Monthly Archive for Ottobre, 2007
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Ricardo Franco Levi, braccio destro di Prodi, sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, ha scritto un testo per tappare la bocca a Internet. Il disegno di legge è stato approvato in Consiglio dei ministri il 12 ottobre. Nessun ministro si è dissociato. Sul bavaglio all’informazione sotto sotto questi sono tutti d’accordo.
La legge Levi-Prodi prevede che chiunque abbia un blog o un sito debba registrarlo al ROC, un registro dell’Autorità delle Comunicazioni, produrre dei certificati, pagare un bollo, anche se fa informazione senza fini di lucro.
I blog nascono ogni secondo, chiunque può aprirne uno senza problemi e scrivere i suoi pensieri, pubblicare foto e video.
L’iter proposto da Levi limita, di fatto, l’accesso alla Rete.
Quale ragazzo si sottoporrebbe a questo iter per creare un blog?
La legge Levi-Prodi obbliga chiunque abbia un sito o un blog a dotarsi di una società editrice e ad avere un giornalista iscritto all’albo come direttore responsabile.
Il 99% chiuderebbe…
Continua a leggere: http://www.beppegrillo.it/2007/10/la_legge_levipr/

Ricardo Franco Levi, braccio destro di Prodi, sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, ha scritto un testo per tappare la bocca a Internet. Il disegno di legge è stato approvato in Consiglio dei ministri il 12 ottobre. Nessun ministro si è dissociato. Sul bavaglio all’informazione sotto sotto questi sono tutti d’accordo.
La legge Levi-Prodi prevede che chiunque abbia un blog o un sito debba registrarlo al ROC, un registro dell’Autorità delle Comunicazioni, produrre dei certificati, pagare un bollo, anche se fa informazione senza fini di lucro.
I blog nascono ogni secondo, chiunque può aprirne uno senza problemi e scrivere i suoi pensieri, pubblicare foto e video.
L’iter proposto da Levi limita, di fatto, l’accesso alla Rete.
Quale ragazzo si sottoporrebbe a questo iter per creare un blog?
La legge Levi-Prodi obbliga chiunque abbia un sito o un blog a dotarsi di una società editrice e ad avere un giornalista iscritto all’albo come direttore responsabile.
Il 99% chiuderebbe…
Continua a leggere: http://www.beppegrillo.it/2007/10/la_legge_levipr/
Allora, io ero là, sulla più alta delle montagne, e tutto intorno a me c’era l’intero cerchio del mondo. E mentre ero la, vidi più di ciò che posso dire e capii più di quanto vidi; perché stavo guardando in maniera sacra la forma spirituale di ogni cosa, e la forma di tutte le cose che, tutte insieme, sono un solo essere. E io dico che il sacro cerchio del mio popolo era uno dei tanti che formarono un unico grande cerchio, largo come la luce del giorno e delle stelle, e nel centro crebbe un albero fiorito a riparo di tutti i figli di un’unica madre ed in un unico padre.
E io vidi che era sacro…
E il centro del mondo é dovunque.
Il tramonto
Alce Nero (Heaka Sapa)
(1863-1950)
Sioux Oglala

