la storia denuncia


Con gioia e rammarico cambierò casa. Lascerò una casa di relativamente nuova costruzione all’interno di una riserva naturale, il parco dell’Insugherata, per andare a vivere in un vecchio palazzo d’epoca (1923) senza ascensore, nel cuore del vecchio quartiere storico di Roma, San Lorenzo, scenario del bombardamento del 19 luglio 1943 una data indimenticabile per San Lorenzo, la più importante nella storia del quartiere. Là si respira la storia, e intensa, palpabile, vive di vita propria la memoria dei caduti. Amo San Lorenzo.
 

Roma, i giorni dei bombardamenti alleati sul quartiere di San Lorenzo. L’Italia più tragica dolorosamente ferita, vivrà tutte le difficoltà del procurarsi del cibo. Comparirà il fenomeno della cosiddetta “borsa nera” e si vivrà con i razionamenti e le tessere. Nell’immagine un gruppo di uomini mangia in una pausa del lavoro di rimozione delle macerie.

( fonte ministero per i beni e le attività culturali): www.internetculturale.it/genera.jsp?id=193

19 luglio 1943: cadevano le bombe come neve

“Romani! Abbandonate le vostre case se sono in prossimità di stazioni ferroviarie, aeroporti, caserme. Rifugiatevi lontano dagli obiettivi militari che le forze armate dell’aria Alleate possono bombardare. Romani! Questo è un avviso urgente. Non credete alla propaganda di Mussolini. Mettetevi in salvo.”

Così recitava il testo stampato sulle migliaia di volantini che furono sparsi dal cielo su Roma durante la notte tra il 18 e il 19 luglio del 1943.

Per tutta risposta il Prefetto della capitale assicurò che si trattava della solita guerra psicologica degli alleati e che era meglio liberare le strade da quei messaggi funesti e pericolosi per evitare che la gente si allarmasse inutilmente.

Più o meno allo stesso modo la pensava anche Carlo Scorza, segretario del partito nazionale fascista: “Ho dato ordini severissimi; – disse in occasione del lancio dei primi 120.000 volantini da parte degli alleati (era il 15 luglio) – chi li raccoglie e se ne impossessa viene arrestato per disfattismo.” Bravo!

Intanto, proprio il 19, il duce-luce era a Villa Gaggia, presso Feltre, a sorbirsi, muto, l’ennesima sfuriata del fuhrer che non ne voleva proprio saperne di prestare qualche milizia al baluardo italiano posto in difesa della Sicilia contro lo sbarco alleato.

 Ma Roma, d’altra parte, era inattaccabile: chi volete che la tocchi – si diceva – con tutti quei monumenti, l’arte, il Papa, il Vaticano! Nessuno la puote nemmanco sfiorare.

Eppure la chiesa la pulce nell’orecchio gliel’aveva messa al regime: vedi che ormai siamo lì lì; mi sa che la guerra sta per finire e le cose si mettono male, e pure Roma corre i suoi rischi. Perché non la dichiariamo città aperta?

Macchè… niente! E infatti alle 11,02 del 19 luglio, dopo una preparazione che durava dal 24 giugno, iniziò il bombardamento sul quartiere San Lorenzo di Roma. A dare l’ordine del primo raid fu il tenente puntatore Owen Gibson: 662 bombardieri e 268 caccia americani partirono dalle basi alleate in Libia, Tunisia e Algeria alla volta di Roma.

Uno dei B-17 era pilotato da un certo Clark Gable, 42 anni. Via col vento era uscito nel 1939.

 

Gli aerei degli alleati si erano alzati fino a 20.000 piedi, i cosiddetti “Venti angeli sopra il cielo” (più o meno 6.000 metri), in modo che la Difesa contraerea territoriale non potesse minacciarli con missili la cui gittata non raggiungeva quell’altitudine. Gli alleati persero due aerei… due su 900.

E anche le forze aeree italiane ebbero poche perdite, solo tre aerei… certo… tre su 38! Quella era la potenza che il maestoso esercito di Mussolini era in grado di scatenare nei cieli. E pensare che l’aviazione, nelle premesse del regime doveva essere il fiore all’occhiello dell’esercito italico.

L’attacco delle 11,02 fu seguito da altri cinque bombardamenti, fino alle 13,35.
In poco più di due ore furono sganciate circa 4.000 bombe, per un totale di 1.060 tonnellate di esplosivo. Furono colpiti gli scali ferroviari Littorio e San Lorenzo e gli aeroporti Littorio e Ciampino, e poi qualche ospedale e un paio di chiese.

