Archive for the 'arte e filosofia' Category

parole sante: Ascanio Celestini

L’amore stupisce 

 

L’amore no non è possibile
nel mondo fragile dei fiori
quando finisce il giorno
ti dice "ritorno",
ma tu resti fuori

L’amore no non è possibile
nel mondo fragile dei fiori
il petalo appassisce
il profumo svanisce
l’amore se ne va

Perché l’amore stupisce
tu non capisci e lui ti colpisce

Perché l’amore inquina
è come una multi-nazionale in Cina

Perché l’amore è un segreto,
ma io non ve lo dirò.
Perché l’amore è un segreto
ed essendo un segreto io non lo so.

L’amore no non è possibile
nel mondo critico dei liquidi
per stare un poco insieme
per fare una famiglia
ci vuole la bottiglia

L’amore no non è possibile
nel mondo critico dei liquidi
il sole è una dannazione
con l’evaporazione
l’amore se ne va

Perché l’amore stupisce
tu non capisci e lui ti colpisce

Perché l’amore inquina
è come una multi-nazionale in Cina

Perché l’amore è un segreto,
ma io non ve lo dirò.
Perché l’amore è un segreto
ed essendo un segreto io non lo so.

L’amore no non è possibile
nell’universo della fogna
c’ho tutti i miei parenti
in mezzo agli escrementi
il più pulito c’ha la rogna

L’amore no non è possibile
nell’universo della fogna
pure il più bello di natura
fa schifo e fa paura
l’amore se ne va

Perché l’amore stupisce
tu non capisci e lui ti colpisce

Perché l’amore inquina
è come una multi-nazionale in Cina

Perché l’amore è un segreto,
ma io non ve lo dirò.
Perché l’amore è un segreto
ed essendo un segreto io non lo so.

Forse l’amor, forse è possibile
tra innamorati cardiopatici
un bacio sulla bocca
il cuore scoppia
l’amore resta eterno
la vita se ne va

Perché l’amore stupisce
tu non capisci e lui ti colpisce

Perché l’amore inquina
è come una multi-nazionale in Cina

Perché l’amore è un segreto,
ma io non ve lo dirò.
Perché l’amore è un segreto
ed essendo un segreto io non lo so.

 

"parole sante" è il debutto discografico di ascanio celestini ed ha vinto il premio ciampi 2007 come miglior debutto discografico dell’anno. "parole sante" è anche un film dello stesso celestini, un documentario presentato alla festa del cinema di roma. noto soprattutto come attore teatrale, il nostro confeziona un disco d’autore, come da miglior tradizione italiana, in questo caso deandrè e gaber su tutti. musiche che spaziano dal cantautorato gentile ed acustico, a ballate tradizionali su cui poggia un particolare timbro vocale, pronto a raccontarci storie di gente comune, storie di gente che non ci sta a piegarsi a regole a loro sfavorevoli. celestini canta testi politici, canta dei precari, dei caduti di nassyria, di nicola calipari, di un mondo di asini, un punto di vista forse scomodo e trascinante, che spero abbia la giusta risonanza. bellissime "poveri partigiani", "noi siamo gli asini" (palesemente debitrice a fabrizio deandrè), la danzereccia "la rivoluzione", che apre il disco e "la morte del disertore". racconti tristi e reali, ma anche ironici o, se vogliamo, satirici che riescono a far riflettere. un esordio con il botto, capace di raccontare una situazione sociale che ci riguarda tutti, e forse è per questo che ha deciso di incidere un vero e proprio album, diretto e fruibile, con musica orecchiabile e parole taglienti.
u.musti

cd: fandango / edel

fandango
ascanio celestini - sito ufficiale -

Mon Rêve Familier

 

 Spesso mi viene in sogno bizzarra e penetrante

Una donna mai vista, che amo e che mi ama, 
Che con lo stesso nome si chiama e non si chiama 
Diversa e uguale m’ama e sempre è confortante. 
 
È per me confortante, e il mio cuore parlante 
Per lei soltanto, ahimé! Non è più cosa grama 
Per lei soltanto, in fronte del sudore la trama 
Lei soltanto rinfresca, con le lacrime piante. 
È’ bruna, bionda o rossa? Non mi è dato sapere. 
Il suo nome? Ricordo che è dolce e dà piacere. 
Come nomi diletti che la vita ha esiliato. 
 
