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morsi d’affetto

 Migrate in Dream by *liquidkid1

Se arrivo diritta al tuo sogno, non spegnere la fessura sottile di luce che attraversa i tuoi occhi sotto le palpebre pesanti di sonno rimosso.

Lascia che illumini il mio cammino spento, lascia che sazi la mia fame arrugginita di morsi d’affetto.

nottata stanca

 

 

Nella nottata stanca le mani pallide si confondevano tra i capelli, mute.

 

La luce debole dei lampioni, intrisa di polvere, attraversava la notte filtrando dalle fessure delle grandi finestre chiuse e decorava un muro lercio di grasso del tempo, un’offesa incessante per gli occhi.

 

Poi, dopo un lieve sospiro doloroso, la donna si alzò ingoiando il nodo e cominciò a seguire piano con le esili dita il disegno offerto dai raggi artificiali.

 

Questo dono bastò a restituirle una speranza, una soltanto, ma sufficiente.

 

F.

 

sincope di una sbigottita memoria

                              dipinto di Marco Paolini “treno della memoria”

Mio Dio, chi siete? Cosa fate qui?
….non ricordo bene i  vostri volti appannati
che scivolano piano nei comparti stretti e nodosi
della mia sbigottita memoria!

Click

 

- Ciao, avevo bisogno di parlarti ma eri irraggiungibile, da almeno due ore! -

- Potevi venire a cercarmi se era così urgente… dall’ultimo incontro non ti sei fatto sentire e ho pensato che fossi andato a Lucca senza salutarmi, come al solito. -

- La linea è disturbata, sento voci di sottofondo. Dove sei? -

- Al supermarket. -

- Fai rifornimento? -

- Al solito. Cosa devi dirmi di così urgente? -

- Non so da dove cominciare… sei stanca? -

- Cosa c’entra adesso la stanchezza? Mi allarmi e poi mi chiedi se sono stanca? Cosa devi dirmi? Fai in fretta per favore. -

- Beh, come dire…c’è un problema. -

- Che problema, ti va di fare il misterioso? Vuoi dirmi cosa c’è ? -

- Ho incontrato una persona… -

- Che persona?! -

- Una donna.. -

Silenzio.

- Pronto? -

- Una donna …che conosci? Un’amica? -

- No, no…una persona nuova. -

- Una persona nuova? Ma che diavolo significa una persona nuova?!  –

- Insomma a Lucca lo sai come va, la sera in albergo… un’angoscia! Dopo il lavoro ti rilassi, ma sei solo… e poi ho visto lei. L’hanno sistemata al mio tavolo. -

- Al tuo tavolo…-

- Già, il ristorante dell’albergo era pieno. Io solo, lei sola…poi abbiamo parlato. Abbiamo passato la serata insieme. Mi ha chiesto di entrare un attimo nella sua camera, per il bicchiere della staffa. Ero sbronzo e abbiamo…insomma, hai capito.-

- Bastardo! Certo che ho capito, e me lo dici così…al telefono! -

- Volevo che lo sapessi. -

- Ma che bravo, volevi che lo sapessi…e così ti sei sciacquato la coscienza! E speri che ti perdoni? E me lo dici al telefono perché non hai il coraggio di guardarmi in faccia? Sei un maledetto bastardo, un verme schifoso!! E non ti aspettare che ti perdoni, hai capito? Volevi l’assoluzione? No, non l’avrai!!! Vai fuori dai coglioni, non farti più sentire, esci dalla mia vita!!… Mio Dio, non posso urlare così, mi guardano, sono in mezzo alla gente, maledetto, maledetto!!!-

- Mi rendo conto, non mi aspetto nulla, hai ragione. Non potevo tacere, ma è meglio così. Mi aspettavo la tua reazione. Ciao.-

Silenzio.

- Ciao? Ehi che significa ciao? Non hai altro da dirmi? Che mi stai facendo, dimmi? Che mi stai facendo? -

- Urli. Risolvi tutto con le urla, ma non puoi sempre urlare, non puoi urlare. Ti sto dicendo che ti lascio, che ti ho tradita, che ho smesso di amarti. -

- No, non puoi, non puoi così, non così, non subito. Dobbiamo parlare! -

- Lo stiamo facendo. -

- No, tu lo stai facendo!! Tu!! Io non c’entro con questa storia, io non ti sto lasciando, non io, non io!!! -

- Signora, il carrello! Ha lasciato il carrello pieno alla cassa. Signoraaa! -

- Bastardo, maledetto bastardo! -

- Finiamola qui, basta! Ne ho abbastanza. Basta! -

Singhiozzi.

- Noooo, ti prego ti scongiuro!!! Noooooooooo! -

- Signora attenta!!!! L’autobus!! Attentaaaaaa! -

Stridore di freni.