Lo scopo era, oltre che quello di interrompere il flusso di truppe e rifornimenti verso la Sicilia (gli Alleati vi erano sbarcati una decina di giorni prima) e di rendere inagibili gli aeroporti romani dai quali partivano i bombardieri contro Malta e contro le navi alleate nel Mediterraneo, era anche quello, ancora più strategico, di sferrare un duro colpo a quello che era ormai diventato il centro nevralgico di un paese in chiara difficoltà, ormai troppo subalterno all’altro capo dell’Asse, in modo da indurlo a ritirarsi dal conflitto, fino alla resa definitiva.

 

L’attacco, nonostante nei libri di storia non trovi un grande spazio, sortì quasi immediatamente i suoi effetti politici, perché, appena sei giorni più tardi, il fascismo si ritrovò in ginocchio: nella notte del 25 luglio, Mussolini fu messo in minoranza nel Gran Consiglio, e quindi destituito e arrestato.

Nonostante le intenzioni degli alleati nel voler colpire solo obiettivi militari, i morti furono quasi 3000 (secondo fonti non ufficiali), e tra loro molti civili, il 40% dei quali morirono intrappolati nei rifugi nei quali la cittadinanza aveva cominciato a ritirarsi solo alcuni minuti dopo la caduta della prima bomba.

Quasi 3000 morti, si diceva, anche se le fonti ufficiali del regime riducevano a 717 il numero totale. Qualcosa m’induce a pensare che avessero ragione le fonti non ufficiali: 717 morti per 4000 bombe? Mah, mi pare strano! 


San Lorenzo – Francesco De Gregori

Cadevano le bombe come neve,
il diaciannove luglio a San Lorenzo.
Sconquassato il Verano,
dopo il bombardamento.
Tornano a galla i morti
e sono più di cento.

Cadevano le bombe a San Lorenzo
e un uomo stava a guardare la sua mano,
viste dal Vaticano
sembravano scintille,
l’uomo raccoglie la sua mano
e i morti sono mille.

E un giorno, credi, questa guerra finirà,
ritornerà la pace e il burro abbonderà
e andremo a pranzo la domenica,
fuori Porta, a Cinecittà,
oggi pietà l’è morta,
ma un bel giorno rinascerà
e poi qualcuno farà qualcosa,
magari si sposerà.

E il Papa la mattina da San Pietro,
uscì tutto da solo tra la gente,
e in mezzo a San Lorenzo,
spalancò le ali,
sembrava proprio un angelo con gli occhiali.

E un giorno, credi, questa guerra finirà,
ritornerà la pace e il burro abbonderà
e andremo a pranzo la domenica,
fuori porta, a Cinecittà,
oggi pietà l’è morta,
ma un bel giorno rinascerà
e poi qualcuno farà qualcosa,
magari si sposerà. 

“Cadevano le bombe come neve, il 19 luglio a San Lorenzo” canta De Gregori nel 1982 in San Lorenzo (l’album è “Titanic&rdquoWink, e il problema dei morti se lo pone: prima i morti “sono più di cento” e dopo un poco “i morti sono mille.”

Alla fine, De Gregori non lo dice, ma i morti sono anche più di mille, un poco meno di tutte quelle bombe che “viste dal Vaticano sembravano scintille.” Quel Vaticano lontano. Quel Vaticano tenuto a debita distanza da quella nevicata di esplosivo.

E subito dopo? Chi c’era in mezzo alla gente? C’era Mussolini? No, non c’era. Mussolini stava per cadere e non aveva tempo. Solo nella notte tra il 22 e il 23 si recò a San Lorenzo per una toccata e fuga.

Subito dopo in mezzo alla gente c’era la gente, anche quella degli altri quartieri di Roma, quella stessa gente che non si era neppure accorta del bombardamento e che non voleva credere a chi se l’era visto piombare addosso. E poi c’era il Papa, quello delle scintille, che accorse tra le macerie; e fu una delle fotografie più famose del ‘900.

E quella foto a De Gregori deve aver detto qualcosa, tanto da ispirargli una delle sue solite canzoni: la voce sciorinata con poesia, il gorgoglio della gola a imitare un mandolino soffocato, e le immagini semplici, forti ed eterne, come il Verano sconquassato, l’uomo che guarda la sua mano e “un angelo con gli occhiali” che spalanca le ali.

