suo carattere di uomo ermetico, la cui complessità fu resa più singolare, ipnotica e indecifrabile dalla condizione economica, naturalmente, ma soprattutto dal compito che egli si diede e a cui si dedicò quasi con abnegazione: costruire il mito di se stesso a partire dal rispetto del lascito del nonno, la Fiat. A quattro anni dalla sua morte, senza cadere nella commemorazione agiografica, questo libro prova a schiudere una visuale nuova a chi voglia cercare di trarre un bilancio della sua condotta di azionista e capo della più grande industria italiana.

“In fondo questa è una storia di nonni facoltosi, vecchie zie, nipoti un po’ scapestrati, con le loro simpatie, antipatie, idiosincrasie per un fratello o per una cognata, con i loro tic e i loro snobismi. Ma tutto ciò è amplificato dal peso dell’istituzione – la Fiat -, dall’intrecciarsi delle vicende degli Agnelli al costume nazionale, e dalla precondizione del denaro, un’entità che tutti li precede.”

http://www.liberonweb.com/

Questo libro racconta forse per la prima volta il tabù di casa Agnelli: Giorgio, il fratello espunto.
Per gli italiani la vera dinastia cui si perdonava tutto, anche di non avere la corona. Per gli stranieri, critici o celebranti, dei players unici, elegantissimi, spesso misteriosi ma sempre e comunque ingiudicabili. Anche solo per la distanza, l’aura, l’alone esoterico che pareva circondarli. Per tutti la Famiglia italiana con la maiuscola, il simbolo e la cifra di un’identità basata sulla precondizione del denaro, che ha segnato in tutto e per tutto il Novecento politico, economico e sociale.
Al tramonto consumato delle grandi figure carismatiche Gianni ed Umberto, nel ricordo delle fulgide comete come Giovannino e l’ascesa della generazione postmoderna degli Jaky, Lapo e Ginevra, il cronista economico de Il Foglio, Marco Ferrante, prova a raccontare il clan di Torino con occhi nuovi, clinici e spesso disincantati.

E’ un vero ritratto di gruppo che a volte ricorda l’incedere dei Buddenbrock, ma realizzato come un’antielegia, per accumulo, assemblaggio di ricordi, frattaglie, flashback e dettagli minuziosi sullo sfondo di temi economici e geopolitici. Dal gran ballo di quasi duecento persone e personaggi, dove anche le terze e quarte file vengono fotografate con l’attenzione del miniaturista, emergono alcuni campioni assoluti: Virginia, madre dei sette eredi Agnelli, i suoi tre figli Gianni, Umberto e Giorgio (quest’ultimo completamente rimosso dopo la scomparsa, nel ‘65, in una clinica svizzera) e Edoardo, il figlio di Gianni.
Il fulcro, e la novità , del libro sta forse proprio qui. Nell’attenzione alle dinamiche relazionali all’interno del gruppo. Nella descrizione del sottile male di vivere una condizione di privilegio eccezionale che s’innesta su una trama di rapporti intergenerazionali dove il potere e il denaro rivestono sempre e comunque un ruolo decisivo. E’ il caso dell’altro protagonista vincente della generazione dell’Avvocato, Susanna, sorella ammirata, rispettata ma chissà quanto amata. D’altronde, come si attribuiva all’uomo che non parlava di donne ma alle donne, innamorarsi e quindi amare sarebbe stata attività da camerieri.
Tra i rivoli spesso ignoti di un’affettività in apparenza glamour ma in realtà costruita su desideri latenti e atti mancati, spicca la vicenda giovanile di Gianni con Pamela Churchill, nuora dell’ex premier britannico Winston, uno che invece di donne parlava eccome. Nella tradizione di Patricia Cromwell, ma con più disincanto, l’entomologo Ferrante ricostruisce dettaglio per dettaglio tutta la vicenda dell’unica donna verso la quale l’Avvocato avvertì un’autentica “forma di interesse”. Anche perché “l’intelligenza di Gianni fu di accettare la sfida che lei gli presentava, cimentarsi con il mondo inteso nella sua globalità , puntare alla vetta”.
Autore di Mai alle quatto e mezzo, selezionato al premio Strega, Ferrante ha scritto qualcosa di più  di una storia di nonni facoltosi, vecchie zie e nipoti un po’ scapestrati con i loro tic, snobismi e idiosincrasie. Un affresco al grigio della Fiat, l’entità che nel XX secolo ha preceduto e diretto il costume nazionale.
http://www.ilsole24ore.com/art/SoleOnLine4/Tempo

Giorgio Agnelli (1929-1965),era un uomo eccentrico, sicuramente, ma considerato dalla famiglia un pazzo era IL TABUÂ della famiglia, – dicevano desse segni di schizofrenia, ma voci autorevoli sostengono che fosse per un senso d’inferiorità rispetto a Gianni.Il testo che segue è tratto dal libro di Carlo Caracciolo ‘L’editore fortunato’, a cura di Nello Ajello“Il prim0 Agnelli che abbia conosciuto era un fratello minore di Gianni e si chiamava Giorgio. Lo incontrai sulla fine degli anni Quaranta in America, nel college di Harvard che lui frequentava (io ero allora alla Law School). Fu per suo tramite che conobbi il mio futuro cognato. Giorgio sarebbe morto assai presto. Gli inizi dell’amicizia con Gianni, che sarebbe durata un’intera vita, posso collocarli nei primissimi anni Cinquanta”.Giorgio Agnelli was born in 1929..si legge in thePeerage.com

Insomma, chi era veramente Giorgio Agnelli? Perché non si sa nulla di lui?
Forse vale la pena di leggere questo libro.

