Monthly Archive for Novembre, 2008

Il venditore di sogni

              

                                                                                  

Nel centro di Parigi c’è un negozio che apre a mezzanotte in punto. Lo apre un signore basso, con la barba bianca e un cappellino in testa. Nel suo negozio non c’è niente che si possa acquistare.

Ma c’è una grande sala, con un divano e brandine con materasso, che occupano tutto lo spazio.

Ma chi va in questo negozio? Quelli che non riescono a dormire. Si presentano al signore, gli dicono cosa fanno nella vita. Poi lui pensa un po’, e regala un sogno. Allora i clienti vanno a sdraiarsi sul divano o su un materasso e, dopo che il signore basso ha pronunciato la formula di rito, dormono. 

Una notte nebbiosa d’inverno, mentre una pioggerella sottile stava bagnando le strade di Parigi, una lussuosa “Mercedes” nera si fermò davanti alla porta del negozio, poco dopo la mezzanotte. Dalla portiera, che l’autista gallonato teneva aperta, ne uscì un uomo corpulento, che indossava un pesante cappotto nero ed aveva al collo una sciarpa di seta bianca. La grande lobbia nera, calcata sulla testa, impediva di vedergli chiaramente il volto, già di per sé poco visibile per la scarsa luce dei lampioni, che illuminavano la strada. Non si riusciva a vedere la faccia dell’autista: la pelle era di un nero profondo.

L’uomo corpulento diede, in una lingua sconosciuta, una qualche istruzione all’autista, il quale, salito sulla vettura, scomparve rapidamente con essa. Nel buio della notte rimase solamente l’uomo corpulento. La luce degli occhi ed il bianco sorriso, che l’autista aveva fatto quando aveva ricevuto le istruzioni, erano scomparsi con lui.

Sullo spesso vetro scuro della porta del negozio c’era scritto, in lettere dorate sbiadite dal tempo: “Laboratorio del dottor Spalanzani – Solo su appuntamento”. Nella vetrina a fianco della porta, il manichino di un uomo e quello di una donna giacevano accasciati, completamente nudi, su due sedie di paglia, come se fossero profondamente addormentati.

L’uomo corpulento suonò il campanello e la porta si aprì lentamente da sola. Entrò in una piccola anticamera e, mentre cercava di guardarsi attorno, un cono di luce gli cadde repentinamente addosso, da un faretto del soffitto, investendolo. Le pareti ed il soffitto dell’ingresso erano completamente ricoperti da stoffa di raso nero.

“Buona sera, doktor Reiner! Benvenuto! La stavo aspettando. Il locale è stato riservato a lei, come richiesto” disse un signore basso con la barba bianca e un cappellino in testa, che si era materializzato, senza che l’uomo corpulento se ne fosse accorto. “Buonasera dottor Spalanzani” rispose Reiner, visibilmente soddisfatto di esser stato riconosciuto e che tutto era stato osservato e fatto come desiderava.

Spalanzani spostò una pesante tenda nera ed introdusse Reiner in una grande sala - con un divano e brandine con materasso, che occupavano tutto lo spazio - dalla quale uscì un odore dolciastro. Anche la sala era tutta tappezzata con la stessa stoffa di raso nero, soffitto compreso.

“Lei sa quale è il rito? Desidera qualche ausilio, prima che incominciamo con l’analisi?” chiese Spalanzani. “Sì, lo so! No! Grazie! Fumerò un mio sigaro” rispose con rudezza Reiner, così dimostrando un qual certo nervosismo. “Perché non prova uno dei miei, può esserle di grande aiuto nella prova” insistette, in modo mellifluo, Spalanzani, facendo un gesto che lasciava chiaramente intendere quale era l’origine dell’odore dolciastro della sala. “No! Grazie”.

“Desidera mettersi più comodo?” chiese Spalanzani. “No! Grazie! Mi slaccerò solamente la cravatta. Riposerò seduto sul divano” rispose Reiner, questa volta con tono più rilassato.

A richiesta di Spalanzani, Reiner si presentò e disse cosa faceva nella vita. Spalanzani, dopo aver pensato un po’, pronunciò la formula di rito. Poco dopo Reiner si addormentò profondamente, dopo essersi tolto gli occhiali dalle grosse lenti cerchiate d’oro. Nella stanza rimase solo la luce fioca di una lampada art Déco, posta su di un tavolinetto, in un angolo.

 

Dopo qualche ora, Reiner si presentò nel piccolo ufficio attiguo alla grande sala, dove Spalanzani stava armeggiando attorno ad un fornello elettrico, con il chiaro intento di preparare un caffè. “Buongiorno, doktor Reiner! La prego, si accomodi. Le offro un buon caffè” disse Spalanzani. Reiner si sedette su di una sedia ad una scrivania rococò, dove, dall’altro lato, in una grande poltrona di pelle scura, si sprofondò Spalanzani. Un cucù rifece il suo annuncio per cinque volte. Il profumo del caffè già inondava la stanza.