 

E intanto qualcuno credeva che la guerra sarebbe finita di lì a poco. Che la vita sarebbe diventata di nuovo quella di sempre.

Qualcuno pensava che di lì a poco si sarebbe ricominciato a fare le cose solite, come “andare a pranzo la domenica, fuori Porta, a Cinecittà”, e che tutto sarebbe finito (“ritornerà la pace e il burro abbonderà&rdquoWink, quasi a voler sotterrare insieme alle bombe il dolore e la paura di un epilogo ancora lungo da venire.

Tutto sottoterra, tutto, il dolore e la paura, tutto sotto lo spesso strato di speranza che De Gregori, forse poco romanzescamente, ci soffia contro con un pizzico di retorica anch’essa figlia di quel dolore e di quella paura: “oggi pietà l’è morta, ma un bel giorno rinascerà”.

[Dario Coriale]

 http://www.arealocale.com/default.asp?action=article&ID=1689

 

Vincenzo Massari- acrilico su tela – "notte di San Lorenzo"

Non vorrei pensieri crudeli in questa notte di San Lorenzo, in questa magica notte di stelle cadenti che se ne vedi una e la catturi con gli occhi quella speranza nascosta nel cuore può diventare verità. Eppure nostalgici pensieri nutriti di crudeltà arrivano piano a smarrire il mio sogno, il mio tempo. "Dove ci ha portato questo lungo tragitto?" Vorrei chiedere a chi ha fatto un pezzo di strada con me. Perché a volte non riconosco il volto nello specchio? Perché le notti lontane mi sembrano più vive, più vissute, più spesse, ed ora c’è tutto questo rimestio nel cuore? Cosa manca a questa donna matura che ha l’amore del suo uomo, di sua figlia, che corrisponde amore?
Questo pensiero che dalla testa serpeggia diritto al cuore e trafigge e penetra e resta, un pensiero crudele si, dove nasce? Nel rimpianto? Nel  rimpianto di non avervi accanto ora che siete andati e mi avete lasciata in prima fila?

Pensatemi stanotte amori miei lontani, ingoiati dal cielo.

Francesca (da "pensieri crudeli"Wink 

 

La notte del 10 agosto, ogni anno, gli occhi degli italiani nel mondo si rivolgono speranzosi al cielo, per cogliere al volo una stella cadente.
Se scientificamente la caduta delle stelle è da imputarsi al passaggio, all’interno dell’orbita visiva terrestre, degli asteroidi della costellazione Perseo (detti appunto Perseidi), culturalmente la pioggia di stelle è stata elaborata in modo più poetico.

Questa notte è infatti, da tempi immemori, dedicata al martirio di San Lorenzo, dal III secolo sepolto nell’omonima basilica a Roma, e le stelle cadenti sono le lacrime versate dal santo durante il suo supplizio, che vagano eternamente nei cieli, e scendono sulla terra solo il giorno in cui Lorenzo morì, creando un’atmosfera magica e carica di speranza.
In questa notte, infatti, si crede si possano avverare i desideri di tutti coloro che si soffermino a ricordare il dolore di San Lorenzo, e ad ogni stella cadente si pronuncia la filastrocca "Stella, mia bella stella, desidero che…", e si aspetta l’evento desiderato durante l’anno.

Nella tradizione popolare, le stelle del 10 agosto sono anche chiamate fuochi di San Lorenzo, poiché ricordano le scintille provenienti dalla graticola infuocata su cui fu ucciso il martire, poi volate in cielo. Anche se in realtà San Lorenzo non morì bruciato, ma decapitato, nell’immaginario popolare l’idea dei lapilli volati in cielo ha preso piede, tanto che ancora oggi in Veneto un proverbio recita "San Lorenzo dei martiri innocenti, casca dal ciel carboni ardenti"."San Lorenzo" martirizzato, in un dipinto do P.P. Rubens, Monaco, Alte Pinakothek. 

Questa tradizione è così radicata e evocativa che anche il grande poeta Giovanni Pascoli vi dedicò un canto, chiamato X agosto, in cui rievocò la morte del padre ucciso in un’imboscata proprio quel giorno.

