Monthly Archive for Novembre, 2007

RM36 by ~robudan

da “la città delle donne” di Federico Fellini

Ho rivisto questo film…ne valeva la pena.

Un treno attraversa la campagna: in uno scompartimento sonnecchia un distinto cinquantenne. Appare un’avvenente sconosciuta e Snè poraz, questo il nome dell’uomo, la segue. Nella toilette i due iniziano a flirtare, poi la donna scende all’improvviso dal treno, in un paesaggio misterioso. E dietro lei, Snè poraz. Al Grand Hotel Miramare si sta svolgendo un convegno internazionale di femministe. Mentre continua la ricerca della misteriosa passeggera, Snè poraz, scambiato per un giornalista, viene aggredito. Salvato da una soubrette sui pattini, nella fuga scivola per le scale e piomba nelle cantine, dove incontra un donnone che, in moto, lo accompagna alla stazione; la virago, non appena si trovano in aperta campagna, cerca di violentarlo. E Snè poraz fugge ancora inseguito da donne inferocite. Si rifugia nel castello del dottor Katzone, suo ex compagno di scuola intento a festeggiare la sua carriera di libertino. Qui incontra sua moglie che, ubriaca, lo copre di insulti, e la soubrettina salvatrice. Catturato dalle femministe, è processato e liberato; incontra nuovamente la soubrettina che però stavolta a colpi di mitra lo uccide. Si risveglia in treno, seduto davanti alla moglie, poco prima che il convoglio imbocchi un lungo tunnel.
IL MORANDINI: DIZIONARIO DEI FILM

vita ai margini

L’ uomo è affaccendato al lavello, pile di piatti sporchi ancora da lavare, i vestiti lisi, stinti, le scarpe larghe e consumate dai passi , le spalle inarcate, la testa grigia china, le mani grandi e nodose insaponate.

La luce artificiale, fioca, spruzzata da una lampadina nuda, oscilla nella piccola stanza, incerta.

E’ sera.

I pensili, pochi, rugginosi, si allungano oltre la maiolica sbeccata fino alla carta spessa e sudicia con leggeri ornamenti sbiaditi. Alla parete accanto uno trasudo ampio, in estensione.

La ragazza, seduta al piccolo tavolo laccato lo osserva, un’ombra di angoscia, di pena infinita sembra attraversare il suo volto fresco, pulito. I vestiti fuori moda guarniscono l’esile corpo abbandonato sulla seggiola di formica azzurra dalle gambe ossidate,¦la mano destra, posata sul tavolo, minuscola, offesa.
Ai suoi piedi accoccolato un piccolo micio rosso completa il quadro familiare di una storia sciupata da una vita ai margini.

corrispondenze

 

Annunciazione - Orazio Gentileschi - Pinacoteca di Torino

Le “corrispondenze” ci chiamano a comprendere i rapporti tra persone anche se apparentemente e fisicamente distanti tra loro, specialmente quelle il cui legame non è manifesto, evidente…come nel nostro caso. Le nostre sono corrispondenze ma anche e soprattutto nel significato di correlazioni e “connessioni” per usare un termine appropriato.
Per questo avevo citato Baudelaire. La relazione tra persone che non si conoscono fisicamente, ma forse proprio per questo motivo approfondiscono ancora di più la loro “conoscenza interiore”. mi affascina particolarmente. La corrispondenza non verbale ci garantisce una relazione speciale e quindi noi intraprendiamo tutti il cammino ispiratoci da questa relazione. Il linguaggio artistico, in particolare, ci avvicina, ma anche quello dell’anima.

Buon viaggio a tutti;)

Francesca


Buona lettura

Se già i romantici tedeschi avevano vagheggiato una fusione di tutte le arti mettendo in luce l’esistenza di una reciprocità di rapporti tra musica, pittura, architettura e poesia, e Wagner col suo wort-ton-drama ricercò l’opera totale, dalla seconda metà del XIX secolo, all’alba di una stagione di secondo romanticismo, a questo tema si potranno ricondurre le più radicali innovazioni in tutti i campi artistici. Numerose istanze, non di rado contraddittorie, vi confluiranno a dar vita a quadro culturale di grande complessità e ricchissime implicazioni.

