Monthly Archive for Gennaio, 2008

“nel dolore ci si riconosce” breve epilogo di una lunga vita

salvatore pepe

Era strano vederla così svagata, lei che di solito viveva quasi in allarme, chissà poi per chi o per cosa. Ormai nulla sembrava più interessarla o riguardarla direttamente, al di fuori della sua preziosa agenda che era solita aggiornare quotidianamente e dove in quei giorni (constatai in seguito) scarabocchiava soltanto, mettendo in fila innumerevoli ghirighori a incorniciare la pagina, come alle elementari. Se squillava il telefono ed era uno dei suoi figli lei, che di solito ti strappava la cornetta di mano per l’ansia di sentirne la voce al di la del filo, ora diceva sbadatamente -dì che richiamo io..- Quest’insolito e inquietante atteggiamento mi allarmò e tentai di spiegare agli altri, ai suoi figli, che qualcosa andava per il verso sbagliato, ma non sembravano preoccuparsene, erano preoccupati semmai del mio eccessivo allarmismo. -Che le prende?- borbottavano tra loro. Ma io sapevo di essere nel giusto.

Una mattina andai a trovarla di sorpresa, dopo aver comprato un paio di lenzuola decorate con piccolissimi fiori rosa pallido ( ancora -sono un po’ lise ormai- quando le metto ripenso a quel giorno). Suonai al citofono. Aprì il cancello e la porta d’ingresso, ma si fece trovare in bagno e da là urlò con una voce che sembrava non appartenerle: -torna un altro giorno, ho da fare!- Altra “cosa” che non era da lei che sarebbe corsa alla porta, magari mentre tirava su di fretta le braghe, tale era il suo entusiasmo ogni qual volta qualcuno di noi andava a trovarla: -restate a pranzo!- era sua consuetudine ripetere ed insistere fino ad ottenere il consenso. E questa volta?

Questa volta se ne stava chiusa in bagno con la porta d’ingresso spalancata a dirmi che dovevo tornare un altro giorno.

Esitai. Scesi giù per le scale sbigottita, con una sensazione di forte angoscia, con uno stato d’animo indefinibile. -Devo avvertire Antonio- pensavo -ed anche gli altri figli, che si convincano che non sono un’invasata e che devono subito chiamare un medico senza rimandare ancora. Non so cos’abbia , ma di certo non è lei. Deve essere posseduta…-

Il mattino successivo finalmente la portammo in clinica e, dopo un’accurata visita e l’emogas analisi, ci dissero che per un’ insufficienza respiratoria il tasso di anidride carbonica nel sangue aveva superato quello dell’ossigeno e questo aveva determinato il marcato cambiamento di personalità. -Brava!- si congratulò con me il suo cardiologo -abbiamo fatto appena in tempo!-. Ma dopo qualche ora sopraggiunse il coma e fu trasportata in rianimazione per una tracheostomia. Rimase lì a lungo, per mesi comunicammo solo con biglietti passati attraverso la sottile fessura sotto il grande vetro opaco di migliaia di fiati sospesi attraverso il quale si riusciva a malapena a distinguerla, ma ne uscì vittoriosa per via di una forza di volontà che in pochi ho individuato.

Era soltanto il 1989, il grande dolore della perdita del marito probabilmente aveva dato il suo contributo, ma lei ce l’aveva fatta. Nel 1999, dopo la la prematura morte del figlio Francesco, fratello maggiore di Antonio, mio marito, mia suocera cominciò a non stare bene ancora, non lamentava il suo dolore, ma il dolore mette radici dentro e distrugge quello che trova, specialmente se inespresso.

Nel 2002 se n’è andata per sempre, lottando fino alla fine. Leggo spesso negli occhi dell’uomo che amo il dolore della perdita, ma è un dolore che riconosco e so come affrontarlo. E’ come specchiarmi nei miei stessi occhi e scoprire che è lo stesso dolore, proprio lo stesso, che infiamma ancora il mio cuore per voi, miei adorati mamma e papà.