 
 

X AGOSTO
di Giovanni Pascoli

 

San Lorenzo, io lo so perché tanto
di stelle per l’aria tranquilla
arde e cade, perché si gran pianto
nel concavo cielo sfavilla.
Ritornava una rondine al tetto:
l’uccisero: cadde tra i spini;

ella aveva nel becco un insetto:
la cena dei suoi rondinini.
 

Ora è là, come in croce, che tende
quel verme a quel cielo lontano;
e il suo nido è nell’ombra, che attende,
che pigola sempre più piano.
 

Anche un uomo tornava al suo nido:
l’uccisero: disse: Perdono;
e restò negli aperti occhi un grido:
portava due bambole in dono.
 

Ora là, nella casa romita,
lo aspettano, aspettano in vano:
egli immobile, attonito, addita
le bambole al cielo lontano.

E tu, Cielo, dall’alto dei mondi
sereni, infinito, immortale,
oh! d’un pianto di stelle lo inondi
quest’atomo opaco del Male!

www.NottediSanLorenzo.it 

 

 


ma san lorenzo racconta anche altro…

per non dimenticare…

 
 

Regia: Vittorio Taviani, Paolo Taviani.
Scenegg.:
V. Taviani, P. Taviani, Tonino Guerra.
Italia 1982

La notte di San Lorenzo è uno splendido dipinto della campagna toscana, che fa da scenario ad un avvenimento di atrocità della nostra storia.

Il film è ambientato nel 1944 durante le ultime fasi della guerra di liberazione, con nazisti, fascisti sullo sfondo di un popolo indifeso percorso da brividi e terrore, ma con un brivido di speranza verso la libertà. Le immagini del film percorrono la folla ondeggiando tra un ricordo personale e una memoria comune.

Film minuzioso, articolato, ma deliberatamente di chiave semplice come una favola ricca di volti e di espressioni e amalgama di sentimenti, di visioni anticipatorie, di ricordi e immaginazione, di presentimenti e disperazione, di racconto che si appoggia sui pensieri di fantastici e struggenti desideri.

Film vibrante dove chi guida è una voce femminile fuori campo che comincia il racconto di una storia in un paese, San Miniato, passato attraverso episodi di terrore e scontri tra partigiani e tedeschi. un capolavoro di equilibrio tra il lato fiabesco contadino e la dura realtà di una popolazione.
 
Questo film parla di un viaggio: quello che un gruppo umano (ma anche i suoi singoli componenti, cioè ogni uomo) deve fare per uscire dall’oppressione e cercare la libertà. A ben vedere, questo viaggio riguarda ogni essere umano – e per ogni singolo uomo esso ha un esito particolare, irripetibile – ma il film ci dice che questa ricerca ha maggiori prospettive di successo se è condotta insieme ad altri, in un gruppo che agisce coralmente, affidandosi alla guida della propria parte più saggia (Galvano).
Il desiderio di difendersi dall’oppressione riguarda tutti: tutto il paese di S.Miniato si è riunito nelle cantine di un compaesano più ricco per difendersi dalla rabbia dei fascisti e dei tedeschi in rotta, all’arrivo degli alleati e sotto l’attacco dei partigiani.

Fonti:

http://www.lombardiacultura.it/
http://www.cinemavvenire.it/

Il Morandini

 

