Monthly Archive for Marzo, 2008

dedico questa giornata a lei…

ALDA MERINI

Mi sono innamorata
delle mie stesse ali d’angelo,
delle mie nari che succhiano la notte,
mi sono innamorata di me
e dei miei tormenti.
Un erpice che scava dentro le cose,
o forse fatta donzella
ho perso le mie sembianze.
Come sei nudo, amore,
nudo e senza difesa:
io sono la vera cetra
che ti colpisce nel petto
e ti da larga resa.

Man Ray: lee miller

La mia poesia è alacre come il fuoco
trascorre tra le mie dita come un rosario
Non prego perché sono un poeta della sventura
che tace, a volte, le doglie di un parto dentro le ore,
sono il poeta che grida e che gioca con le sue grida,
sono il poeta che canta e non trova parole,
sono la paglia arida sopra cui batte il suono,
sono la ninnanànna che fa piangere i figli,
sono la vanagloria che si lascia cadere,
il manto di metallo di una lunga preghiera
del passato cordoglio che non vede la luce.
Alda Merini, da “La volpe e il sipario”
man ray
 MAN RAY

I due amanti

Ribaciami amore è

solo ieri

che mi hai sfiorato la lingua

con il verbo del tuo violino,

acino d’uva il tuo fallo

che posi sul granbo migliore.

Rimani e ascolta

l’ultimo respiro di vita

che si libera dai miei capelli.

MAN RAY
GIOVANI NUTI E ALDA MERINI IN CONCERTO 


Click

 

- Ciao, avevo bisogno di parlarti ma eri irraggiungibile, da almeno due ore! -

- Potevi venire a cercarmi se era così urgente… dall’ultimo incontro non ti sei fatto sentire e ho pensato che fossi andato a Lucca senza salutarmi, come al solito. -

- La linea è disturbata, sento voci di sottofondo. Dove sei? -

- Al supermarket. -

- Fai rifornimento? -

- Al solito. Cosa devi dirmi di così urgente? -

- Non so da dove cominciare… sei stanca? -

- Cosa c’entra adesso la stanchezza? Mi allarmi e poi mi chiedi se sono stanca? Cosa devi dirmi? Fai in fretta per favore. -

- Beh, come dire…c’è un problema. -

- Che problema, ti va di fare il misterioso? Vuoi dirmi cosa c’è ? -

- Ho incontrato una persona… -

- Che persona?! -

- Una donna.. -

Silenzio.

- Pronto? -

- Una donna …che conosci? Un’amica? -

- No, no…una persona nuova. -

- Una persona nuova? Ma che diavolo significa una persona nuova?!  –

- Insomma a Lucca lo sai come va, la sera in albergo… un’angoscia! Dopo il lavoro ti rilassi, ma sei solo… e poi ho visto lei. L’hanno sistemata al mio tavolo. -

- Al tuo tavolo…-

- Già, il ristorante dell’albergo era pieno. Io solo, lei sola…poi abbiamo parlato. Abbiamo passato la serata insieme. Mi ha chiesto di entrare un attimo nella sua camera, per il bicchiere della staffa. Ero sbronzo e abbiamo…insomma, hai capito.-

- Bastardo! Certo che ho capito, e me lo dici così…al telefono! -

- Volevo che lo sapessi. -

- Ma che bravo, volevi che lo sapessi…e così ti sei sciacquato la coscienza! E speri che ti perdoni? E me lo dici al telefono perché non hai il coraggio di guardarmi in faccia? Sei un maledetto bastardo, un verme schifoso!! E non ti aspettare che ti perdoni, hai capito? Volevi l’assoluzione? No, non l’avrai!!! Vai fuori dai coglioni, non farti più sentire, esci dalla mia vita!!… Mio Dio, non posso urlare così, mi guardano, sono in mezzo alla gente, maledetto, maledetto!!!-

- Mi rendo conto, non mi aspetto nulla, hai ragione. Non potevo tacere, ma è meglio così. Mi aspettavo la tua reazione. Ciao.-

Silenzio.