Nel lutto”parlarne è meglio che evitare di farlo”.
Cercare il modo per affrontare il dolore della perdita aiuta ad prepararci per far fronte alla situazione. Evitare di parlarne può far emergere qualcosa di molto pericoloso, come la malattia.

Concedere al dolore il lusso di esplodere è l’unico aiuto che possiamo consentire a noi stessi.

FRANCO LATTES, UNA PERSONA, UN ARTISTA, UN’ IDEA

 

Una breve biografia
Franco Fortini (pseudonimo di Franco Lattes), nato a Firenze il 10 settembre 1917, da padre ebreo e madre cattolica, ha compiuto i suoi studi nella città natale laureandosi in
lettere e in giurisprudenza. Fu espulso, in seguito alle leggi razziali, dall’organizzazione universitaria fascista. L’8 settembre 1943 si rifugia in Svizzera dove si unisce ai partigiani della Valdossola.
Dal 1945 si stabilisce a Milano, che diventa sua città d’adozione e dove, oltre all’insegnamento, svolge molteplici attività di copywriter, consulente editoriale, traduttore e, infine, come docente universitario di Storia della Critica all’ Università di Siena. Muore a Milano nel 1994.

(Della Brevità. 1971)

Scrive lungo altra gente.
Io scrivo corto. Rischio
davvero così poco?

Di stecco quasi vivo
fungo o vischio: Di morto
e secco, fuoco - o niente.

(Per M.C.)

Permalosa Maria,
che il tuo sguardo mi sia
più benevolo, prego. Dentro l’ombra
del disfavore tuo temo perire.
Heu ne nos sinas ire
usque ad inferni taetra
zabulorum loca
ove la fama editoriale è poca
e fuoco è d’ogni legna!
Sed duc ad angelorum docta regna
-voglio dire Pavia-
e di lassù ne insegna
dove e che cosa sia
l’avanguardia, se non la poesia.

(Per Roland Barthes)

Viene l’amico, una volta o due l’anno.
Siede, è la sua poltrona.
Insieme invecchiamo, insieme conosciamo,
l’uno per l’altro dramatis personae.

Così entrano i morti, i rimorsi così,
in Shakespeare, sotto le tende.
Ma tu questo ogni volta rammenti, ombra:di
rifiutare la benda.

(1959)

Bisogna convenire che il 1956, con il suo trionfo della Coscienza a fine gennaio e la sua umiliazione ai primi di novembre, è stato una prodigiosa tentazione, almeno nel nostro paese, per tutti coloro che si avviavano ai quarant’anni o li avevano da poco passati.

Quei nostri coetanei avevano dietro di sé due decenni, trascorso il primo fra fascismo e guerra, il secondo fra antifascismo e guerra fredda. Pensarono di aver ormai compiuto il proprio dovere e di poter capitolare con l’onore delle armi. Di aver dietro di sé, come dice Bretcht, le fatiche delle montagne e davanti a sé, tutt’al più, quelle delle pianure. Aggiungi che la maggior parte di costoro si vergognavano segretamente dei modi arcaici, provinciali e poco “scientifici” con i quali avevano sperato, lottato,subìto, amato, insomma vissuto da uomini e da politici. Molti di costoro provarono un perverso piacere a sentirsi ripetere da amici, e da poeti, chela loro vita era finita. Disgraziatamente, non solo continuavano a vivere ma erano entrati nell’età in cui, volere o no, si è gli “importanti” della vita nazionale.
Conosco versi di Leonetti che esprimono con mirabile concisione le alternative molto italiane di questa generazione e forse di quelle precedenti: ” Nell’esistere/ sé stessi non si effettua, si finisce/imperiali e bigotti ed arruffoni/o quei puri di cuore, malinconici/ che
più tardi si affannano per gli ossi, / cessata la vergogna”. Dove, è opportuno notarlo, imperiali, bigotti e arruffoni sono termini dai molti significati. Si può essere imperiali di qualunque impero, bigotti di molte devozioni, arruffoni cristallini, eccetera. Anche gli
ossi dei puri di cuore possono essere ossi lauti, onori, royalties opera omnia.