All’occhio delle statue è simile il suo sguardo, 
Ed ha la voce calma, lontana, grave, il fiato 
 
Delle voci più care spente senza riguardo. 
Il mio sogno familiare

 

 

 

Mon Rêve Familier

Je fais souvent ce rêve étrange et pénétrant

D’une femme inconnue, et que j’aime, et qui m’aime,

Et qui n’est, chaque fois, ni tout à fait la même

Ni tout à fait une autre, et m’aime et me comprend.

Car elle me comprend, et mon coeur transparent

Pour elle seule, hélas ! cesse d’être un problème,

Pour elle seule, et les moiteurs de mon front blême,

Elle seule les sait rafraîchir, en pleurant.

Est-elle brune, blonde ou rousse ? 

Je l’ignore. Son nom ?

Je me souviens qu’il est doux et sonore

Comme ceux des aimés que la Vie exila.

Son regard est pareil au regard des statues,

Et pour sa voix, lointaine, et calme, et grave,

elle a L’inflexion des voix chères qui se sont tues.

Paul Verlaine(1844-1896)

sono una menzogna che dice la verità

 

Il limite estremo della saggezza è ciò che la gente chiama pazzia. Il verbo amare è uno dei più difficili da coniugare: il suo passato non è semplice, il suo presente non è indicativo e il suo futuro non è che un condizionale.

Man Ray Jean Cocteau 1922

 

L’11 ottobre 1963, Jean Cocteau si spense soltanto alcune ore dopo l’ultimo respiro di Édith Piaf alla quale si ispirò per un lavoro teatrale, Le bel indifférent.

Cocteau era un’artista dalle molteplici facce la cui “libertà”, che con esuberanza si sprigionava da ogni sua forma d’arte, sconcertava i suoi contemporanei. La sua vita fu un movimento perpetuo, durante la quale Cocteau ebbe difficoltà a farsi accettare ed anche se era costantemente circondato da “amici” egli non ebbe mai l’impressione di essere “gradito”, meno ancora sul piano delle relazioni amorose e sessuali, come se una maledizione pesasse sui suoi mille talenti, come se un gene malefico ristagnasse in lui conferendogli un’ambivalenza irriducibile causa della sua solitudine, come se in lui, a dispetto della sua stessa volontà, si agitasse un personaggio camaleontico dotato di un’identità fittizia."Sono una menzogna che dice sempre la verità" definì se stesso.

Romanziere, poeta, drammaturgo, cineasta, pittore, librettista, stilista, Jean Cocteau vestiva di ognuno il destino e come un bizzarro narciso cancellava il suo volto dallo specchio delle sue passioni e delle sue pazzie. Disegnatore cubista, poeta simbolista, cineasta sperimentale, drammaturgo neoclassico, fu un bambino terribile, un creatore esuberante , un inventore prolifico amato, forse, ma sicuramente anche odiato. Conobbe tutto ciò che la Francia e l’Europa avevano prodotto in ingegneria, in letteratura, musica, danza, cinema, ma soffrì di non essere riconosciuto nel suo giusto valore.

Le sue frequentazioni furono Marcel Proust, Anna di Noailles, Colette, André Gide, Guillaume Apollinaire, Pablo Picasso, Igor Stravinsky, Serge di Diaghilev, Vaslav Nijinski, Erik Satie, Cocco Chanel, la principessa Bibesco, Oscar Wilde, Ezra Pound, Jean Genet; ed i suoi amanti Paulet Thevenaz, Jean Desbordes, Marcel Krill, Jean Marais e Édouard Dermit.

Sua madre non contrastò la sua sessualità, e Jean le evitò il fastidio e la vergogna che poteva suscitare la sua omosessualità. Ma non se ne nascose mai veramente, al punto da essere duramente stigmatizzato per il suo orientamento, soprattutto durante la seconda guerra mondiale

 

solitudine amica nemica

Solitude_by_ashlux Solitude by ashlux (Acrylic paint. )