La nascente “società di massa”, prospettata dai progressi scientifici e tecnologici, vede assieme il trionfo del positivismo e i primi germi del suo rigetto, l’esaltazione dei successi del paradigma scientifico moderno e la critica della sua presunzione di onnicomprensività esaustiva, che sfocerà nella moderna crisi delle certezze verso ogni “sapere costituito”. Inoltre l’emergere della “questione sociale” e delle sue manifestazioni conflittuali spinge molti artisti a interrogarsi sul ruolo proprio e delle pratiche artistiche: ciò che avrà diversi esiti, dall’impegno sociale di tanti narratori naturalisti alla rivendicazione di una suprema autonomia dell’arte (”arte pura, arte per l’arte”). Qust’ultima a sua volta potrà essere letta come affermazione di una nuova libertà creativa, svincolata da canoni naturalistici e istituzionali, o rivendicazione di specifiche capacità dei linguaggi artistici nell’indagare ed esprimere “realtà” più essenziali e profonde, o aristocratico isolamento dal mondo degradato e imbruttito delle merci.

Ciò che accomuna le diverse istanze e ricerche sopra accennate è la crescente e via via più diffusa consapevolezza intorno alla natura propria di ciascun linguaggio artistico, sviluppata anche nell’impegno di ciascuno ad andare oltre i propri “limiti costitutivi” nel confronto con altre arti o con altri campi della produzione intellettuale. Ben noti sono i molteplici effetti della diffusione di arti nuove come la fotografia prima, il cinema poi (pensiamo ad esempio ai diversi percorsi della pittura verso l’astrattismo o alla tensione futurista a rappresentare nell’immagine fissa sulla tela il dinamismo e il movimento).

La “musica sopra ogni cosa” (Verlaine, Arte poetica) verrà a costituire, in particolare agli occhi di poeti e pittori, un termine di riferimento obbligato. Scrive Hellmuth Christian Wolff: “…proprio nella misura che gran parte della pittura moderna si richiama alla pura astrattezza dei processi formativi musicali s’impone necessariamente un esame dei rapporti e delle interferenze fra musica e pittura“.
Ma già Baudelaire, il poeta che, con Rimbaud, Verlaine e Mallarmé, sarà considerato caposcuola di quel simbolismo che farà della
sinestesia la figura retorica più rappresentativa dell’operare artistico, aveva aperto la strada alla particolarissima attenzione e sensibilità verso il rapporto tra i linguaggi dell’arte che caratterizzerà la stagione a venire, ben al di là delle nostalgie di scuola romantica riguardo a una qualche perduta unità da ricomporre.

A conclusione della sua “Microscopia dell’ultimo Spleen nelle Fleurs du mal”, Roman Jakobson (Poetica e poesia, Torino, Einaudi 1985, pp. 320-338) dice di Baudelaire:
Il “furore del gioco fonico”, come lo ha definito Ferdinand de Saussure nella sua lettera a Meillet, e l’intreccio insolito dei significati formali, grammaticali, dunque astratti, non possono non giocare un ruolo fondamentale nell’opera del poeta che considerò la lingua e la scrittura “come
operazioni magiche, magia evocatrice” e dichiarò l’arabesco ”il più ideale di tutti i disegni” (Fusées VI, XVII). Nel suo studio magistrale sull’opera di Eugène Delacroix e in accordo con le opinioni dello stesso pittore, Baudelaire, pur riconoscendo la qualità drammatica del soggetto in arte, confessa che la linea, con le sue sinuosità, è capace di penetrarlo “di un piacere del tutto estraneo al soggetto” e che una figura ben disegnata “non deve il suo fascino se non all’arabesco che essa ritaglia nello spazio”. Egli esalta la nobiltà dell’astrazione contenuta nella linea e nel colore dell’artista. Evidentemente la grammatica della poesia deve aver conquistato “il letterato”, che rifiutava come segno di debolezza morbosa ogni “entusiasmo che si volge ad altre cose che ad astrazioni“.