F.F

 FRANCO FORTINI: MARXISMO
da: Non solo oggi, Editori Riuniti, Roma.

Quelli che hanno la mia eta’ Marx l’hanno letto alla luce delle nostre guerre. Hanno sempre sentito chiamare marxista chi le potenze delle armi, del profitto o del potere avevano voluto ridurre al silenzio. “E tu come li chiami i popoli oppressi uccisi in nome di Marx?”, mi si chiedera’ ora; forse supponendo che non abbia trovato il tempo, finora, di chiedermelo. Rispondo che sono dalla mia parte. Li conto insieme a quelli che dal Diciassette, quando sono nato, sono nemici dei miei nemici, a Madrid come a Shanghai, a Leningrado come a Roma, a Hanoi, a Santiago, a Beirut… I cacciatori di “bestie marxiste” (cosi’ si esprimono) devono sempre aver avuto difficolta’ ad apprezzare le differenze teoriche fra marxiano, marxista, socialista, comunista, bolscevico e cosi’ via.
Mi spieghero’ meglio, per loro beneficio. C’e una foto russa, del tempo della guerra civile: un plotone di morti di fame, in panni ridicoli, cappellucci alla Charlot in testa, scarpe slabbrate; e a spall’arm i fucili dello zar. Questo e’ marxismo. C’e’ un’altra foto, Varsavia 1956, un giovane magro, impermeabile addosso, sta dicendo nel microfono, a una sterminata folla operaia che il giorno dopo l’Armata rossa, come a Budapest, puo’ volerli morti o deportati. Anche questo e’ marxismo.

Verlaine

Dolcezza, dolcezza, della dolcezza!

Calma un pò i tuoi slanci febbrili, tesoro.

Anche nell’impeto del piacere, vedi, talvolta l’amante

deve avere il calmo abbandono d’una sorella.

Sii languida, fammi addormentare sotto le tue carezze,
ritmàti i tuoi sospiri e lo sguardo che culla.
Sì, la stretta gelosa e lo spasmo ossessivo
non valgono un lungo bacio, anche mendace!

Ma nel tuo caro cuore d’oro, mi dici, ragazza mia,
la passione selvaggia suona l’olifante!…
E lasciala suonare quanto vuole, l’accattona!

Appoggia la tua fronte sulla mia, la tua mano nella mia,
e fammi giuramenti che romperai domani,
e fino all’alba piangiamo, o piccola focosa!

Paul Verlaine

Verlaine dipinge le sue liriche con abili pennellate ricche di colore e sensualità, con l’arte provoca piacere, esprime desiderio, dolore . Dai suoi versi traspare un umano senso della vita. Le sue parole danno corpo all’anima umana anche con una teatralità a volte inquietante, ricca di tormenti, di speranze, di dubbi, rivelando un’essenza in continua metamorfosi.
Singolari questi versi dove parla ad un’ipotetica amante.
Saturo di passione e desideroso di quiete, o spaventato dal senso di appartenenza?
Abbiamo mai pensato di dire a qualcuno quello che scrive Verlaine in questa lirica?

“la fame non aspetta”: l’arte che denuncia

Antonin Artaud by Man Ray

In questo momento storico tutto mi sembra una copertura che camuffa la realtà. La politica è solo protezione del potere .Il destino del Paese è nelle loro mani, quelle dei politici che si azzuffano per i LORO interessi e non per quelli del Paese e degli italiani.

Restano in sospeso, tra le altre cose, le riforme costituzionali della legge elettorale e la proposta di legge sul conflitto d’interessi. Giocheranno al massacro, ma la FAME NON ASPETTA.