Ognuno di noi ha sperimentato la solitudine ed ognuno di noi l’ha vissuta, la vive in maniera diversa. Ambrogio Zaia, micropsicanalista e psicologo torinese in un suo saggio utilizza le parole del Piccolo Principe per aiutarci a capire. “Dagli uomini”, disse il Piccolo Principe, “coltivano cinquemila rose nello stesso giardino… e non trovano quello che cercano” “E tuttavia quello che cercano potrebbe essere trovato in una sola rosa o in un po’ d’acqua”… “Ma gli occhi sono ciechi. Bisogna cercare col cuore “ (Saint-Exupéry, 1943, pag. 108). Zaia è convinto che in queste poche parole sia espressa la condizione umana dei nostri giorni in quanto l’uomo tenta di trovare all’esterno il senso delle cose separandosi irrimediabilmente dal significato intimo e profondo delle cose stesse. Con le parole appena citate il Piccolo Principe lancia un indizio che Zaia sottolinea per percorrere una strada di ricerca del senso profondo della vita. “La solitudine tocca profondamente tutti gli uomini” dice Zaia e non si può annullare, ci accompagna per sempre, ma per alcuni può diventare la strada di una intima ricerca interiore.Etimologicamente il termine solitudine significa sperare composta da se e parare. La prima indica divisione, la seconda parto. (Quindi alla separazione della madre dal bimbo appena nato.) "Ci sono una molteplicità di solitudini "afferma ancora Zaia "quelle del creativo, dell’asceta o di colui che sente l’esigenza di ricercare un momento suo per ritrovare la parte spenta dell’ affanno di vivere" e ancora…"ho visto persone che avevano bisogno di condividere con gli altri la propria solitudine con la conseguenza di soffrirne ancora di più una volta separati., altre che hanno cercato di metabolizzare la solitudine utilizzando gli struimenti della cultura e si sono messi in gioco intimamente elaborando le esperienze di vita vissuta, sono persone che si sono messe faccia a faccia con il loro vuoto interiore, con la paura della morte e dell’abbandono." Metabolizzare la solitudine è quindi per Zaia un percorso di ricerca che dura tutta la vita e che rievoca i grandi dolori vissuti. Marcel Proust che scrisse “La Recherche” nel suo letto di infermo, ci suggerisce che la solitudine è la più grande forma di creatività perché “al di fuori della solitudine non può avere luogo quella attività creatrice”. Poi ci indica la lettura come terapia contro la solitudine perché “la sola disciplina che ha un influsso favorevole per scendere nelle profondità di quelle zone altrimenti inaccessibili del nostro animo dove si nasconde la verità” In Giacomo Leopardi l’ambizione di uscire dalla propria disperata solitudine si concretizza nell’urgenza di tuffarsi verso l’ aspettativa di grandi opere ed esorcizzarla con l’arte. ("l’armi, qua l’armi. Nessun pugna per te? Io solo combatterò, procomberò sol io. Dammi, o ciel, che sia foco agli italici petti il sangue mio.") Come “il passero solitario proverà solitudine, ma al contrario di lui rimpiangerà di non aver vissuto al meglio il suo tempo migliore. Nella solitudine, dice Leopardi l’uomo si gitta naturalmente a considerare e speculare sopra gli uomini nei loro rapporti scambievoli e sopra se stesso nei rapporti con gli altri e ancora Uno dei maggiori frutti che io mi propongo e spero dai miei versi, è che essi riscaldino la mia vecchiezza con il calore della mia gioventù e di assaporarli poi in quell’età per provare qualche reliquia dei miei sentimenti passati, e qui li lascio quasi in deposito per commuovere me stesso nel rileggerli e riflettere sopra quello che io fui Ancora dal Piccolo principe :“No”, disse il piccolo principe. “Cerco degli amici. Che cosa vuol dire addomesticare?” “E’ una cosa da molto tempo dimenticata. Vuol dire creare dei legami…” “Creare dei legami?” “Certo”, disse la volpe. “Tu, fino ad ora, per me, non sei che un ragazzino uguale a centomila ragazzini. E non ho bisogno di te. E neppure tu hai bisogno di me. Io non sono che una volpe uguale a centomila volpi. Ma se tu mi addomestichi, noi avremo bisogno l’uno dell’altro. Tu sarai per me unico al mondo, e io sarò per te unica al mondo”. “Comincio a capire”, disse il piccolo principe. “C’è un fiore… credo che mi abbia addomesticato…” Ma la volpe ritornò della sua idea: “La mia vita è monotona. Io do la caccia alle galline, e gli uomini danno la caccia a me. Tutte le galline si assomigliano, e tutti gli uomini si assomigliano. E io mi annoio per ciò. Ma se tu mi addomestichi, la mia vita sarà come illuminata. Conoscerò un rumore di passi che sarà diverso da tutti gli altri. Gli altri passi mi fanno nascondere sotto terra. Il tuo, mi farà uscire dalla tana, come una musica. E poi, guarda! Vedi, laggiù in fondo, dei campi di grano? Io non mangio il pane e il grano, per me è inutile. I campi di grano non mi ricordano nulla. E questo è triste! Ma tu hai dei capelli color dell’oro. Allora sarà meraviglioso quando mi avrai addomesticato. Il grano, che è dorato, mi farà pensare a te. E amerò il rumore del vento nel grano…” La volpe tacque e guardò a lungo il piccolo principe: “Per favore… addomesticami”, disse. “Volentieri”, rispose il piccolo principe, “ma non ho molto tempo, però. Ho da scoprire degli amici, e da conoscere molte cose”. “Non si conoscono che le cose che si addomesticano”, disse la volpe. “Gli uomini non hanno più tempo per conoscere nulla. Comprano dai mercanti le cose già fatte. Ma siccome non esistono mercanti di amici, gli uomini non hanno più amici. Se tu vuoi un amico addomesticami!” “Che bisogna fare?” domandò il piccolo principe. “Bisogna essere molto pazienti”, rispose la volpe. “In principio tu ti sederai un po’ lontano da me, così, nell’erba. Io ti guarderò con la coda dell’occhio e tu non dirai nulla. Le parole sono una fonte di malintesi. Ma ogni giorno tu potrai sederti un po’ più vicino…” Il piccolo principe ritornò l’indomani.(Saint-Exupéry, 1943). Che cos’è la solitudine allora? Amica o nemica? F.