Dare Woodbury e John Hansen, grotteschi nelle loro tute spaziali sovrintendevano alle operazioni, mentre la voluminosa cassa oscillava lentamente all’infuori, allontanandosi dal mercantile spaziale, e veniva calata nel compartimento stagno. Dopo circa un anno di soggiorno sulle Stazione Spaziale A5, erano comprensibilmente stanchi di unità di filtrazione che facevano baccano, di tubi idroponici che perdevano, di generatori d’aria che, oltre a ronzare maledettamente, ogni tanto si fermavano.
– Non c’è niente che funzioni perché tutto è montato a mano da noi — diceva sempre Woodbury, in tono avvilito.
– Seguendo le istruzioni compilate da un imbecille — aggiungeva Hansen.
Indubbiamente, c’era di che lagnarsi. Il fattore più costoso dei trasporti spaziali era lo spazio destinato al carico, per cui tutte le attrezzature dovevano essere spedite, smontate e imballate in modo da risultare poco voluminose. I vari congegni andavano poi montati, direttamente sulla Stazione, da mani esperte, con arnesi inadatti e con la guida di opuscoli di istruzioni confuse e ambigue.
Con molto zelo, Woodbury aveva scritto proteste alle quali Hansen aveva aggiunto gli aggettivi del caso; e formali richieste di aiuto per uscire da quella situazione avevano trovato la via della Terra.
E la Terra aveva risposto. Era stato desinato uno speciale robot, con un cervello positronico, pieno zeppo di nozioni sulla maniera di montare correttamente qualsiasi macchinario.
Quel robot era appunto nella cassa che ora veniva scaricata, e Woodbury tremava d’impazienza mentre il portello stagno, a operazione terminata, si richiudeva.
– Per prima cosa — disse — gli facciamo revisionare il Rigeneratore Alimentare e mettere a punto la manopola delle bistecche, in modo che possiamo mangiarle ai sangue invece che bruciate.
Entrarono nella stazione e si accinsero ad aprire la cassa con cauti tocchi di scalpello demolecolizzatore per essere sicuri che nemmeno un atomo del loro prezioso e speciale robot rimanesse danneggiato.
La cassa si apri!
E là , nell’interno, c’erano cinquecento pezzi separati… e un foglietto di istruzioni per il montaggio, scritte in modo poco comprensibile e in caratteri piccolissimi.
Titolo originale: Insert knob A in hole B
Prima edizione: Magazine of Fantasy and S.F., dicembre 1957
Traduzione di Hilia Brinis
 Â

Noi saremo, a dispetto di stolti e di cattivi che certo guarderanno male la nostra gioia,
talvolta, fieri e sempre indulgenti, è vero?
Andremo allegri e lenti sulla strada modesta che la speranza addita
senza badare affatto che qualcuno ci ignori o ci veda, è vero?
Nell’ amore isolati come in un bosco nero, i nostri cuori insieme,
con quieta tenerezza, saranno due usignoli che cantan nella sera.
Quanto al mondo, che sia con noi dolce o irascibile, non ha molta importanza.
Se vuole, esso può bene accarezzarci o prenderci di mira a suo bersaglio.
Uniti dal più forte, dal più caro legame, e inoltre ricoperti di una dura corazza,
sorrideremo a tutti senza paura alcuna.
Noi ci preoccuperemo di quello che il destino per noi ha stabilito,
cammineremo insieme la mano nella mano,
con l’ anima infantile di quelli che si amano in modo puro, vero?
PAUL VERLAINE
Oggi nasce “cantastorie” dalla voglia di raccontare e trasmettere emozioni e sensazioni attraverso il racconto, la favola, la poesia.Questo è¨ il mio terzo blog, è nato dalla voglia di ricominciare, di aprire un’altra finestra sul mondo.
Ho voluto scegliere il titolo “cantastorie” ispirandomi alla popolare figura di intrattenitore ambulante, che si sposta di città in città e di piazza in piazza raccontando una favola, con l’ausilio del canto e spesso di un cartellone in cui sono raffigurate le scene salienti del racconto. Così voglio fare girando per il web, raccontare una storia attraverso le parole e la fotografia. Così come il cantastorie vive dei doni delle platee, il blog cantastorie vivrà dell’attenzione dei lettori alla storia raccontata che sia sottoforma di favola, racconto o poesia, che sia di chiunque come di un grande maestro.
Quella del cantastorie fu una grande tradizione di letteratura orale, che rappresentò il più grande mezzo di diffusione di opere.
Oggi questa figura è scomparsa anche se figure simili continuano a vivere in altre culture nelle quali è¨ ancora forte la parte orale della letteratura. Come le novelle delle Mille e una notte che furono a lungo narrate nei paesi arabi, di mercato in mercato. In India la maggior parte dei racconti popolari diffusi oralmente è fondata sulle storie del Ramayana e del Mahabharata, che vengono raccontate, cantate e ballate da artisti talora ’specializzati’ in un solo racconto o in un solo passo. I cantastorie indiani cantano le storie di Rama mentre le disegnano, considerando tale attività una forma di devozione.