manifestazione del 1° maggio 1886

Non so parlare di politica e in generale preferisco non parlarne ma c’è un rifiuto in me che oggi, come in un’altra occasione in passato, ho bisogno di esplicitare: Il rifiuto della violenza morale, del sopruso e della sopraffazione, della prevaricazione, che e’,e dovrebbe essere, il centro della lotta contro la politica inefficiente, qualunque essa sia. Esaminando la storia dei movimenti operai non posso fare a meno di rilevare che spesso si sono battuti insieme, e hanno manifestato fianco a fianco lavoratori di ogni colore politico che sono stati sempre e in ugual misura presenti e operanti. Sistema di potere e azione contro il potere sono due forze opposte che si battono da sempre, di qualsiasi colore il potere sia, ma questa lotta è un insuccesso per il sistema di potere stesso. I movimenti delle donne in passato sono stati il cuore della lotta contro il potere e anche della lotta antimafia. Il sistema di potere è una delle espressioni più evidenti di una forma di oppressione, naturalmente la peggiore forma di potere e di governo è il totalitarismo. Mi schiero contro ogni forma di sopraffazione e discriminazione: se non si riconosce questo si nega ogni evidenza storico-politica. Ho letto fiumi di libri sui gulag (che ancora fanno fatica a entrare nella coscienza dell’opinione pubblica) e sui campi di sterminio nazisti..senza elencarne troppi altri: è stato per me così sconvolgente che ho faticato a vedere il film “Il pianista” di Roman Polanski ( ne avevo visti già troppi sull’argomento, ma quello è stato particolarmente devastante). La nonviolenza è per me una scelta ideale e non politica e qualunque sistema di potere sia stato fondato sulla violenza ha avuto comunque un’eco drammatica d’opposizione che ha poi determinato ulteriori e inimmaginabili numeri di morti. Dunque morte chiama morte nell’eterna lotta al potere , violenza chiama violenza. Essere radicale è per me una scelta morale e non una scelta politica, in quanto è specificatamente "lotta contro ogni forma di sopruso o violenza". Il radicale trae ispirazione dal radicalismo che è un vastissimo orientamento di idee, più che una precisa formazione politica, sorto in Inghilterra nei sec.XVII-XVIII e che si è poi diffuso anche sul continente,al fine di portare un profondo rinnovamento in tutti i settori della vita politica. Credete che il mio modo di pensare sia utopico? Forse si…perchè non saranno mai abbastanza quelli dalla nostra parte fino a dimostrare la possibilità di un governo di "non potere" e di salvaguardia dei diritti più fondamentali dell’uomo. Senza esitazione alcuna scrivo quello che sto scrivendo anche se non avrei  voluto perché le mie idee si discostano dal motivo per cui io sono presente nella famiglia dei blogger. In difesa dell’oppresso non c’è sicuramente la violenza politica del potente quando non sostiene lo stato di diritto, quando non impedisce la guerra , quando non urla e scende in piazza con il popolo contro le barbarie ,contro la pedofilia, contro gli stupri, ma si limita ad affacciarsi a "porta a porta" per il discorsetto di circostanza (che pena, faccia a faccia, di diverso colore, si sputano in viso le reciproche le colpe), quando non si batte contro ogni forma di totalitarismo che sia o meno manifesta, quando ci priva dei beni basilari e sostanziali come quello di poter dichiarare con la nostra voce qual è il nostro pensiero. Cosa non accettabile per la dignità umana. Qualcuno mi ha detto che non posso esprimere così dichiaratamente le mie idee perché ci sono dei giovani che leggono i nostri post ed essendo uno spazio pubblico non posso farlo. Evviva la salvaguardia della libertà d’espressione! Questo mio scritto, queste mie idee sono per voi così dissacranti? Mettono in pericolo le fragili coscienze dei giovani? Bè, io le ho espresse con dignità e mi sento tranquilla, e qui mi fermo.

 

 
 
E così Ida iniziò la sua carriera di maestra, che doveva concludersi dopo quasi 25 anni…Ida trovò posto in una scuola non del suo quartiere San Lorenzo, ma assai distante, verso la Garbatella, (dove poi, col passare degli anni, in seguito a demolizioni, la sua scuola venne spostata al rione Testaccio.) Per tutta la strada, il cuore le batteva di spavento, fra la folla estranea dei tram, che la schiacciava e la spingeva in una lotta in cui sempre lei cedeva e restava indietro. Ma all’entrare in classe, già subito quel puzzo speciale di bambini sporchi, di moccio e di pidocchi la racconsolava con la sua dolcezza fraterna, inerme, e riparata dalle violenze adulte.
Prima dell’inizio di questa sua carriera, un pomeriggio piovoso d’autunno, Iduzza, sposata appena da pochi mesi, era stata scossa su al suo ultimo piano da un fragore di canti, urla e sparatorie per le vie sottostanti del quartiere. Difatti erano le giornate della "rivoluzione" fascista e in quel giorno ( 30 ottobre 1922) si andava svolgendo la famosa "marcia su Roma".
Una delle colonne nere in marcia, entrata in città per la Porta di San Lorenzo, aveva trovato una aperta ostilità in quel rione rosso e popolare, e prontamente s’era data alla vendetta, devastando le abitazioni lungo la strada, malmenando gli abitanti e ammazzando alcuni ribelli sul posto.
 
 
da "La Storia" di Elsa Morante
 
 
Brano tratto da "San Lorenzo racconti fotografici"
 
 
 

A mamma Ida, a Roma, a san Lorenzo, alla storia, a "La Storia", a Elsa

Francesca
 
Elsa Morante

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