il ricordo dell’oscurità

“La zona di tristezza in cui sarei entrato era così distinta dalla zona in cui soltanto un attimo prima mi slanciavo con gioia, così come in certi cieli una striscia rossa è separata da una striscia verde o da una striscia nera. Si vede volare un uccello nel rosa, sta per raggiungere il limite estremo, tocca quasi il nero, ecco vi è entrato. Ero talmente lontano, ora , da quei desideri in cui poco fa ero immerso, di andare a Guermantes, viaggiare, essere felice che la loro realizzazione non mi avrebbe procurato alcun piacere, come avrei dato tutto questo per poter piangere l’intera notte tra e braccia della mamma! Rabbrividivo, non staccavo gli occhi angosciati dal viso della mamma che non sarebbe apparso quella sera nella camera dove mi vedevo già con il pensiero, avrei voluto morire. E quello stato d’animo sarebbe durato fino all’indomani, quando i raggi del mattino, posando come il giardiniere la loro scala al muro rivestito di nastruzzi che si arrampivavano fino alla mia finestra, sarei saltato dal letto, per scendere in fretta in giardino senza più ricordarmi che la sera avrebbe recato sempre l’ora di lasciare la mamma.”

da “dalla parte di Swann”

marcel proust

 

L’avventura di Proust ne la Recherche non è quella di un personaggio classico, ma quella di una coscienza che si esprime attraverso la voce del narratore privilegiando l’analisi della vita interna, delle sensazioni, delle memorie e del sogno. Uno dei obiettivi “della ricerca” è di analizzare le trasformazioni che il tempo impone agli ambienti, agli esseri, alle sensazioni: Proust individua le leggi generali della psicologia dell’amore e delle emozioni. In questo viaggio scopre una realtà amara, ben diversa da quella che aveva sognato da bambino. Solo l’arte quindi può ridare alla vita deludente la sua unità ed il suo senso. Proust crede l’arte capace di recuperare il tempo e resuscitare la vita, il senso stesso della vita, dalla  sua bellezza fino alle sue sofferenze. Scrive in prima persona. Tutto il romanzo è scritto in prima persona, e la voce narrante appare continuamente nel romanzo, eccetto “in un amore di Swann” che costituisce un vero “romanzo nel romanzo”.

Sono l’osservatore che evoca gli eventi che ha vissuto e che prova a comprendere ed interpretare“.