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NOI SAREMO – PAUL VERLAINE (1844-1896)

 eugenio riotto - amanti - bronzo

Noi saremo, a dispetto di stolti e di cattivi che certo guarderanno male la nostra gioia,

talvolta, fieri e sempre indulgenti, è vero?

Andremo allegri e lenti sulla strada modesta che la speranza addita

senza badare affatto che qualcuno ci ignori o ci veda, è vero?

Nell’ amore isolati come in un bosco nero, i nostri cuori insieme,

con quieta tenerezza,  saranno due usignoli che cantan nella sera.

Quanto al mondo, che sia con noi dolce o irascibile,  non ha molta importanza.

Se vuole, esso può bene accarezzarci o prenderci di mira a suo bersaglio.

Uniti dal più forte, dal più caro legame, e inoltre ricoperti di una dura corazza,

sorrideremo a tutti senza paura alcuna.

Noi ci preoccuperemo di quello che il destino per noi ha stabilito,

cammineremo insieme la mano nella mano,

con l’ anima infantile di quelli che si amano in modo puro, vero?

PAUL VERLAINE

omaggio a michael jackson

personaggi africani

tribu

tribu

“Personaggi africani”…dalle pagine del diario di viaggio del mio compagno di Scrittura
Manlio Moggioli

“E così tu ti interesserai dei futuri sviluppi dell’Impresa
in Etiopia.”
“Sì, Presidente.” “Allora, ci vedremo spesso.”
“Senz’altro, Presidente.”

Mi trovo ad Addis Ababa nell’ex studio privato di Hailé Selassié,
il Prescelto da Dio, il Signore dei Signori, il Re dei Re, il Leone
Conquistatore della Tribù di Giuda. Il Presidente è il Presidente
della Repubblica Federale Democratica d’Etiopia, Girma Wolde
-Giorgis.

Ottanta anni passati, piccolo di statura, rotondetto, veste
semplicemente, con giacca scura e cravatta. Mi scuso per esser
vestito da viaggio … “Vengo da Juba.” … “Poveretto”, mi dice.

“Presidente, lei parla molto bene l’italiano.” “L’ho imparato da
ragazzo, durante i cinque anni della vostra occupazione.” Sorride
amabilmente, dimostrando così la sua simpatia per gli italiani.
Le immagini dei bombardamenti all’iprite del 1936 dei Marescialli
Badoglio e Graziani è scomparsa dalla sua memoria.

Assieme ad uno dei proprietari dell’Impresa, cui offro consulenza,
sono stato ricevuto nell’ex Palazzo del Giubileo per spiegare, al
Presidente della Repubblica stesso, la strategia della Società di
Costruzioni locale, costituita con il recente investimento dell’Impresa.

E’ presente anche Sua Santità il Patriarca della Chiesa Ortodossa
d’Etiopia, Abuna Paulos. Rigorosamente vestito di bianco, è
accompagnato da tre sacerdoti, tutti neri e non solo per il colore
della faccia e delle mani.

“Ricordati, Domenico, che il tuo ingresso in Etiopia passa attraverso
la Chiesa …” si rivolge, in inglese, il Patriarca all’Impresario e gli
segnala il desiderio che venga realizzato un centro religioso nella
Capitale. “Nessun problema, stiamo già sviluppando il progetto” è
la risposta.

Mi guardo attorno. Imponenti candelabri di cristallo di Murano
pendono dal soffitto. Arazzi e tappeti di valore rendono calda
l’atmosfera, anche se, forse, troppo esotica e colorata. Due vasi,
preziosissimi, di alabastro ai lati della scrivania centrale dietro alla
quale siede il Presidente. Il Patriarca è seduto in una ampia poltrona,
al lato, circondato dai suoi assistenti, in poltrone più piccole, uguali
a quelle sulle quali siamo seduti noi.

In un angolo una signora in costume tradizionale, accoccolata in terra,
sta preparando la cerimonia del caffè all’etiopica, tostato al momento,
che va bevuto per tre volte di seguito in un crescendo di sapore.
Mi suggeriscono di dire “yale sukkar”, senza zucchero. Il profumo si
espande per tutto lo studio.

La scrivania, intarsiata di madreperla, è sormontata da un ampio
baldacchino.
Al centro di essa un prezioso servizio di scrittura, con calamaio
d’argento. Al suo lato un basso orologio mostra le ore al
Presidente.
Sul suo retro, verso gli ospiti, una scritta:
“COMUNE DI MARANELLO”.
Manlio Moggioli

ottobre 2006

francesca 's MyStatus has broken, oh noes :( [*]



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