Forse i nostri politici potrebbero imparare da Antonin Artaud
LA FAME NON ASPETTA…

Decongestionare l’Economia vuoi dire semplificarla, filtrare il superfluo perché la fame non aspetta. Così poco inclini come siamo ad occuparci’ d’Economia, è sotto il suo aspetto Economico ed esclusivamente Economico che la situazione attuale ci colpisce, e lo fa in maniera pressante, angosciante, richiedendo soluzioni immediate, se non vogliamo che siano gli avvenimenti a imporci le loro soluzioni, che sarebbero disastrose, ma probabilmente decisive. E la questione che si pone è quella di sapere se bisogna provare a orientarli, gli avvenimenti, accelerandone il ritmo nel loro verso, o se per caso non valga la pena di lasciarli correre, fino a che l’ascesso si svuoti da sé, una volta per tutte, e per davvero. Possiamo affidare al caso, certo, il compito di giungere a soluzioni estreme; ma non è affatto certo che il caso non guidato faccia bene e completamente quanto deve, ma un intervento, poiché un intervento è inevitabile e necessario, potrebbe darsi, per essere al contempo efficace e decisivo, solo nel senso di un certo numero di necessità naturali e fiutando gli avvenimenti. Che la situazione sia grave, angosciante, e ancor più che angosciante, minacciosa, nessuno lo negherà e forse non dipende ormai più da noi il fatto che diventi, dall’oggi al domani, catastrofica. Qualunque cosa avvenga, c’è un certo numero di fatti elementari che è indispensabile che siano da tutti compresi, per contenere o precedere il disastro, e in tal caso farlo evolvere in un corso vantaggioso e comunque efficace perché se ne tragga il maggior vantaggio. Si sa che quest’anno, come “tredicesima”, i salari sono stati ridotti qui dei 10, altrove dei 20%, e questo in modo unanime, in tutta la Francia. In questa notte di fine d’anno, prima dell’anno nuovo che non osiamo più sperare si conduca meno fiaccamente e meno … dei precedente, sappiamo che la maggior parte dei teatri di Parigi ha registrato incassi che si possono considerare i peggiori dell’anno e per i cinema gli incassi sono diminuiti, in rapporto alla vigilia di Natale, di un sesto. Otto giorni fa, il maggior industriale serico di Lione, Gillet, la cui azienda era vecchia di oltre un secolo, è fallito, accusando una perdita di capitale di un miliardo, e lasciando sul lastrico più di tremila operai. Lo Stato non concede sussidi di disoccupazione, ma le autorità locali, che non vogliono lasciar morire di fame i trecentomila disoccupati della regione parigina, prendono, da casse di mutuo soccorso frettolosamente messe in piedi, da sei a otto franchi al giorno che distribuiscono a ogni disoccupato, che per poco che tenga famiglia ha a mala pena di che conservare forza sufficiente per vedersi lucidamente morire di fame. Questa è la soluzione come si mostra ai non prevenuti e agli ignoranti. Ma questi elementi sono insufficienti per sbattere, davanti agli occhi di chi non ha paura di affrontare la verità, il quadro premonitore di immense, inevitabili e indubbiamente salutari, perché necessarie, rivoluzioni.
Capitalizzare la fame.
….

Qui, credo, passa la linea di confine che separa l’arte che graffia, denuncia, ricerca e fa ragionare, dall’arte che conserva, rassicura e intrattiene. Un esempio ci viene da A. Artaud, uno dei più grandi artisti del secolo passato: “…il dovere dello scrittore, del poeta, non è di rinchiudersi vilmente in un testo, in un libro, in una rivista da cui non uscirà mai più, ma, al contrario, di uscire fuori per scuotere, per attaccare lo spirito pubblico; se no a che cosa serve?”. Non a caso Artaud non si limitava ad esprimere le sue denuncie sociali con linguaggi correnti, altrimenti avrebbe fatto il politico; il suo linguaggio era pura sperimentazione artistica, dirompente e scioccante, giocato su una compenetrazione tra il contenuto e le sonorità vocali con cui questo era espresso. Artaud voleva parlare del disagio di vivere, e effettivamente chiunque assistette alle sue performance ne uscì con la consapevolezza di avere sperimentato sulla propria pelle il disagio esistenziale.
estratto di un articolo di Fabio M. Franceschelli

per non dimenticare

 

 

campo di sterminio nazista 

Il padiglione che commemora gli italiani internati nel campo di Auschwitz porta inciso sull’ingresso questo “memento” di Primo Levi
«Visitatore, da qualunque paese tu venga, non sei un estraneo. Perché il tuo viaggio non sia stato inutile, perché non sia stata inutile la nostra morte per te e per i tuoi figli le ceneri di Oswiecim valgono di ammonimento; fa’ che il frutto orrendo dell’odio di cui hai visto qui le tracce non dia nuovo seme né domani né mai».