All’inizio “della ricerca” tramite quest’eroe della memoria percorriamo i labirinti del suo passato. Ecco riapparire dunque le “diapositive” ingiallite dell’infanzia a Combray. Questa nuova commedia umana si svolge sotto i nostri occhi grazie alla voce quasi sussurrata ed estremamente viva del narratore. Attraverso lui, la vita scomparsa trova i suoi contorni, i suoi colori, il suo aspetto ed il suo soffio.

E’ meraviglioso!

Je suis désespéré de solitude

Quanto sei rimasto così Antonin, ad aspettare la tua follia?
Forse lui, l’uomo raggio, ha raccolto l’ultimo sguardo ancora vigile di sospetto nel mondo che a te sembrava corrotto, teatro di crudeltà. La piega amara della bocca, ancora qui così sensuale, quanto è rimasta ancora piena e turgida prima d’essere devastata dalla follia? Quanto hai sofferto Antonin? Di quanto ti sei privato? Seduttore di anime chiuso tra nere sbarre, disperato ormai di raggiungere la tua mente. Fermo al cuore, irrimediabilmente.

F.

”J’ajouterai à cela que j’ai besoin d’une femme qui soit uniquement à moi et que je puisse trouver chez moi à toute heure. Je suis désespéré de solitude. “

Extrait de”L’ombilic des Limbes, Le pèse nerfs”

Ci volle l’allargamento del dibattito a opera del movimento del’antipsichiatria degli anni Sessanta perché le visioni di Artaud trovassero un contesto adeguato.

“l’ elettroshoc, signor Latrémolière, mi avvilisce, mi toglie la memoria, m’intorpidisce il pensiero e il cuore, fa di me un assente che si vede assente e che erra per settimane alla ricerca del suo essere, come un morto accanto ad un vivo che non è più se stesso, che ne esige la venuta, ma da chi non può più entrare. Ogni volta mi restituisce a quegli abominevoli sdoppiamenti di personalità di cui ho scritto nella corrispondenza con Rivière. Se l’uomo che in lei mi ha compreso e amato, come mi ha dimostrato nello scorso mese d’agosto, perché quello è il suo irriducibile io personale, se quell’uomo, dico, fosse stato assolutamente presente negli ultimi giorni per niente al mondo avrebbe sopportato d’infliggermi ancora una volta i supplizi del sonno e dell’orribile intorpidimento mentale dell’ elettroshoc.”

da “Pazzi di Artaud” di Sylvere Lotringer

Antonin Artaud, poeta, attore, scrittore di testi memorabili come: Il teatro e il suo doppio, Eliogabalo, Van Gogh il suicidato della società, Viaggio nel paese dei Tarahumara, Correspondance avec Jaques Rivière, La révolution surréaliste, Per farla finita col giudizio di Dio.

A sessant’anni dalla morte Antonin Artaud ( Marsiglia i 4 settembre del 1896 - Ivry 4 marzo del 1948) resta al centro di una violenta polemica che ha coinvolto gli psichiatri dell’ospedale di Rodez, dove soggiornò per quasi tutta la durata della seconda guerra mondiale.

E’ stato spesso asserito che Artaud non aveva conosciuto la guerra, che era rimasto isolato dal mondo, isolato nella sua follia.

Nulla è più lontano dalla verità. Antonin ha conosciuto i campi di concentramento e il paradosso è che non li ha conosciuti in quanto ebreo, ma in quanto pazzo. Ma eri davvero pazzo Antonin?

Ed è qui che sei finito uomo splendido? In quest’immagine grottesca? Quanto ti hanno grattato via l’anima per ridurti così?
Quante unghiate? Quanti morsi?

In memoria di Antonin Artaud

F.

contro l’amore non c’è rimedio?

 

Contro l’amore non c’è
Rimedio alcuno, Nicia,
né unguento né polvere - io credo - lieve,
dolce farmaco.
Da te, persino l’anima mi farei bruciare, persino
L’occhio, che amo
Più di tutto
Mi tufferei da te, ti bacerei la mano
E bianchi gigli ti porterei
E il fragile papavero
Dai petali scarlatti.
Imparerò a nuotare
Così saprò perché
Vi è dolce abitare negli abissi.