- Ciao? Ehi che significa ciao? Non hai altro da dirmi? Che mi stai facendo, dimmi? Che mi stai facendo? -

- Urli. Risolvi tutto con le urla, ma non puoi sempre urlare, non puoi urlare. Ti sto dicendo che ti lascio, che ti ho tradita, che ho smesso di amarti. -

- No, non puoi, non puoi così, non così, non subito. Dobbiamo parlare! -

- Lo stiamo facendo. -

- No, tu lo stai facendo!! Tu!! Io non c’entro con questa storia, io non ti sto lasciando, non io, non io!!! -

- Signora, il carrello! Ha lasciato il carrello pieno alla cassa. Signoraaa! -

- Bastardo, maledetto bastardo! -

- Finiamola qui, basta! Ne ho abbastanza. Basta! -

Singhiozzi.

- Noooo, ti prego ti scongiuro!!! Noooooooooo! -

- Signora attenta!!!! L’autobus!! Attentaaaaaa! -

Stridore di freni.

- Mio Dio correte!!!! Aiuto!!!! La donna bionda, aiutooo!!! L’autobus l’ha presa in pieno!! Chiamate un’ambulanza!! -

- Virginia! Virginia!!?? -

- C’era qualcuno al telefono… mio Dio! Rifate quel numero presto, sbrigatevi. Rifate quel numero! -

- Pronto! -

- Si…?-

- Era al telefono con una signora bionda, alta, molto giovane? Mi dispiace signore, c’è stato un incidente. Le dico dove siamo. Deve venire subito qui! -

- Deve esserci un errore! Non stavo parlando con nessuno…ah si, c’è stata una telefonata. Un errore, qualcuno che ha sbagliato numero. Spiacente!-

- Click -

 

 

un onesto rettangolo

 incisione realizzata da una ragazza detenuta nella casa circondariale di Empoli (archivio Papucci).

 

 

Finisce un giorno, ne comincia un altro, così irrimediabilmente verso la fine.

Si sente impotente a cambiare la sua vita, impotente verso colpe che non ha commesso.

Lunga la notte la stringe in un cerchio.

“Sono disperata, ma non è che il mio dramma. Migliaia, milioni di persone disperate si muovono su questa terra come su questo solco di mondo ingoiato dall’incredulità, che è il mio.”

Ha rifugiato in questo onesto rettangolo tutti i sogni e le aspirazioni custodendoli con diligenza, richiamando alla memoria il passato, ingoiando il presente come un acido boccone e ha immaginato, agognato il futuro come un’apparizione, un miracolo santo.

“Verrà domani.”

Parole girano ancora al buio intorno alla testa ormai quasi vuota a formare un grande anello, e cerca ad occhi serrati quelle immagini che appaiono e scompaiono alle primi luci dell’alba, quando le palpebre pesano ancora gonfie di sonno: volti sconosciuti che si succedono sorridenti o malinconici,donne che si imbellettano davanti ad uno specchio antico, gonne larghe inamidate, tende rosse damascate.

Lunghi capelli argentei , all’angolo, in fondo alla grande stanza, scrutano il giovane volto incorniciato…e poi ancora e ancora altre visioni arrivano a popolare il buio pesto e desolato di esigui e sudici metri quadrati: altri mondi abitati da folletti, gnomi, esili elfi… e il bosco scompare sotterrato da un vecchio fontanile e cicciute signore avanzano altere, spalle erette a mostrare i seni gonfi, con le conche per l’acqua quasi animate di  misteriosa fierezza sul capo eretto.

“Verrà domani.”

E gli occhi intorpiditi tentano di scrutare l’ultimo spicchio di strada illuminato tra le vecchie sbarre arrugginite.

Sente allentare i legami del suo tessuto nel mondo, cedere, e stringe i pugni che sanguinano come arance schiacciate. Le unghie taglienti e incolte dolgono insieme alle ferite.

“Domani, forse…”

E una piccola figura si insinua pigra tra lei e il buio. Una piccola figura dai capelli di serpente, ma appena la scorge ecco che essa scompare ingoiata dal nulla.

Sente odore di vaniglia, annusa avida.

Scorge ancora l’esile figura avanzare tra boschi bui e fitti, nascondersi tra i tronchi furtiva.

Una volta, anni, forse secoli fa, ricorda di aver visto una massa di fiori tra alberi come quelli, come fossero stati abbandonati là e invece erano radicati alla terra, robusti.

Gli occhi si chiudono ancora sotto il peso di un sonno crudele che non le riserva nessuna pietà.

La sua speranza legata al filo di un aquilone incerto genera ancora:

“Domani…”

Ma un orrendo incubo la scuote ed urla! C’era un ratto ad inseguirla in un mondo sotterraneo, più oscuro del suo.