Primo Levi

 

Voi che vivete sicuri
Nelle vostre tiepide case,
Voi che trovate tornando a sera
Il cibo caldo e visi amici:
Considerate se questo è un uomo
Che lavora nel fango
Che non conosce pace
Che lotta per mezzo pane
Che muore per un sí o per un no.
Considerate se questa è una donna,
Senza capelli e senza nome
Senza più forza di ricordare
Vuoti gli occhi e freddo il grembo
Come una rana d’inverno.
Meditate che questo è stato:
Vi comando queste parole.
Scolpitele nel vostro cuore
Stando in casa andando per via,
Coricandovi alzandovi;
Ripetetele ai vostri figli.
0 vi si sfaccia la casa,
La malattia vi impedisca,
I vostri nati torcano il viso da voi.
(Primo Levi)

gulag sovietico

Altri Olocausti
Dopo la presa del potere con la rivoluzione d’ottobre del 1917, Lenin - mentre procedeva a tappe forzate all’industrializzazione del paese e al miglioramento del livello dell’istruzione - mise in piedi in Russia un apparato di repressione delle classi non proletarie: la nobiltà, la borghesia e il clero. Il sistema concentrazionario, indicato dall’acronimo Gulag (Direzione generale lager: presiedeva alla reclusione e al lavoro schiavistico dei prigionieri o zek nella costruzione delle infrastrutture, delle mostruose companv-town subpolari, nelle miniere), ne era la sintesi.

Il sistema dei campi di concentramento puntitivi appartiene infatti alla storia sovietica sin dagli esordi, dai tempi di Lenin (già nel ‘20, presso le isole Solovki, situate nel Mar Bianco, a circa duecento chilometri dal circolo polare artico, era stato creato un “lager di lavori forzati per i prigionieri della guerra civile”, dove vennero imprigionati tutti coloro che si opponevano al nuovo regime, non solo
zaristi quindi, ma anche anarchici, socialisti rivoluzionari, menscevichi).

Non furono anni di consenso assoluto da parte del popolo: particolarmente significativa fu la ribellione dei marinai di Kronstadt del marzo 1921, con la quale gli stessi uomini che, sollevandosi, avevano dato inizio alla rivoluzione dell’ottobre ‘17, tentarono di rovesciare il potere comunista. Stavolta vennero “massacrati come anatre nello stagno” dall’armata rossa di Trotsky.

Il maggior sviluppo dei gulag avvenne però negli anni del consolidamento del potere di Stalin, e durante il suo lungo “regno”, che va dagli anni trenta fino alla metà degli anni cinquanta. Morto Lenin nel ‘24, Stalin e gli altri proseguirono sulla strada da lui indicata: mandarono a scuola tutti i contadini, e immisero nelle campagne migliaia di trattori. Ma non per questo i contadini mostravano l’intenzione di trasferire la loro terra ai colcozi. Allora, dal 1929 al ‘32, Stalin e i comunisti ‘repressero’ con fredda determinazione i kulaki e i subkulaki, deportandoli a morire con le mogli e i figli - quindici milioni di esseri umani - nelle tundre gelate della Russia europea e nelle zone disabitate della Siberia. A questa deportazione, e alla mancata messa a coltura di molti campi, fece seguito una terribile carestia (1932-33) che comportò altri sei milioni di morti.