TEOCRITO
Teocrito (SIRACUSA 310 a.C. -250 a.C ) fu un poeta greco

e ancora teocrito dice alla luna…

Su via splendi più bella, afin che teco
Favellar possa, e con Ecate inferna,
Che a’ pavida cagnuoli orrore ispira,
Quando di notte, d’artre faci al lume,
Va per le tombe degli estinti e il sangue

ma Ovidio dice

«Imparate da me a guarire, come da me imparaste ad amare»

i “Remedia amoris” - “Rimedi all’amore” - vogliono invece insegnare i mezzi (sono quasi “ricette”) con cui curare gli effetti nefasti dell’amore, in particolare degli amori sfortunati. 

 (Sulmona, Abruzzo 43 a.C. – Tomi, Mar Nero 17-18 d.C.)

Ma c’è rimedio contro l’amore? E poi, perché dovremmo trovare un rimedio?

immortalità

 

Il mondo è giunto all’orlo di un confine:
se lo supererà, tutto potrà trasformarsi
in follia, la gente
andrà per le strade con
una violetta in mano oppure
si ammazzerà al
primo incontro.
E basterà poco,
una goccia d’acqua,
per far traboccare il bicchiere:
magari che sulla strada ci sia una
sala macchine
un solo uomo, o un solo decibel in più.
C’è una specie di
confine quantitativo
che vietato superare
ma nessuno lo sorveglia
e probabilmente
nessuno sa che esiste.
da “L’immortalità” di Milan Kundera

Una donna di circa di sessant’anni, ai bordi di una piscina, esegue le istruzioni di un giovane maestro di nuoto. A lezione finita, esce dalla vasca, e dopo aver fatto qualche passo si volta a salutare il maestro. L’autore, che è in attesa di un amico, il professor Avenarius, la sta osservando, scrive: Quel sorriso e quel gesto appartenevano ad una donna di vent’anni! E poche righe dopo: Quel sorriso e quel gesto avevano fascino ed eleganza, mentre il volto e il corpo di fascino non ne avevano più.” E ancora: Ma la donna, anche se doveva sapere di non essere più bella, in quel momento l’aveva dimenticato.
Questo è l’istante che vive nell’immortalità.
Dal gesto di saluto nasce nella fantasia dell’autore la protagonista di questa storia: Agnes.. C’è sempre qualcosa nella realtà che ispira un artista, inevitabilmente.
Kundera non si limita a narrare …il sogno accompagna la storia raccontata..

Agnes sta passeggiando per le strade di Parigi, il fascino della città infranto dal caos:

 il mondo è giunto all’orlo di un confine; se lo supererà, tutto potrà trasformarsi in follia… . C’è una specie di confine quantitativo che è vietato superare, ma nessuno lo sorveglia e probabilmente nessuno sa neanche che esiste.

Ciò che ci circonda ha uno stretto collegamento con noi, qualcosa di più di una affinità con il nostro ego.
Ecco il tema che l’autore ci invita a seguire.. di vivere così come vogliamo vivere, di andare là dove vogliamo andare.

E Agnes, cerca questa libertà con una difesa contro quei sentimenti che minacciano la nostra individualità, compreso perfino l’amore.

Un percorso certamente difficile, quello disegnato dall’autore, una sorta di labirinto degli specchi, dove sempre incontriamo qualcosa che già abbiamo conosciuta e tuttavia non possiamo dire che ci appartenga.

Fonte: http://www.bartolomeodimonaco.it/

FRANCO LATTES, UNA PERSONA, UN ARTISTA, UN’ IDEA

 

Una breve biografia
Franco Fortini (pseudonimo di Franco Lattes), nato a Firenze il 10 settembre 1917, da padre ebreo e madre cattolica, ha compiuto i suoi studi nella città natale laureandosi in
lettere e in giurisprudenza. Fu espulso, in seguito alle leggi razziali, dall’organizzazione universitaria fascista. L’8 settembre 1943 si rifugia in Svizzera dove si unisce ai partigiani della Valdossola.
Dal 1945 si stabilisce a Milano, che diventa sua città d’adozione e dove, oltre all’insegnamento, svolge molteplici attività di copywriter, consulente editoriale, traduttore e, infine, come docente universitario di Storia della Critica all’ Università di Siena. Muore a Milano nel 1994.

(Della Brevità. 1971)

Scrive lungo altra gente.
Io scrivo corto. Rischio
davvero così poco?

Di stecco quasi vivo
fungo o vischio: Di morto
e secco, fuoco - o niente.