Pur consapevole della mia inadeguatezza culturale e… anagrafica (ho 14 anni, e non sono un “adolescente prodigio”) di fronte a un tema di tale vastità e complessità, ho accettato di confrontarmi con gli stimoli che il m°. Joanne Maria Pini mi ha offerto (tenendo conto probabilmente dei miei studi musicali paralleli alla frequenza di un liceo artistico, e della mia provenienza familiare caratterizzata dalla comune passione per la musica, le arti figurative e la letteratura).
Questa ricerca raccoglie alcuni di questi stimoli e suggerimenti che, presentando prospettive variegate e talvolta anche discordanti, potrebbero costituire una base per sviluppare riflessioni ed eventuali nuovi e originali punti di vista su un argomento di indiscutibile fascino e interesse: ciò che mi ripropongo certamente di sperimentare, quando mi sentirò più maturo e autonomo nelle mie acquisizioni culturali. (J.J.G.)

digilander.libero.it/…/corrispondenze1.html

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autumn apple no.3 by ~Beey

il violinista

Chagall occupa un posto unico nel mondo dell’arte anche se occasionalmente è stato influenzato dall’arte contemporanea (come quando scoprì il cubismo ad esempio) Durante la sua lunga vita è stato un artista indipendente, spesso criticato per il suo “realismo” o per la sua esplorazione del mondo non obiettiva, fonte della sua ispirazione.
Chagall appartiene alla cosiddetta “Scuola di Parigi”, che definisce quegli artisti che restano indipendenti da ogni corrente artistica, senza per questo vivere al di fuori della loro epoca.
Per alcune sue caratteristiche Chagall sembrerebbe accostarsi al surrealismo ma in realtà se ne discosta moltissimo. Mentre il surrealismo è il frutto dell’ l’inconscio, della trasposizione sulla tela dei segreti, delle inquietudini, l’artista mette a nudo, al contrario, la bellezza del sogno, la sua purezza e nel sogno stesso raggiunge il soprannaturale.
Chagall è un protagonista della Russia rivoluzionaria e della speranza di cambiare i pensieri e le azioni degli uomini attraverso la magia e il miracolo dell’arte. Nei suoi dipinti assumono forma i sogni fantastici nei quali si intrecciano le immagini di una vita reale con forme a volte orrende d’esseri poi idealizzati da un profondo sentimento di poesia e di urgenza di cambiamento che non sempre è di facile comprensione.
Per lui, dunque, l’arte è uno stato d’animo che si esplicita attraverso simboli e prende vita dalla sua formazione culturale e religiosa. Spesso ritornano nelle sue opere quelli rievocati dalla vita vissuta nella nativa Vitebsk come il violinista, e gli innamorati, che potete ammirare in questo post.
Le opere realizzate nel primo soggiorno parigino non si differenziano troppo dalle altre.
Rimangono ancorate ad un mondo fantastico dove la favola è protagonista. Cambia solo il colore, decisamente . Le tinte più vivaci e contrastanti, ma trattate con delicata morbidezza.
Marc Chagall nacque nel 1887 a Vitebsk (Bielorussia) da una famiglia ebrea e trascorse i suoi primi anni nel quartiere ebreo della città, allevato nell’osservanza delle tradizioni della sua religione. Nel 1910 giunse a Parigi ed entrò subito nell’ambiente artistico della capitale francese. Nel ‘14 tornò in Russia, dove rimase per otto anni. Dopo un soggiorno in Germania, nel ‘23 si stabilì nuovamente a Parigi. Durante la seconda guerra mondiale si rifugiò in America. Morì a Saint-Paul de Vence nel 1985.

scene Of green by ~shortlyfe


le vite degli altri

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Le vite degli altri è un film di Florian Henckel von Donnersmarck del 2006