“Vedo che qui da me, finalmente, è riuscito a dormire. Vuole che parliamo un po’? Vuole raccontarmi il suo sogno?” incalzò Spalanzani

Reiner ingurgitò il caffè - arricchito da tre cucchiaini di zucchero, rimescolati a lungo - ed una serie di pastiglie di tutti i colori, che aveva estratto da un portapillole d’argento. Quindi, incominciò a parlare sottovoce, stentatamente, snocciolando lentamente il contenuto del suo sogno.

“Ero ritornato all’epoca della mia infanzia. Era la notte della vigilia di Natale ed i miei genitori mi avevano messo a letto presto, in attesa che arrivasse Santa Klaus. Sotto le coperte, nella grande stanza fredda, sentivo il vento sibilare tra le finestre ed i miei chiacchierare a bassa voce, attorno al fuoco, che si stava spegnendo, nel camino in cucina.

Pensavo e ripensavo alla letterina che avevo scritto a Santa Klaus ed aspettavo, con ansia, l’arrivo delle prime luci dell’alba, per vedere se i miei desideri fossero stati realizzati.

Il vento aumentava di intensità ed immaginavo che con esso venissero trasportati anche dei fiocchi di neve, come spesso succedeva in quale periodo. Pensavo: ce la farà il povero vecchio ad arrivare con quel tempaccio, con i suoi doni? e se il maltempo gli avesse impedito di arrivare a casa mia … avrei potuto avere l’oggetto dei miei desideri, oppure avrei dovuto attendere il prossimo Natale per completare il progetto, che avevo iniziato, con l’aiuto di mio padre?

Tra questi dubbi ed angosce, avevo stentato a prender sonno, ma alla fine, mi ero addormentato profondamente, stanco di attendere.”

Dopo una prolungata pausa, Reiner si tolse gli occhiali dalle grosse lenti cerchiate d’oro e si stropicciò gli occhi. Quindi riprese il filo del suo sogno, parlando sempre sottovoce, sempre lentamente.

“Mi risvegliavo dopo qualche ora quando i mie genitori, entrati nella mia stanza con il lume a petrolio in mano - la lunga notte invernale non era ancora finita - mi scuotevano, dicendo: ”E’ arrivato Santa Klaus! E’ arrivato Santa Klaus!”

Ed allora vedevo, finalmente - accanto al piatto che andando a letto avevo messo vuoto vicino alla finestra e che al mio risveglio era pieno di dolciumi - l’oggetto dei miei desideri … la caldaia a vapore del mekano, che mi avrebbe permesso di mettere in moto la locomotiva del treno, che con mio padre stavo costruendo”.

Per quasi un minuto ci fu un gran silenzio nel piccolo studio, attorno alla scrivania rococò.

“Bene! Molto bene! Ma questo è un sogno bellissimo. Che cosa c’è di strano in esso? Perché quell’aspetto contristato, doktor Reiner? Che cosa la sta affliggendo?” commentò Spalanzani, alzandosi dalla poltrona.

“ In effetti … nella realtà che il sogno riprende … non fu esattamente tutto così. E’ vero, era il Natale del 1944. E’ vero, il sogno riprende esattamente quanto ricordo, da sempre, che accadde quella notte della vigilia di Natale nella casetta di campagna, non molto lontano da Nürnberg, dove vivevamo. Però, purtroppo, quando allora mi risvegliai non trovai la caldaia a vapore, che avevo desiderato, ma un modellino di un “Panzer Tiger“, che tanto gloriosamente stava difendendo la nostra Patria, sui campi di battaglia. Ricordo ancora, con angoscia, la svastica dipinta sul muso anteriore ed ai lati della torretta e … il cannone che sparava scintille quando il carro armato si muoveva - sotto la spinta della sua molla di latta - facendo un rumore metallico con la ghiera che strusciava sulla pietra focaia.”

Reiner non disse più nulla. Si alzò rapidamente dalla sedia, si infilò il cappotto e salutando Spalanzani disse precipitosamente: “Grazie dottor Spalanzani! Grazie di tutto! Ritornerò, ritornerò presto. Ho tanto bisogno del suoi sogni!”

Spalanzani vide Reiner infilarsi nella lussuosa “Mercedes” nera - che lo aspettava davanti al negozio con il motore acceso – e ripartire in gran fretta.