(Per M.C.)

Permalosa Maria,
che il tuo sguardo mi sia
più benevolo, prego. Dentro l’ombra
del disfavore tuo temo perire.
Heu ne nos sinas ire
usque ad inferni taetra
zabulorum loca
ove la fama editoriale è poca
e fuoco è d’ogni legna!
Sed duc ad angelorum docta regna
-voglio dire Pavia-
e di lassù ne insegna
dove e che cosa sia
l’avanguardia, se non la poesia.

(Per Roland Barthes)

Viene l’amico, una volta o due l’anno.
Siede, è la sua poltrona.
Insieme invecchiamo, insieme conosciamo,
l’uno per l’altro dramatis personae.

Così entrano i morti, i rimorsi così,
in Shakespeare, sotto le tende.
Ma tu questo ogni volta rammenti, ombra:di
rifiutare la benda.

(1959)

Bisogna convenire che il 1956, con il suo trionfo della Coscienza a fine gennaio e la sua umiliazione ai primi di novembre, è stato una prodigiosa tentazione, almeno nel nostro paese, per tutti coloro che si avviavano ai quarant’anni o li avevano da poco passati.

Quei nostri coetanei avevano dietro di sé due decenni, trascorso il primo fra fascismo e guerra, il secondo fra antifascismo e guerra fredda. Pensarono di aver ormai compiuto il proprio dovere e di poter capitolare con l’onore delle armi. Di aver dietro di sé, come dice Bretcht, le fatiche delle montagne e davanti a sé, tutt’al più, quelle delle pianure. Aggiungi che la maggior parte di costoro si vergognavano segretamente dei modi arcaici, provinciali e poco “scientifici” con i quali avevano sperato, lottato,subìto, amato, insomma vissuto da uomini e da politici. Molti di costoro provarono un perverso piacere a sentirsi ripetere da amici, e da poeti, chela loro vita era finita. Disgraziatamente, non solo continuavano a vivere ma erano entrati nell’età in cui, volere o no, si è gli “importanti” della vita nazionale.
Conosco versi di Leonetti che esprimono con mirabile concisione le alternative molto italiane di questa generazione e forse di quelle precedenti: ” Nell’esistere/ sé stessi non si effettua, si finisce/imperiali e bigotti ed arruffoni/o quei puri di cuore, malinconici/ che
più tardi si affannano per gli ossi, / cessata la vergogna”. Dove, è opportuno notarlo, imperiali, bigotti e arruffoni sono termini dai molti significati. Si può essere imperiali di qualunque impero, bigotti di molte devozioni, arruffoni cristallini, eccetera. Anche gli
ossi dei puri di cuore possono essere ossi lauti, onori, royalties opera omnia.

F.F

 FRANCO FORTINI: MARXISMO
da: Non solo oggi, Editori Riuniti, Roma.

Quelli che hanno la mia eta’ Marx l’hanno letto alla luce delle nostre guerre. Hanno sempre sentito chiamare marxista chi le potenze delle armi, del profitto o del potere avevano voluto ridurre al silenzio. “E tu come li chiami i popoli oppressi uccisi in nome di Marx?”, mi si chiedera’ ora; forse supponendo che non abbia trovato il tempo, finora, di chiedermelo. Rispondo che sono dalla mia parte. Li conto insieme a quelli che dal Diciassette, quando sono nato, sono nemici dei miei nemici, a Madrid come a Shanghai, a Leningrado come a Roma, a Hanoi, a Santiago, a Beirut… I cacciatori di “bestie marxiste” (cosi’ si esprimono) devono sempre aver avuto difficolta’ ad apprezzare le differenze teoriche fra marxiano, marxista, socialista, comunista, bolscevico e cosi’ via.
Mi spieghero’ meglio, per loro beneficio. C’e una foto russa, del tempo della guerra civile: un plotone di morti di fame, in panni ridicoli, cappellucci alla Charlot in testa, scarpe slabbrate; e a spall’arm i fucili dello zar. Questo e’ marxismo. C’e’ un’altra foto, Varsavia 1956, un giovane magro, impermeabile addosso, sta dicendo nel microfono, a una sterminata folla operaia che il giorno dopo l’Armata rossa, come a Budapest, puo’ volerli morti o deportati. Anche questo e’ marxismo.