poesie d’autore


Il mio secolo non mi fa paura

Il mio secolo non mi fa paura,
il mio secolo pieno di miserie e di crudeltà
il mio secolo coraggioso e eroico.
Non dirò mai che sono vissuto troppo presto
o troppo tardi.
Sono fiero di essere qui, con voi.
Amo il mio secolo che muore e rinasce
un secolo i cui ultimi giorni saranno belli:
il mio secolo splenderà un giorno
come i tuoi occhi.

Nazım Hikmet

 

Nazim Hikmet, Salonicco 1902, fu un caro amico di Pablo Neruda che raccontava quanto fosse alta la sua capacità di emozionarsi, quanto l’ amare fosse intensamente vissuto da lui, quanto non si preoccupasse di ridere a crepapelle o piangere di fronte a chiunque se ne avesse avuto l’urgenza, e soffrire infine fino a provare dolore fisico, ma a sollevarsi  poi con rinnovata forza col canto. Cantava prima piano e poi a squarciagola… così combatteva  le sue fragilità e sopportava le torture.

Il suo canto si alzava alto tra gli escrementi dove lo costringevano dopo averlo obbligato a camminare e camminare fino allo sfinimento. Avversario del regime di Kemal Ataturk fu condannato a 28 anni di carcere, accusato di incoraggiamento al tumulto, alla rivoluzione.  Per la sua liberazione nel ’49 firmarono a Parigi, tra gli altri, Sartre, Picasso e Robeson. Uscì dal carcere in seguito ad un’amnistia generale,  ma fu comunque braccato e tentarono per ben due volte di ucciderlo. Privato della cittadinanza  si rifugiò all’estero. Morì a Mosca a Mosca nel 1963.

Ma a noi è dato di dire…o solo pensare : "il mio secolo così coraggioso ed eroico?"

A voi, amici cari, fa paura questo nostro secolo?

F.

 

mallarmé ¨manet)

Occhi, laghi alla sola mia ebbrezza di rinascere
Altro dall’istrione che col gesto ridesta
Come piuma di lampade ignobili la cenere,
Ho bucato nel muro di tela una finestra.

Nuotando traditore con gambe e braccia sciolte,
A molteplici balzi, rinnegando nell’onda
Il falso Amleto! E  come se mille e mille volte
Per vergine sparirvi innovassi una tomba.

Ilare oro di cembalo che una mano irritò
Il sole tocca a un tratto la pura nudità
Che dalla mia freschezza di perla io esalai,

Rancida nera pelle quando su me è passata,
Ch’era tutto il mio crisma io ignorato, ingrato!,
Quel trucco dentro l’acqua perfida dei ghiacciai.

MALLARME’ Stephane (1842-1898)

 eugenio riotto - amanti - bronzo

Noi saremo, a dispetto di stolti e di cattivi che certo guarderanno male la nostra gioia,

talvolta, fieri e sempre indulgenti, è vero?

Andremo allegri e lenti sulla strada modesta che la speranza addita

senza badare affatto che qualcuno ci ignori o ci veda, è vero?

Nell’ amore isolati come in un bosco nero, i nostri cuori insieme,

con quieta tenerezza,  saranno due usignoli che cantan nella sera.

Quanto al mondo, che sia con noi dolce o irascibile,  non ha molta importanza.

Se vuole, esso può bene accarezzarci o prenderci di mira a suo bersaglio.

Uniti dal più forte, dal più caro legame, e inoltre ricoperti di una dura corazza,

sorrideremo a tutti senza paura alcuna.

Noi ci preoccuperemo di quello che il destino per noi ha stabilito,

cammineremo insieme la mano nella mano,

con l’ anima infantile di quelli che si amano in modo puro, vero?

PAUL VERLAINE



Dalle valanghe d’oro del vecchio azzurro, il giorno
Primevo e dalla neve immortale degli astri,
Un tempo i grandi calici tu ritagliasti intorno,
Per la terra ancor giovane, vergine di disastri,

Il gladiolo selvaggio, cigni dal collo fino,
E quel divino lauro dell’anime esiliate
Vermiglio come l’alluce puro del serafino
Che colora un pudore d’aurore calpestate,

Il giacinto ed il mirto, adorato bagliore,
E,- simile alla carne della donna, la rosa
Crudele, del giardino chiaro Erodiade in fiore,
Quella che uno splendente feroce sangue irrora!

Tu facesti il candore dei gigli singhiozzanti
Che mari di sospiri sorvola dolcemente
E per l’azzurro incenso dei pallidi orizzonti
In sogno lento sale alla luna piangente!

Osanna sopra il sistro e dentro l’incensiere,
Nostra Signora, osanna da questi nostri limbi!
E si disperda l’eco nelle celesti sere,
Estasi degli sguardi, scintillio dei nimbi!

O Madre, che creasti nel seno giusto e forte,
Calici in sé cullanti una futura essenza,
Grandi corolle con la balsamica Morte
Per lo stanco poeta roso dall’esistenza.