“Tutto a posto?” urla la voce.

E sente assicurare la chiave nella toppa che torna indietro di un giro, e poi ancora avanti, impietosa. 

 

Ho scritto questo breve racconto pensando alle donne detenute innocenti . La storia si snoda attraverso gli incubi, i sogni e i pensieri della protagonista , nell’autonomia dell’inconscio che si muove  altrove, nella speranza di una libertà privata, a prescindere dalle sbarre.

 

L’immagine della donna come criminale e come detenuta risulta difficile da registrare: in parte perché quello della devianza femminile è un mondo abbastanza sconosciuto, e in parte perché quest’idea è dissonante rispetto a tutto ciò che siamo abituati a pensare sul ‘femminile’.

Quindi, la realtà delle donne ‘dietro le sbarre’ e le loro storie, diventano un panorama nuovo da esplorare e capire: i numeri della criminalità e quelli della detenzione differiscono sensibilmente fra uomini e donne, sia per tipologia dei delitti che per modalità di somministrazione ed espiazione della pena. Questo è un dato che avvicina la statistica al senso comune, infatti si può leggere sul sito http://www.giustizia.it

fonte: www.tempiespazi.toscana.it

per chi avesse ancora voglia di sognare…

ecco una fiaba semplice semplice, scritta da me.

C‘era una volta, in un paese lontano, una fanciulla di nome Viola dai capelli biondi come il grano che viveva con la sua mamma e il suo papà ai piedi di una montagna in una casetta piccola piccola con il tetto rosso e le persiane verdi, nascosta tra gli alberi di un folto bosco.

Non molto lontano si ergeva un castello circondato da un fossato colmo fino all’orlo di un’acqua limpida che scendeva dalla montagna. Là regnavano un re e una regina con i loro due figli, il primogenito famoso per la sua bellezza ed il secondogenito famoso per la sua bontà.

Dal suo balcone Viola poteva scorgere il giardino del regno dove fiorivano delle rose bellissime.

Un giorno lo sguardo della fanciulla incontrò quello del principe bello che stava passando a cavallo davanti alla casina e il suo cuore si mise a battere forte forte alla vista di quei lineamenti incantevoli. Il giovane, dopo un attimo di esitazione, con lusinghe piene di grazia riuscì a impadronirsi del suo cuore e da quell’istante in poi la fanciulla non fece altro che cantare con la sua voce argentina sperando che il principe bello, attirato dal suo canto, scendesse ancora a valle.

Nella reggia il principe buono ascoltava quel canto e uscendo nel folto giardino osservava da lontano la fanciulla che cantando danzava con grazia. Il principe allora desiderò conoscere la fanciulla ma sapeva in cuor suo che non doveva nutrire speranze, perché i cuori delle belle giovinette fino a quel momento erano appartenuti tutti a suo fratello.

Il principe bello, ogni mattina, davanti allo specchio dorato e scintillante, si adornava delle sue vesti più sfarzose e usciva a cavallo senza curarsi della fanciulla che trepidante aspettava di incontrarlo.

Un giorno decise di seguirlo a sua insaputa lungo un sentiero segreto. Si trovò allora innanzi a un antichissimo faggeto con alberi immensi dalla frondosa chioma, ai cui rami erano appesi ogni sorta di gioielli sottratti al tesoro di famiglia.

I folletti del bosco, alla vista della splendida fanciulla le si fecero tutti intorno e intonarono con lei un canto melodioso.

Il principe a quel punto si accorse della presenza di Viola e si lisciò i capelli mandando indietro la testa con un gesto superbo. Quando Viola notò la sua espressione fredda e altera si incupì e non riuscì più a proseguire il suo canto gioioso.

Lasciò i folletti e corse senza meta e senza mai voltarsi indietro, se ne andò per monti e valli e boschi, finché trovò un giardino incantato. La in mezzo c’era un albero con perle incandescenti che luccicavano fra i rami. Viola s’arrampicò su per il tronco e vide che sotto ogni perla c’era una scritta “questa perla è sbocciata per una buona azione del principe Leopoldo”- Allungò una mano per cogliere la perla perfetta e sentì una grande gioia attraversargli all’improvviso il cuore. Quando ridiscese dall’albero stringeva nel pugno la piccola perla e all’improvviso sentì salire alla gola un canto gioioso. Incominciò a cantare e il suo canto si espanse oltre i monti e le valli.

