Monthly Archive for Novembre, 2007

pensiero appassionato



Ricordo una mattina come questa, la stessa atmosfera, gli identici colori, le stesse sensazioni, ed io che guido piano, verso casa.

Un Natale alle porte e le luci tutto intorno.

Stivali neri lucidi nuovi. Gonna corta e, non so perché, una strana attesa.

Una musica di Battiato, un remake anni 40.

Via dei Due Ponti e il supermercato SMA zeppo di raggi e colori e panettoni e odore di frutta candita e disidratata.

Qualcuno a casa cucinava già.

Negozi zeppi per gli acquisti dell’ultima ora e strisce pedonali affollate di passanti, ed io con quello strano tramestio nel cuore. Un misto di gioia e dolore.

Io ti sento!

Ma dove sei? Chi ti ha dato il permesso di andartene? Il ricordo di tutto quello che ho vissuto con te in giorni come questo mi gonfia il cuore e non so se riesco ad afferrarne un pezzo e tenerlo con me il più a lungo possibile mamma.

Volevo averne ancora mamma.

Certo che ne volevo ancora.

E scendo a comprarmi le calze.

Ce l’avranno al supermercato un paio di calze per questa sera?

l’origine del muro

Parte prima

Giuliana è fragile, insicura, spesso eccitata.

Vive in un mondo e in una dimensione assolutamente diversi, dalle proporzioni e dall’atmosfera irreali.

Ha i capelli lisci, di un colore indefinibile, vicino al grigio, corti. Li lava spesso perché sono sempre grassi e le si dividono a gruppetti sulla fronte alta e sporgente. La pelle, rossiccia e piena di brufoli, trasuda continuamente e una leggera peluria ombreggia il labbro superiore conferendole un aspetto duro, mascolino.

La lingua, ostinatamente tenuta sotto il labbro inferiore, le gonfia il mento mettendo in risalto un viso dall’espressione dolcissima, a tratti sconsolata. Il corpo massiccio e l’aria trasandata la fanno apparire più vecchia di quanto in realtà non sia.

La testa, reclinata ora da un lato ora dall’altro sulle spalle curve, dondola ritmicamente.

Un motivo ben preciso deve suonarle in testa ossessivo, sempre lo stesso.

Gli occhi sono accesi e da tutto il suo essere emerge, malgrado l’aspetto ed il modo di muoversi, d’incedere lento e indeciso, una carica d’energia inesauribile, come fosse sempre sul punto di elevarsi in volo ed ergersi al di sopra di tutto.

Giuliana ama la musica che le conferisce misura e la protegge dalla sua instabilità , dal senso di provvisorietà che esala da ogni suo gesto, come se nella musica recuperasse tenacia e autorità. Da lei puoi trovare “45 giri” ovunque, perfino in bagno insieme ad una quantità sorprendente di rolli per capelli che ogni giorno, come un rito al quale non osa sottrarsi, mi chiede di metterle su.

A Giuliana piacciono le feste, quelle semplici che si organizzano nelle case di paese e alle quali partecipano tutti, vecchi e bambini compresi . Mi trascina con sé chiedendosi, ad ogni occasione, se e con chi ballerà, chi l’avvicinerà e con quali intenzioni.

Non appena arriviamo noto ragazzi darsi alla fuga con aria disinvolta (accade spesso che si metta alle calcagna di qualcuno) ma lei sembra non accorgersi di nulla, si guarda intorno facendo continue congetture su questo e su quello, teorizza ad alta voce, con veemenza, senza preoccuparsi troppo che io la stia ascoltando.

Giuliana vuole un ragazzo, a tutti i costi! S’innamora praticamente tutti i giorni, e l’ultimo che le sorride si aggiudicherà il titolo indiscusso di “innamorato”.