- Mio Dio correte!!!! Aiuto!!!! La donna bionda, aiutooo!!! L’autobus l’ha presa in pieno!! Chiamate un’ambulanza!! -

- Virginia! Virginia!!?? -

- C’era qualcuno al telefono… mio Dio! Rifate quel numero presto, sbrigatevi. Rifate quel numero! -

- Pronto! -

- Si…?-

- Era al telefono con una signora bionda, alta, molto giovane? Mi dispiace signore, c’è stato un incidente. Le dico dove siamo. Deve venire subito qui! -

- Deve esserci un errore! Non stavo parlando con nessuno…ah si, c’è stata una telefonata. Un errore, qualcuno che ha sbagliato numero. Spiacente!-

- Click -

 

 

 Shine Tani, Crocifissione

La luce sul comodino è convogliata in una direzione specifica, a illuminare il cellulare che testimonia l’ora e il silenzio, e proietta un’ombra affilata che separa e lacera.

L’attenzione spasmodica al silenzio nega ancora i suoni consueti come quello del carrello delle terapie che tintinna lungo i corridoi immacolati e spegne il fruscio di camici bianchi e verdi, e i lamenti sordi.

Mi confronto con l’estraneità  degli spazi asettici, chiudo gli occhi.
Le fitte allo stomaco sono acute mentre il primario del reparto “Chirurgia donne” non trova le parole per comunicarmi che non hanno trovato ancora il bandolo della matassa e provo a tessere una trama che mi sostenga. Mia attitudine più tipica. Ma sotto le lenzuola il rifugio è misero e nero.
Poi, una volta fuori, gli occhi si fissano alla porta accostata nell’attesa di scorgere il suo volto.

Ma non è ancora venuto.

Quanti giorni ho passato qua? Venti, trenta? Ho perso la nozione del tempo.
Cerco nella memoria l’appiglio di un ricordo caldo, pacato, frugo in me stessa alla ricerca di un abbraccio frettoloso, di una breve carezza, di un sorriso complice.

E’ sera.

E’ notte.

Come un fantasma percorro la stanza nera, gelida. Lungo il corridoio infinito muovo passi felpati e incerti.

L’ampia camicia corta sulle ginocchia ossute svolazza intrepida.

Varco la soglia del bagno usurato , fisso dentro lo specchio scarno il volto scarmigliato.

Mentre incrocio il mio sguardo le labbra atteggiano il sorriso alla ricerca di conferme di vita e le dita incerte scorrono i capelli arruffati nella silenziosa esclusione di un’infermità che separa. Nell’incavo del seno pulsa il cuore imbarazzato di rottami.

Appena fuori, con un ultimo sforzo, la lunga panca chiara che accoglie e ristora. La gelida sedia a rotelle appoggiata accanto mi invita a salire per tornare indietro con più leggerezza, senza troppo affanno. Salgo accomodandomi piano.

- Domani - penso - forse domani - e guido con più vigore la seggiola nell’euforia di un possibile ritorno alla normalità .

rielaborazione del “silenzio”

 Shine Tani, Crocifissione

La luce sul comodino è convogliata in una direzione specifica, a illuminare il cellulare che testimonia l’ora e il silenzio, e proietta un’ombra affilata che separa e lacera.

L’attenzione spasmodica al silenzio nega ancora i suoni consueti come quello del carrello delle terapie che tintinna lungo i corridoi immacolati e spegne il fruscio di camici bianchi e verdi, e i lamenti sordi.

Mi confronto con l’estraneità  degli spazi asettici, chiudo gli occhi.
Le fitte allo stomaco sono acute mentre il primario del reparto “Chirurgia donne” non trova le parole per comunicarmi che non hanno trovato ancora il bandolo della matassa e provo a tessere una trama che mi sostenga. Mia attitudine più tipica. Ma sotto le lenzuola il rifugio è misero e nero.
Poi, una volta fuori, gli occhi si fissano alla porta accostata nell’attesa di scorgere il suo volto.

Ma non è ancora venuto.

Quanti giorni ho passato qua? Venti, trenta? Ho perso la nozione del tempo.
Cerco nella memoria l’appiglio di un ricordo caldo, pacato, frugo in me stessa alla ricerca di un abbraccio frettoloso, di una breve carezza, di un sorriso complice.

E’ sera.

E’ notte.

Come un fantasma percorro la stanza nera, gelida. Lungo il corridoio infinito muovo passi felpati e incerti.

L’ampia camicia corta sulle ginocchia ossute svolazza intrepida.

Varco la soglia del bagno usurato , fisso dentro lo specchio scarno il volto scarmigliato.

Mentre incrocio il mio sguardo le labbra atteggiano il sorriso alla ricerca di conferme di vita e le dita incerte scorrono i capelli arruffati nella silenziosa esclusione di un’infermità che separa. Nell’incavo del seno pulsa il cuore imbarazzato di rottami.

Appena fuori, con un ultimo sforzo, la lunga panca chiara che accoglie e ristora. La gelida sedia a rotelle appoggiata accanto mi invita a salire per tornare indietro con più leggerezza, senza troppo affanno. Salgo accomodandomi piano.

- Domani - penso - forse domani - e guido con più vigore la seggiola nell’euforia di un possibile ritorno alla normalità.