Nel ‘36 Stalin dichiarò ufficialmente costruito il socialismo (con la nuova Costituzione) e iniziata la costruzione del comunismo. Stalin sapeva però bene che il socialismo non era stato costruito affatto: reintrodusse quindi contemporaneamente - e sviluppò al massimo - alcune forme di repressione già attuate da Lenin su frange proletarie corrotte, e cioè l’epurazione (che divenne una sorta di setacciatura periodica, a turno, di tutti senza eccezione gli strati proletari). Introdusse inoltre la ‘rieducazione mediante il lavoro’ (forzato), allargando a dismisura la rete dei lager creata da Lenin per la rieducazione dei nemici di classe (si andò così formando lo sterminato “arcipelago gulag” descritto poi con tanta efficacia da Solgenìtsin: alla morte di Stalin, nel ‘53′ vi erano rinchiusi 15 milioni di proletari: la mortalità vi era elevatissima, ben pochi ne uscivano vivi). Introdusse infine, un indottrinamento quotidiano obbligatorio (almeno un’ora al giorno per ogni cittadino lavoratore).

Di queste tre forme di repressione quella che toccava più direttamente i membri del partito e in genere i detentori del potere era senza dubbio l’epurazione, la quale giorno dopo giorno, con le sue metodiche fucilazionì, così come setacciava gli altri strati, ‘purificava’ imparzialmente a turno (con o senza processi) anche gli strati dell’apparato comunista. Si pensi per esempio che nell’anno 1937 furono fucilati ben 400.000 ‘comunisti fedeli’. E non soltanto dei livelli inferiori: infatti delle 31 persone che fecero parte dal 1919 al 1938 dei politburo di Lenin e di Stalin, 19 complessivamente vennero fucilate, 2 si suicidarono, 4 morirono di morte naturale, solo 6 (Crusciov, Mikojan, Molotov, Kaganovic, Voroscilov e Andreev) sopravvissero a Stalin.

Non esiste un computo esatto delle perdite umane: Solgenitsin e gli altri dissidenti sovietici parlano in genere di 60 milioni.

Fonte: http://www.romacivica.net

Gli italiani nei Gulag

Durante gli anni Trenta, il terrore staliniano colpì duramente le comunità straniere che vivevano in Unione Sovietica e, fra queste, anche quella italiana conobbe l’esperienza della persecuzione e della deportazione nei Gulag. Sospettati, nella maggior parte dei casi, di attività antisovietica e di spionaggio, alcune centinaia di italiani, per lo più emigrati politici e giunti in URSS negli anni Venti, morirono fucilati dopo processi sommari o subirono lunghe sofferenze nei campi di lavoro forzato. A questa vicenda di dolore e di morte si aggiunse, negli anni della seconda guerra mondiale, la dura esperienza della deportazione e del lavoro coatto nelle colonie per gli italiani che vivevano a Kerc’, in Crimea, questi ultimi discendenti di famiglie pugliesi trasferitesi in Russia sin dal XIX secolo.

Dal libro : Arcipelago Gulag

A. Solgenicyn, Arcipelago Gulag, Mondadori, Milano 1984

 

Se agli intellettuali di Cechov, sempre ansiosi di sapere cosa sarebbe avvenuto fra venti‑quarant’anni, avessero risposto che entro quarant’anni ci sarebbe stata in Russia un’istruttoria accompagnata da torture, che avrebbero stretto il cranio con un cerchio di ferro, immerso un uomo in un bagno di acidi, tormentato altri, nudi e legati, con formiche e cimici, cacciato nell’ano una bacchetta metallica arroventata su un fornello a petrolio («marchio segreto”), schiacciato lentamente i testicoli con uno stivale, e, come forma più blanda, suppliziato per settimane con l’insonnia, la sete, percosso fino a ridurre un uomo a polpa insanguinata, non uno dei drammi cechoviani sarebbe giunto alla fine, tutti i protagonisti sarebbero finiti in manicomio. E non soltanto i personaggi cechoviani, ma nessun russo normale dell’inizio del secolo, ivi compresi i membri dei Partito socialdemocratico dei lavoratori (bolscevichi), avrebbe potuto credere, avrebbe sopportato una tale calunnia contro il luminoso futuro. Quanto si addiceva ancora allo zar Aleksej Michajlovic, e pareva oramai barbarie sotto Pietro, tutto questo, nel pieno fiore dei grande secolo ventesimo, in una società ideata secondo un principio socialista, negli anni quando già volavano gli aerei, erano apparsi il cinema sonoro e la radio, fu perpetrato non da un unico malvagio, non in un unico luogo segreto, ma da decine di migliaia di belve umane appositamente addestrate, su milioni di vittime indifese.