- Oggi mi sono messa con Lello - mi ha sussurrato - ma te l’ha chiesto? Vi siete baciati?- -No!- bisbiglia - ma stiamo già insieme…-

La sua sete di consensi la tiene in continuo allenamento, non c’è giorno di riposo né per me né per lei, tutto il suo essere è proteso nella ricerca della consapevolezza del “sé”, della coscienza di essere. Le approvazioni alle quali aspira così avidamente devono restituirle la sua identità che sembra sfuggirle, per avere qualcosa da raccontare e da raccontarsi e assaporarne il ricordo poi, una volta rimasta sola, in conflitto con se stessa e con le sue insicurezze.

Giuliana deve convivere con il concetto che la gente del paese si è fatta di lei: “handicappata”, con il dovere di adattarsi al mondo dei sani, che l’hanno indotta a perdere il senso del proprio valore. Da sempre si è sentita diversa e da diversa si comporta essendo convinta di esserlo. Per lei hanno deciso gli altri, regolando ogni cosa, pensando e agendo al suo posto e facendole perdere la fiducia nelle sue capacità. Spesso è additata senza riguardo, con commiserazione, sfuggita, evitata, indotta così a sopportare meglio la repulsione che la compassione.

Questa l’origine del muro.

Seduta fuori della porta di casa, su di un artigianale sgabello in legno, è perennemente in attesa di un evento. Scruta i volti dei passanti con aria sostenuta, dettaglio imprescindibile della sua armatura. Riesco a distinguere l’espressione dei suoi occhi già da lontano, mentre mi appresto a raggiungerla. Quel miscuglio di fierezza e arrendevolezza insieme fa di lei ai miei occhi una ragazza stravagante e mi chiedo, nell’ingenuità dei miei anni, perché non abbia altre amiche oltre me .

Mia sorella Laura , maggiore di sei anni, ha sempre da fare con la sua “compagnia” ed io di solito faccio da “coda”. Ricordo un giorno dell’anno scorso in cui feci l’autostop ad un carro funebre per raggiungerla in un paese vicino, dove aveva detto sarebbe andata con i suoi amici. Quando arrivai non trovai nessuno e tornai indietro a piedi per tre chilometri; fu proprio quello il giorno in cui riuscii a stabilire il primo contatto con Giuliana: era seduta in piazza, sotto casa di mia nonna, e scoppiai a ridere quando mi vide arrivare accaldata e trafelata, come se sapesse. Probabilmente sapeva. In precedenza l’avevo osservata in silenzio, curiosa. Non sembrava interessarsi a me, anzi, aveva un’aria ostile.

Dopo quella prima volta non è stato facile avvicinarla. Le ho comprato al mercatino una canottiera a fiorellini, poi un disco nuovo, appena uscito, preso ad Avezzano durante un giro in macchina con mio padre…forse è stato proprio quello a far crollare l’ultima barriera, fino a disarmarla. Ho vinto la sua diffidenza penetrando il muro d’ostilità che ha innalzato intorno a sé. A volte ho la sensazione di passarne attraverso. Non voglio rinunciare a questo privilegio. Giuliana puà e deve contare su di me, penso sia la mossa più efficace e significativa, se voglio trattenerla. E’ necessario che lei creda d’ essere stata scelta, fra tante, come unica ed esclusiva confidente, che non sappia che anch’io mi sento sola esattamente come lei, deve esaltarla sapere che potrei svelarle ogni mio pensiero, ogni mio più piccolo segreto.

Giuliana è stata fino ad ora inespugnabile, la sua diffidenza è tangibile ed io l’ho vinta. Sono riuscita dove, forse, nessuno avrebbe potuto e questo mi da un senso d’onnipotenza.

I miei pensieri man mano trovano compiutezza, come il mio rapporto con lei.

Oggi sono in ritardo per il solito appuntamento. Non è fuori ad aspettarmi. Salgo la rampa fino al pianerottolo, Giuliana è in fondo alla sala…mi osserva in silenzio poi di colpo cade a terra contorcendosi spasmodicamente, la lingua gonfia, fuori dalla bocca, è ricoperta di schiuma bianca, gli occhi roteano, le braccia tese tagliano l’aria come in una ricerca disperata d’aiuto, poi il corpo, rigido, sembra non appartenerle più. Resto immobile a guardare, impotente, incapace di un solo respiro, il cuore sembra scoppiarmi nel petto. Sento crescere dentro di me un oscuro delirio, un nodo d’angoscia mi chiude la gola fino a quando non è tutto finito e lei, in uno stato di totale abbandono, fissa lo sguardo nel vuoto per un tempo per me incalcolabile.