Vedendo scomparire l’uomo corpulento, Spalanzani pensò che era la prima volta che gli capitava di dover prendersi cura dei problemi dell’inconscio di un trafficante d’armi.
 

Ing. Manlio Moggioli

 

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oggi su corriere.it

 

Il neopresidente Usa si è detto pronto a rivedere le leggi restrittive

Il Vaticano frena le scelte di Obama:
«No alle cellule staminali embrionali»

Il presidente del Pontificio Consiglio per la Salute: «Non servono a nulla. Si a quelle adulte e dal cordone»

Barack Obama (Afp)
Barack Obama (Afp)

CITTÀ DEL VATICANO - Se il tema è quello delle cellule staminali embrionali, il Vaticano non esita a mettersi di traverso anche al neoletto presidente Usa: «Non servono a nulla e finora non c’è mai stata una guarigione». Sì invece alle cellule staminali adulte e a quelle del cordone ombelicale. È questa la posizione espressa dal cardinale Javier Lozano Barragan, presidente del Pontificio Consiglio per la Salute, alla domanda se il Vaticano è preoccupato per la posizione di Barack Obama che si è dichiarato pronto a rivedere le leggi restrittive. «Le cellule staminali sono veramente da considerare secondo i progressi della scienza attuali. Gli scienziati lo dicono chiaramente - ha detto Barragan, presentando in Vaticano la Conferenza Internazionale sul tema "La Pastorale nella cura dei Bambini malati", dal 13 al 15 novembre - fino adesso le cellule staminali embrionali non servono a nulla e finora non c’è mai stata una guarigione. Quelle che invece hanno una valenza positiva sono quelle del cordone ombelicale e le cellule staminali adulte».

SCIENZA E FEDE, NESSUNA CONTRADDIZIONE - Alla domanda sul rapporto tra scienza e fede, Barragan ha risposto: «In linea di massima non c’è nessuna contraddizione tra scienza e fede. Se noi consideriamo che ogni persona ha una grande dignità - ha aggiunto - mai si può prendere una persona per un mezzo. Il principio fondamentale è questo: ciò che costruisce l’uomo è buono, quello che lo distrugge è cattivo. Nessun uomo - ha concluso - può essere usato come mezzo per far vivere un altro.

TROPPI BAMBINI ENTRO I PRIMII 26 MESI DI VITA - Quattro milioni di neonati muoiono ogni anno entro i primi 26 giorni di vita, troppi, secondo il presidente del Pontificio consiglio per la Salute, card. Javier Lozano Barragan, mentre occorre fare ogni sforzo per salvarli, assicurando loro la massima assistenza, sanitaria e spirituale. Il riferimento è alla mancata rianimazione dei neonati con gravi malattie, praticata in alcuni Paesi e sulla quale il Vaticano ha riaperto il dibattito.

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Hopper - Crewdson

 

Edward Hopper -
Morning in a City

Gregory Crewdson

Penso si tratti di un grande artista ampiamente personalista (per quanto riguarda i suoi lavori) nonostante i canoni del realismo americano. I suoi dipinti trasudano di una sensibilità particolare caratterizzata dall’isolamento, dalla solitudine, da una malinconia e un’inquietudine che puoi sentire, che puoi quasi toccare con mano.
Nel suo realismo c’è l’essenza stessa della solitudine del quotidiano, realista, a volte spietata, che spesso ad occhi disattenti sfugge.
Adoro le tinte forti, la luce, e l’uso degli stili architettonici delle scene rappresentate nei suoi dipinti.Mi piace il gioco rigido di luce e ombra così in perfetta armonia, il suo modo di dipingere è stato all’avanguardia con quel tocco perpetuo di definitivo abbandono.
Il suo modo di ritrarre scene di vita quotidiana dei suoi giorni..viste con i suoi occhi, teatri quasi vuoti, caffé di notte illuminati dove non si vede quasi nessuno, una figura, forse due, rischiarate dalla luce vivida dei lampioni. Donne e uomini in totale abbamdono o estraniati dal resto del mondo come a custodire un dolore unico, privato…questo mi piace di Edward Hopper e il desiderio che i suoi dipinti mi infondono…entrare un attimo in quella realtà.

E amando Hopper ho scoperto Gregory Crewdson, un grande fotografo che mi ricorda moltissimo l’illustre pittore.

Le sue foto ritraggono il mondo in apparenza idilliaco dell’America contemporanea con opere altamente suggestive e ambigue, inquietanti. Sono immagini dove la teatralità è emergente e si nutre di elementi fantastici usati come metafore delle nevrosi, con una raffinata costruzione della  situazione psicologica dei suoi protagonisti nel preciso istante in cui vengono fotografati, un regista dunque oltre che uno straordinario fotografo. 

F.

 

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