Pubblico con piacere un racconto inviatomi dal mio compagno del corso di scrittura creativa curato da Paola Ducci, ing. Manlio Moggioli. Il racconto è ispirato ad un recente fatto di cronaca.
La penna di Manlio è sottile e arguta.
Buona lettura
Chi ha ucciso Renzo?
E’ ormai sera. Non perché la radiosveglia sul comodino lo dica con le sue ore rosse, ma è mancata la corrente e i numeri lampeggianti segnano, con insistenza, un impossibile 09:47, pochi minuti dopo che Mario si era buttato sul letto, vestito com’era.
Mario lo capisce, invece, dal fatto che nessuna luce trapela dalle persiane mal chiuse.
Rimane così, supino sul letto, per qualche minuto a guardare un soffitto che non vede.
La notte precedente, della quale ricorda ben poco, è stata lunga e confusa.
Mario allunga la mano e accende una fioca lampadina dentro la corolla di un opalescente fiore giallastro di una lampada di bronzo fin de siècle, posta sul comodino. Ai mercatini della domenica se ne vendono molte copie, ma la sua è originale, ereditata dalla nonna, assieme ai mobili di tutta la sua stanza da letto.
Ricorda ancora quando, da piccolo, si rifugiava nella stanza della nonna, per sfuggire alla giusta punizione, che i suoi genitori volevano infliggergli per una qualche marachella, che aveva combinato in giardino. La vecchina, semiparalizzata nel suo letto, gli diceva di nascondersi dentro l’armadio di noce chiara, dalle ante intarsiate, che profumava di lavanda.
Mario sente uno strano sapore amarognolo in bocca, che neppure una bella strigliata di denti riesce a cacciar via.
Mentre in cucina attende che la moka con il suo consueto gorgoglio lo riporti alla vita, Mario si guarda attorno e cerca di ricordare.
La grande sala … tanta gente … le luci psichedeliche … la procace cubista che si dimena, stretta nella corta chemisier rosso "Aperol", che lascia capire che cosa c’è dentro.
Mentre il profumo del caffè aleggia per la cucina, Mario si versa l’intera Bialetti nella grande tazza cilindrica con le scritte dorate, trafugato ricordo di un soggiorno in un albergo esotico. Ne ha proprio bisogno.
La ragazza l’ha notato subito e si è messa a ridere. Mario è l’unico che balla senza essersi tolto il casco nero da motociclista, con disegnate sopra delle fiamme rosse. I buttafuori, a un primo momento, non volevano permetterlo, ma poi non hanno detto niente … tanto Mario lo conoscono e, soprattutto, fa attrazione in pista.
La cucina è squallida. Una pila di piatti e di pentole sporche di sugo nell’acquaio, attendono chissà da quanto tempo di esser pulite e rimesse al loro posto. In un angolo, scatolette di carne sbocconcellate qua e là sono il segno di un gatto, che forse non ha più voglia di tornare a casa.
Ben diverso da quando c’era la mamma. Tutto pulito, tutto in ordine. Sempre tutto pronto per le abbondanti colazioni che faceva il babbo, al suo rientro a casa a ore impossibili, alla fine dei turni pesanti della vicina fabbrica.
Poi se ne erano andati assieme, con la loro "Panda", probabilmente per una curva mal presa giù dai tornanti dello Stelvio. Li avevano trovati abbracciati tra i rottami, giù nel burrone.
Tutta Bormio aveva partecipato ai funerali. Mario li aveva fatti seppellire vicini alla nonna e si era ritirato nella casetta fuori dal paese, nel bosco che sta vendendo a pezzi a poco a poco, dalla quale si allontana raramente, se non per rifornirsi di certa roba di cui è sempre più difficile farne a meno.
E’ bella e sfrontata. E’ l’attrazione di tutta la discoteca … Natascia o qualcosa del genere. Come si muove si capisce che sente di avere gli occhi di tutti addosso. Mario ne è affascinato e non abbandona il suo posto sotto il cubo, se non per andare al bar e ingoiare rapidamente i suoi whiskies, sollevando la nera visiera del casco.
Finito il caffè, Mario si alza in piedi e accende a caso la musicassette di uno stereo che sta sulla credenza. "Voglio una vita spericolata" … canta il suo mito con la voce roca.