Provo mille emozioni e sensazioni diverse: sento l’odore della pioggia, della terra bagnata e un sapore amaro, metallico, imprigiona la lingua.Ricordi d’avvenimenti lontani nel tempo riaffiorano alla memoria: mi rivedo piccolissima, quasi in fasce, tra le braccia di mia madre, intuisco la presenza complice di mio padre. Resto ancora, le spalle contro il muro. Vedo affiorare sul soffitto tracce d’umidità che oscillando sotto un raggio di sole spaurito assumono forme e colori diversi. Le inseguo con gli occhi. Prendo tempo.

Un tremore irrefrenabile scuote il fragile corpo che giace ancora disteso.
La stanza ruota tutt’intorno adesso, e non oso muovermi per il timore che tutto possa ricominciare con maggiore violenza e più a lungo di prima come se, paradossalmente, un mio gesto potesse scatenare ancora la tempesta che si è appena placata. Ma non accade nulla, l’espressione del suo viso è cambiata, fiera, colorata d’insospettabile dignità .

I nostri occhi si incontrano ora in un complice stupore, con cautela. Il timore nutrito in questi istanti terribili, quello di trovarmi di fronte ad una personalità nuova, a qualcuno che non conosco e non sono in grado di affrontare, si sgretola nell’amplesso del nostro sguardo. Nel volto ancora pervaso da un’incredibile bellezza leggo un’indefinibile maturità, non quella che si acquista con il tempo, con l’età, ma piuttosto quella che si raggiunge attraverso il dolore. Con il passare dei minuti Giuliana appare sempre più tranquilla, consapevole. Probabilmente la conforta aver condiviso la sua angoscia. Gli occhi negli occhi ancora una volta, le parole non servono. Il legame è più intenso.

Conosco così per la prima volta la sofferenza, la paura. Entro in contatto con una dimensione fino ad ora sconosciuta e imprevedibile. Mi congedo definitivamente dal mondo magico, fino ad oggi sperimentato per fare il mio ingresso in un altro che lascerà poco spazio ai sogni.

Mi chiedo cosa significhi per me l’incontro con Giuliana, quanto contribuirà alla mia formazione, cosa rappresenta lei per me, se non mi sento privilegiata dalla sua scelta, anche se non incondizionata, quanto disinteresse ci sia in questo rapporto da parte mia. Sono dubbi del tutto naturali, credo, anche se hanno il potere di ferirmi, di mettermi in discussione, di sospettarmi diversa da quella che fino ad ora ho presunto di essere. Suscitare stima è gratificante. So per certo che mi piace farmi vedere con lei , percepire la tacita benevolenza dei miei scrutando i loro volti compiaciuti. E’ eccitante cercare e cogliere espressioni di tacito consenso.

Ma con altrettanta certezza posso dire che a modo mio amo Giuliana, che non sono fuggita davanti alla sua “diversità“, che l’ho accettata superando me stessa, ed ho condiviso con lei i suoi “momenti”.

Parte seconda

Una fotografia in bianco e nero sulla vecchia scrivania di faggio. La osservo a lungo.

Voglio ricordare e riscoprire le mie vecchie emozioni, e ritrovarle intatte, intense, vive, come se il tempo non fosse mai passato. Voglio ricordare perché il ricordo mi appaga, mi consola, mi restituisce quello che il tempo mi ha tolto, e posso farlo soltanto scrivendo perché le parole scrittee fermano i ricordi sulla carta e impediscono ad essi di sbiadire ancora rincorrendosi informi, confusi, a naufragare nella memoria Voglio ricordare e saziarmi del ricordo perché ricordando ritrovo me stessa intatta e rivivo i momenti più significativi della mia vita, come se a raccontarmeli fosse qualcun altro.

Mi siedo, prendo carta e penna.