Il principe buono intanto sentiva la tristezza inondargli il cuore e non ebbe più voglia di uscire in giardino ad ascoltare quel canto, ma il suo fedele garzone amava molto il suo signore e lo prese dolcemente per mano e lo condusse fuori. Si fermarono accanto alla fontana d’argento, la più bella del giardino del palazzo, da dove scorreva un’ acqua limpida e fresca. ll principe si distese ad ascoltare lo zampillio dell’acqua ,chiuse gli occhi, due o tre gocce gli bagnarono il volto e senti il cuore riempirsi di speranza, si alzò e si incamminò piano rasente agli alberi, senza fretta, raggiunse e sellò il suo cavallo bianco e andò al galoppo inseguendo il canto melodioso.

Arrivato nel giardino incantato i suoi occhi incontrarono quelli chiari della fanciulla che gli sorrise senza interrompere il canto.

Il principe ringraziò Dio per quel prodigio, davanti a lui c’era la fanciulla dei suoi sogni con il viso leggiadro e la voce da usignolo. Le rivolse la parola disse: – Ah, se tu potessi amarmi per quello che sono! – Viola non rispose ma i suoi occhi rimasero incantati dal sorriso del principe buono. Da ogni angolo sbucarono allora piccoli gnomi saltellanti e gioiosi. Accesero un fuoco e cominciarono a cantare a giocare e a danzare intorno alla fiamma rossa e scintillante. I canti erano sempre più alti e nessuno avrebbe potuto ascoltarli senza restare stregato . Il principe si avvicinò a Viola tendendo la mano e cominciarono a danzare anche loro. Arrivarono allora i folletti del bosco e anche loro danzarono. Subito Viola sentì sparire ogni ingiustizia dal mondo e una nuova forza penetrò le sue vene. Ella disse: – Cos’è questa gioia che sento nel cuore?- Ballarono tutta la notte e quando spuntò l’aurora gli gnomi e i folletti, gli elfi e tutti gli spiritelli buoni del bosco sparirono per un istante e poi tornarono con brocche traboccanti di acqua della vita e ad un tratto nei cuori della fanciulla e del principe scomparve ogni residuo di dolore, e l’alba bianca e splendente li accolse ancora festosa. –Sorridete! – disse – e con il vostro sorriso, tutto il mondo sarà liberato dall’ingiustizia e dal dolore. -E quando l’ebbero fatto, tutto il firmamento fu avvolto dall’incanto e il principe buono e la fanciulla si strinsero in un abbraccio e si innamorarono all’istante l’uno dell’altra.

-Mio Dio!- esclamò la fanciulla – è l’alba e i miei genitori saranno disperati!-

Tornarono veloci verso casa e ai piedi sembrava avessero le ali.

Arrivati davanti alla casetta di Viola trovarono il papà e la mamma sulla porta ad aspettarla.

Il principe si fece subito avanti e disse facendo un inchino: - Sono il principe Leopoldo e ho accompagnato a casa vostra figlia che si era persa nel fitto del bosco.

I due genitori lo fecero subito accomodare in casa a disagio di fronte alla presenza regale.

Il principe sorrise poi si voltò verso Viola la guardò e disse ad alta voce: - posso chiedervi la mano di vostra figlia? Se mi vorrà sposare verrà al castello con me .

I genitori acconsentirono e la fanciulla gridò di gioia stringendosi al principe che non potè fare a meno di chinarsi a baciarla sulle labbra. E così raggiunsero il castello insieme facendo il loro ingressodavanti agli occhi sbalorditi del principe bello.

Il giorno dopo il re e a regina, che si innamorarono a prima vista di Viola, ordinarono di preparare tutto per le nozze che vennero celebrate con la più grande gioia.

Il principe bello, superbo e arrogante, non assistette alla cerimonia perché non riteneva Viola all’altezza della famiglia reale. Anche se il re e la regina ancora non erano a conoscenza dei tesori sottratti alla corona presto l’avrebbero saputo e avrebbero punito severamente la sua disonestà.

ed ora un video da:

 

 

 

lavocedellecose

Fiabe africane:

l’uccello che faceva il latte


Da una raccolta di fiabe del centro Africa, narrate con l’aiuto di oggetti diversi…performing arts spettacolo teatro narrazione gioco burattini educazione fiabe miti puppets marionnettes