 Premio Oscar come Miglior film in lingua straniera nel 2007

La Trama: Berlino Est ,1984. Un capitano della Stasi (Ministero per la Sicurezza dello Stato) è deputato a spiare uno scrittore di testi teatrali, drammaturgo molto noto e fedele al regime. Il capitano è soddisfatto dell’incarico che gli è stato affidato e, soprattutto, è convintissimo  che sia necessario non perdere di vista l’artista, non immagina perà  che quest’ultimo viene controllato perché il ministro della cultura è invaghito della compagna dello scrittore,  un’attrice di successo. Da qui si dipana la storia che ha il sapore di un’indagine sullo scenario culturale della città spaccata, controllata dalle spie dello Stato. Sono gli anni del comunismo a Berlino immediatamente precedenti alla caduta del muro. Nessuno è immune dal sospetto di sovversione ai danni dello stato e in modo particolare gli artisti.E così il capitano prosegue con lo scrittore il compito della sua vita: quello della spia, di colui che prende con l’inganno e con la violenza intellettuale e psicologica informazioni, di colui che controlla e spia la vita degli altri con indifferenza, impietoso, che esibisce torture. Ma qualcosa accade, qualcosa in lui si sgretolerà per ricomporsi poi in altra forma . Troverà qualcosa in cui credere, incredibilmente. Le vite degli altri è una valutazione della fatica di sopravvivere, degli esiti della mancanza di libertà ,è un film sull’angoscia di vite assolutamente sotto controllo, su una violenza sottile e perversa consumata senza ragione su compagni dallo stesso sangue e dagli stessi identici ideali, un film che analizza le questioni più importanti di quel momento storico come il compromesso, l’inganno, l’obbligo.

La ricostruzione della Germania comunista è esemplare,

Da un’intervista al regista:

Donnersmarck, lei è un regista molto giovane e negli anni in cui è ambientato il film era solo un bambino. Che ricordo ha di quel periodo?
Florian Henckel-Donnersmarck
:

 I miei genitori sono entrambi della Germania Est, ma sono venuti nella parte Ovest prima della costruzione del muro. In quel periodo io vivevo con la mia famiglia a Berlino Ovest, che in fondo si poteva considerare una piccola isola perché non era difficile andare ad Est a trovare i nostri parenti. Non ho fatto il film basandomi sui miei ricordi perché sarebbe stato un film noioso. L’interessante per me era entrare nelle vite delle altre persone. Mi ricordo molto bene l’atmosfera di paura che si viveva in quel periodo, lo sguardo costante della Stasi sulle persone. I miei genitori erano segnati sulle liste della Stasi come persone traditrici della causa comunista e quindi ci perseguitavano sistematicamente.

Il regista ha presentato alla stampa romana il film che ha vinto, tra le altre cose, il premo Oscar per il miglior film straniero.
,Le vite degli altri, un thriller ambientato nella Berlino Est del 1984, che racconta i metodi infami con i quali la Stasi, la polizia segreta della DDR, controllava la vita delle persone ritenute nemiche della causa comunista. Ne parliamo con il regista Florian Henckel-Donnersmarck in conferenza stampa a Roma per presentare il film che sarà presto oggetto di un remake a cura di Sydney Pollack.

(Da www.university.it)

uno strano codice

 

Ho visto Il codice da Vinci, ma ho poco da dire.

Il libro ha venduto milioni di copie, ma non l’ho letto. Non posso dare quindi un giudizio.

Sembrava si trattasse di un caso di plagio e che Dan Brown si fosse ispirato un pò troppo al testo del 1982 scritto da Richard Leigh, Michael Baigent, Henry Lincoln. , dal titolo Il Sacro sangue e il SacrooGraal titolo originale “The Holy Blood and the Holy Grail”. Brown fu accusato e prosciolto dicendo di aver letto il libro, naturalmente, ma di averlo usato solo come fonte. Io, ripeto, ho visto solo il film di Ron Howard. Cosa ne penso?E’, a parer mio, un’ inquietante caccia al tesoro con grandi falsi storici (ma partiranno dal libro ovviamente) Dal primo o dal secondo?Non si riesce a star dietro agli indizi e alle personificazioni che si susseguono e alternano aritmicamente senza dare il tempo di accostare gli uni alle altre e azzardare così, delle conclusioni o, almeno, tentare di star dietro ai due protagonisti che sembrano impegnati in un folle gioco. Ignari l’uno del ruolo dell’altra.
Fino a quando, alla fine del film, miracolosamente “la parola ci sta:) datemene atto” tutto ci appare come una favoletta.Le polemiche dei cattolici sono state evidentemente innumerevoli e contro si sono schierati anche i membri dell’Opus Dei.

Inquietanti le immagini come le caratterizzazioni, mediocre il film.