“Giuliana è fragile, insicura, spesso eccitata, vive in un mondo e in una dimensione assolutamente diversi, dalle proporzioni e dall’atmosfera irreali…”

Parte terza

Oggi, attraverso le parole, ho ritrovato Giuliana.

Sono trascorsi molti anni da allora e molti da quando seppi della sua morte.

Non so definire esattamente cosa provo. Un infinito senso di perdita, forse. Un incolmabile vuoto. La sua essenza dispersa nell’etere o finita in un mondo parallelo a ricostituirsi ancora.

 Shine Tani, Crocifissione

La luce sul comodino è convogliata in una direzione specifica, a illuminare il cellulare che testimonia l’ora e il silenzio, e proietta un’ombra affilata che separa e lacera.

L’attenzione spasmodica al silenzio nega ancora i suoni consueti come quello del carrello delle terapie che tintinna lungo i corridoi immacolati e spegne il fruscio di camici bianchi e verdi, e i lamenti sordi.

Mi confronto con l’estraneità  degli spazi asettici, chiudo gli occhi.
Le fitte allo stomaco sono acute mentre il primario del reparto “Chirurgia donne” non trova le parole per comunicarmi che non hanno trovato ancora il bandolo della matassa e provo a tessere una trama che mi sostenga. Mia attitudine più tipica. Ma sotto le lenzuola il rifugio è misero e nero.
Poi, una volta fuori, gli occhi si fissano alla porta accostata nell’attesa di scorgere il suo volto.

Ma non è ancora venuto.

Quanti giorni ho passato qua? Venti, trenta? Ho perso la nozione del tempo.
Cerco nella memoria l’appiglio di un ricordo caldo, pacato, frugo in me stessa alla ricerca di un abbraccio frettoloso, di una breve carezza, di un sorriso complice.

E’ sera.

E’ notte.

Come un fantasma percorro la stanza nera, gelida. Lungo il corridoio infinito muovo passi felpati e incerti.

L’ampia camicia corta sulle ginocchia ossute svolazza intrepida.

Varco la soglia del bagno usurato , fisso dentro lo specchio scarno il volto scarmigliato.

Mentre incrocio il mio sguardo le labbra atteggiano il sorriso alla ricerca di conferme di vita e le dita incerte scorrono i capelli arruffati nella silenziosa esclusione di un’infermità che separa. Nell’incavo del seno pulsa il cuore imbarazzato di rottami.

Appena fuori, con un ultimo sforzo, la lunga panca chiara che accoglie e ristora. La gelida sedia a rotelle appoggiata accanto mi invita a salire per tornare indietro con più leggerezza, senza troppo affanno. Salgo accomodandomi piano.

- Domani - penso - forse domani - e guido con più vigore la seggiola nell’euforia di un possibile ritorno alla normalità .

rielaborazione del “silenzio”

 Shine Tani, Crocifissione

La luce sul comodino è convogliata in una direzione specifica, a illuminare il cellulare che testimonia l’ora e il silenzio, e proietta un’ombra affilata che separa e lacera.

L’attenzione spasmodica al silenzio nega ancora i suoni consueti come quello del carrello delle terapie che tintinna lungo i corridoi immacolati e spegne il fruscio di camici bianchi e verdi, e i lamenti sordi.

Mi confronto con l’estraneità  degli spazi asettici, chiudo gli occhi.
Le fitte allo stomaco sono acute mentre il primario del reparto “Chirurgia donne” non trova le parole per comunicarmi che non hanno trovato ancora il bandolo della matassa e provo a tessere una trama che mi sostenga. Mia attitudine più tipica. Ma sotto le lenzuola il rifugio è misero e nero.
Poi, una volta fuori, gli occhi si fissano alla porta accostata nell’attesa di scorgere il suo volto.

Ma non è ancora venuto.

Quanti giorni ho passato qua? Venti, trenta? Ho perso la nozione del tempo.
Cerco nella memoria l’appiglio di un ricordo caldo, pacato, frugo in me stessa alla ricerca di un abbraccio frettoloso, di una breve carezza, di un sorriso complice.

E’ sera.