Oggi la leggenda scritta e verbale attribuisce esclusivamente all’anno’37 la prassi delle colpe inventate di sana pianta e delle torture.

terre di mezzo

 

 

 

 


A gennaio AIRC dà il buon anno alla ricerca sul cancro con l’iniziativa “Le Arance della Salute”.

Basta un contributo associativo minimo per ricevere in omaggio una reticella di arance, di qualità e provenienza garantite, contrassegnate dal marchio dell’Associazione.

Questo contributo consente di fare il pieno di vitamine, far del bene alla ricerca e diventare Soci AIRC per un anno.
Un’idea così salutare, visto che le arance sono fra i protagonisti di una corretta alimentazione, viene diffusa da una campagna pubblicitaria e concretizzata dai Comitati Regionali AIRC che, grazie all’impegno dei volontari, animano le piazze di tutta Italia in una giornata di festa e di incontro.

 

 

 

 

 

http://www.airc.it/


terre di mezzo

Il nome l’abbiamo scelto

 

avendo in mente quei luoghi desolati,

 

eppure talvolta splendidi,

 

che dividono due nazioni,

 

due modi di essere,

 

due culture.

 

Terre di mezzo,

 

Terre di nessuno.

 

Le attraversi veloce,

 

dopo aver varcato un confine.

 

Ti senti un poco straniero.

 

Nessuno si ferma.

 

Ce ne sono tante

 

di queste “terre di mezzo”

 

nella vita,

 

frontiere invalicate,

 

luoghi ed esperienze

 

attraversati in fretta.

 

senza quasi alzare lo sguardo;

 

spazi dove l’altro

 

non solo è uno straniero,

 

ma forse anche un nemico.

 

Incominciare ad abitare

 

le terre di mezzo,

 

e farle ridiventare terre di tutti.

 

E’ il nostro augurio.”

 

http://www.terre.it/

 

 

 

 

Al mondo “irreale” detto “terra di mezzo” voglio riferire tutte le nostre
emozioni quando non hanno ancora una loro forma precisa, o le nostre
sofferenze in quello stato di limbo, di vaghezza.. che le riconduce, piano,
alla loro terra d’origine nella quale noi, forse, non vorremmo più tornare.

Ma soprattutto mi rivolgo a chi soffre nella malattia:
“Vorrei poteste considerare “terre di mezzo” luoghi di passaggio tra la
malattia e la salute, là dove costruiamo la speranza e la forza per
ricondurci ancora al benessere, alla vitalità, ed ancora alla vita.”

Pronti per un nuovo volo

prodi piange sfiduciato


prendila così

E adesso?

“bisogna che tutto cambi perchè tutto resti uguale” da “il gattopardo”

forse qualcuno penserà “lasciamo che tutto cambi affinchè tutto resti come prima”

Non è questa la politica degli ultimi anni?

la chanson des vieux amants

 Renè Magritte, Les Amants

La chanson des vieux amants
Jacques Brel

Bien sûr, nous eûmes des orages
Vingt ans d’amour, c’est l’amour fol
Mille fois tu pris ton bagage
Mille fois je pris mon envol
Et chaque meuble se souvient
Dans cette chambre sans berceau
Des éclats des vieilles tempêtes
Plus rien ne ressemblait à rien
Tu avais perdu le goût de l’eau
Et moi celui de la conquête
Mais mon amour
Mon doux mon tendre mon merveilleux amour
De l’aube claire jusqu’à la fin du jour
Je t’aime encore tu sais je t’aime
Moi, je sais tous tes sortilèges
Tu sais tous mes envoûtements
Tu m’as gardé de pièges en pièges
Je t’ai perdue de temps en temps
Bien sûr tu pris quelques amants
Il fallait bien passer le temps
Il faut bien que le corps exulte
Finalement finalement
Il nous fallut bien du talent
Pour être vieux sans être adultes
Oh, mon amour
Mon doux mon tendre mon merveilleux amour
De l’aube claire jusqu’à la fin du jour
Je t’aime encore, tu sais, je t’aime
Et plus le temps nous fait cortège
Et plus le temps nous fait tourment
Mais n’est-ce pas le pire piège
Que vivre en paix pour des amants
Bien sûr tu pleures un peu moins tôt
Je me déchire un peu plus tard
Nous protégeons moins nos mystères
On laisse moins faire le hasard
On se méfie du fil de l’eau
Mais c’est toujours la tendre guerre
Oh, mon amour…
Mon doux mon tendre mon merveilleux amour
De l’aube claire jusqu’à la fin du jour
Je t’aime encore tu sais je t’aime.
(La chanson des vieux amants)