Finalmente, a fine nottata, la ragazza gli fa un segno inequivocabile … solo per lui … aspettami fuori. Mario si precipita al bar per il suo ultimo whisky e per prender qualcosa che il barista gli passa sottobanco, assieme al conto, al quale Mario aggiunge un’ampia mancia.
Lo raggiunge nel buio della notte e lo prende di fretta, aprendogli i pantaloni quasi con rabbia, cavalcioni sulla motocicletta, seduto sulla quale Mario la aspettava.
Un minuto, cinque minuti, un’ora? Mario non lo ricorda.
Guarda ancora attorno i contorni sfuocati della cucina, mentre i pensieri si mescolano con i ricordi, e vede il computer in un angolo, appoggiato sul ripiano dell’armadietto, dove la mamma teneva i piatti.
Mario si siede sulla sedia ergonomica posta davanti allo schermo e accende l’apparecchio.
Dopo pochi secondi, scorre i più di quaranta titoli del NINTENDO e sceglie il suo preferito: "MOTOCROSS INFERNALE".
Mario clicca sul nome che lampeggia e afferra il joystick, impugnandolo fortemente con le mani. Inizia il rito.
Nome del concorrente: Mario sceglie Mario, cioè se stesso.
Nome dell’avversario: Mario sceglie "Mario", il noto omino eroe di tanti videogiochi.
Moto del concorrente: Mario sceglie la moto attualmente Campione del Mondo di cross.
Moto dell’avversario: Mario sceglie una vecchia Aprilia del 1980.
Vestiti del concorrente: Mario sceglie una tuta di pelle nera, stivaletti alti, fascia elastica in vita, casco nero con disegnate delle fiamme rosse.
Vestiti dell’avversario: Mario non sceglie. Pantaloni azzurri, maglietta bianca e berretto rosso sono quelli usuali di "Mario".
Pronti! Si parte! E’ una bella giornata di sole in un’ampia vallata tra i boschi, con qualche bianca nuvola qua e là nel cielo. La gente applaude ai lati della pista, sporgendosi al passaggio dei corridori.
Mario scatta e prende qualche decina di metri di vantaggio su "Mario", che procede più lentamente. Curva a destra, curva a sinistra. Salto.
Mario si volge a guardare dove si trova "Mario" e non vede la pozza di fango, che si trova sul percorso; scivola e cade. "Mario" lo supera, con un sorrisetto sotto i baffi sottili e lo saluta con la mano, agitando il rosso berretto.
Mario riparte e cerca di ricuperare troppo velocemente il terreno perduto. Curva a 360 gradi. Mario scivola e cade nuovamente. "Mario" è già lontano.
Mario riprende con la rabbia che gli bolle dentro. Lungo rettifilo con bumps, che Mario affronta a grande velocità, saltando sulla sedia ergonomica.
A metà percorso, Mario vede sulla destra un sentiero seminascosto tra gli alberi che conosce bene; percorrendo quella scorciatoia, taglierà un bel pezzo di strada e riuscirà a precedere "Mario".
Mario vi si infila, mentre improvvisamente si fa buio. Non fa niente, anche se la moto da cross non ha il faro anteriore. Mario conosce il percorso, come le sue tasche. La moto romba e risponde alla sua guida nervosa che è una bellezza. Mario sente l’aria fresca addosso e ogni tanto qualche ramo bagnato che gli sferza il casco. E’ meraviglioso: un’altra pozza di fango gli schizza la tuta. Avanti! Avanti! Quest’ ultima edizione di NINTENDO è stupenda. Sembra di essere realmente là.
Ed ecco, improvvisamente, il bosco termina e Mario si trova all’aperto su quella che sembra la pista ciclabile che da Bormio porta a Valdisotto. Si ferma, guarda a destra. Benissimo, "Mario" non è nemmeno in vista. Mario decide di proseguire sulla pista ciclabile, per non avere intralci di traffico e vincere la gara.
Vai! Vai! Mentre le ombre della sera si fanno sempre più nere.
Ecco l’ultimo ostacolo da superare, in corsa. Una mamma con due bambini in bicicletta. Vai! Vai! La mamma si mette in mezzo alla strada per bloccare Mario, si sbraccia, urla. Mario con abile mossa la evita e centra il bambino più piccolo: MILLE PUNTI E TRENTA SECONDI DI ABBUONO.
Questa volta "Mario" non mi raggiunge più, pensa Mario.
Chi ha ucciso Renzo?
MANLIO MOGGIOLI


























ReD PassiON. by ~JoTaRTe












by ~NakoInverse 

dicevate?