E’ notte.

Come un fantasma percorro la stanza nera, gelida. Lungo il corridoio infinito muovo passi felpati e incerti.

L’ampia camicia corta sulle ginocchia ossute svolazza intrepida.

Varco la soglia del bagno usurato , fisso dentro lo specchio scarno il volto scarmigliato.

Mentre incrocio il mio sguardo le labbra atteggiano il sorriso alla ricerca di conferme di vita e le dita incerte scorrono i capelli arruffati nella silenziosa esclusione di un’infermità che separa. Nell’incavo del seno pulsa il cuore imbarazzato di rottami.

Appena fuori, con un ultimo sforzo, la lunga panca chiara che accoglie e ristora. La gelida sedia a rotelle appoggiata accanto mi invita a salire per tornare indietro con più leggerezza, senza troppo affanno. Salgo accomodandomi piano.

- Domani - penso - forse domani - e guido con più vigore la seggiola nell’euforia di un possibile ritorno alla normalità.

il pagliaccio punito

mallarmé ¨manet)

Occhi, laghi alla sola mia ebbrezza di rinascere
Altro dall’istrione che col gesto ridesta
Come piuma di lampade ignobili la cenere,
Ho bucato nel muro di tela una finestra.

Nuotando traditore con gambe e braccia sciolte,
A molteplici balzi, rinnegando nell’onda
Il falso Amleto! E  come se mille e mille volte
Per vergine sparirvi innovassi una tomba.

Ilare oro di cembalo che una mano irritò
Il sole tocca a un tratto la pura nudità
Che dalla mia freschezza di perla io esalai,

Rancida nera pelle quando su me è passata,
Ch’era tutto il mio crisma io ignorato, ingrato!,
Quel trucco dentro l’acqua perfida dei ghiacciai.

MALLARME’ Stephane (1842-1898)

suonno

 

Ho visto che in italiano esistono due parole, sonno e sogno, dove il napoletano ne porta una sola, suonno. Per noi è la stessa cosa.

(Erri De Luca, dal libro Montedidio)

suonno

Ho visto che in italiano esistono due parole, sonno e sogno, dove il
napoletano ne porta una sola, suonno. Per noi è la stessa cosa.

(Erri De Luca, dal libro Montedidio)

Fair as any, fairer than many by ~H-Johanna

il vecchio chitarrista cieco

Quando le combinazioni di colore monocromatiche emergono, ecco Picasso ed il suo “periodo blù″.

Questa pittura particolare, unica, si trova all’Istituto d’arte di Chicago.

Pablo Ricasso ha dominato lo sviluppo delle arti visive durante la prima metà del ventesimo secolo. Con Georges Braque, noto come uno dei creatori del cubismo benché abbia utilizzato molti stili durante la sua lunghissima carriera. Nelle pitture del suo periodo blu (1901-1904), Picasso ha lavorato con una gamma di colori monotromatica che ben si adattava alle immagini tristi, con forme appiattite e temi tragici e dolorosi .

I temi tragici e lo stile espressivo del periodo blu di Picasso hanno avuto inizio dopo il suicidio di un amico caro, Casagemas, a Parigi. Durante questo periodo, l’artista ha dipinto molte tele dove ha descritto le miserie dei poveri, degli emarginati.

L’anziano chitarrista piegato sul suo strumento marrone rappresenta l’unica variazione nel colore della sua pittura di quel momento. Simbolicamente, lo strumento riempie lo spazio intorno alla figura solitaria, che sembra assoggettata alla sua cecità alla povertà. La sottile figura del musicista cieco inoltre ha radici nell’arte dal paese natale del Picasso,la Spagna.

Lo stile è rievocativo di El Greco.

“The Man With the Blue Guitar”

The man bent over his guitar,
A shearsman of sorts. The day was blue.
They said, “You have a blue guitar,
You do not play things as they are.”

The man replied, “Things as they are
Are changed upon the blue guitar.”

And they said then, “But play, you must,
A tune beyond us, yet ourselves,

A tune upon the blue guitar
Of things exactly as they are.”

Wallace Stevens