 Certo ci fu qualche tempesta
anni d’amore alla follia.
Mille volte tu dicesti basta
mille volte io me ne andai via.
Ed ogni mobile ricorda
in questa stanza senza culla
i lampi dei vecchi contrasti
non c’era più una cosa giusta
avevi perso il tuo calore
ed io la febbre di conquista.
Mio amore mio dolce meraviglioso amore
dall’alba chiara finché il giorno muore
ti amo ancora sai ti amo.
So tutto delle tue magie
e tu della mia intimità
sapevo delle tue bugie
tu delle mie tristi viltà.
So che hai avuto degli amanti
bisogna pur passare il tempo
bisogna pur che il corpo esulti
ma c’é voluto del talento
per riuscire ad invecchiare senza diventare adulti.
Mio amore mio dolce mio meraviglioso amore
dall’alba chiara finché il giorno muore
ti amo ancora sai ti amo.
Il tempo passa e ci scoraggia
tormenti sulla nostra via
ma dimmi c’é peggior insidia
che amarsi con monotonia.
Adesso piangi molto dopo
io mi dispero con ritardo
non abbiamo più misteri
si lascia meno fare al caso
scendiamo a patti con la terra
però é la stessa dolce guerra.
Mon amour
mon doux, mon tendre, mon merveilleux amour
de l’aube claire jusqu’à la fin du jour
je t’aime encore, tu sais, je t’ame. 

 In questa splendida canzone c’è l’essenza tutta dell’amore, l’ amore al di là del tempo e della ragione, l’amore che perdona e l’amore che implora, l’amore indifferente ai segni del tempo, l’amore denso di chi si è amato a lungo e si ama ancora a dispetto di tutto, del tradimento, del dolore, dell’abbandono, della follia. L’amore cieco. L’amore.

Battiato canta Brel
 

decoro e trasparenza

 

Ho scelto la “categoria” sentimenti per scrivere questo breve post …ma non so perché, non so ancora cosa scriverò.
Probabilmente è questo bisogno di comunicare, questo prepotente germoglio d’intuito che mi dice che, oltre questo monitor, io ho incontrato i “sentimenti”, mi sono imbattuta in essi, li ho riconosciuti e spesso fatti miei. Sentimenti d’ogni tipo.
Ho letto post che parlavano d’amore e dove l’amore pretendeva, reclamava il suo diritto d’esistere. Ho letto post dove la solitudine emergeva dolorosa e post dove emergeva un dolore solitario, e non è lo stesso. Ho letto post dove la politica era sovrana e non ammetteva repliche al parere. Post dove la politica era moderata e accettava il confronto, anzi lo pretendeva.
Ho letto magnifiche storie e incontrato magnifici pensieri, e splendide parole. Richieste d’aiuto e solidarietà hanno nutrito il mondo dei blogger.
Siamo ormai una forza e dobbiamo prenderne atto, ma anche e soprattutto assumendoci le nostre responsabilità, dobbiamo trasmettere affidabilità, ragionevolezza, dobbiamo essere saggi e sensati…per nutrire questo progetto di comunicazione globale, perché la cosa importante è che noi siamo liberi, non abbiamo padroni, non c’è linea editoriale, non c’è regola a cui sottostare, se non una, ma fondamentale, che si traduce in due parole: il decoro e la trasparenza.