Archive for the 'istantanee' Category

timido decoro bianco

Solitude__II_by_Charlie_K 

Come se in quell’attesa tutto fosse stabilito, al di là di essa, oltre il tuo cuore palpitante, oltre l’anima in pena, come se il corpo ripudiato, adagiato sul leggero lenzuolo di fresco, timido decoro bianco, non avesse più peso, hai staccato il filo delicato che all’attesa stessa ti legava senza speranza, e hai strizzato nel vuoto il cuore rosso spesso di sangue e palpiti sospesi nell’aria ferma. Appena svuotato esso ha smesso l’indugio.

 

cento perline variopinte

 

Le braccia chiare, venate d’azzurro, abbandonate sulle cosce smunte leggermente allargate, non ce la fanno a salire fino alle tempie che ti dolgono tanto e i piedi sbuffano e traboccano gonfi dalle pantofole schiacciate sul dietro dai calcagni dolenti di calli duri e spinosi. Piccola, sola, tutt’ossa,  riesci appena ad allisciarti il grembiule color vinaccia ancora inamidato, ultimo residuo del tuo esiguo corredo e con gli occhi alla finestra, alla quale è sapientemente accostata la tua seggiola sbrindellata come il tuo volto bianco, spii la vita che passa e esulta e palpita di mille germogli.
Ma è fuori…e a te non restano che gli occhi stanchi, bruciati dal sole della vecchia campagna, che indugiano lenti e avidi e le mani dolenti che non possono neppure  scostare la tendina di cento perline variopinte. Ma ci ha pensato lei, giusto? Prima di salutarti in fretta. Lei s’è tirata fuori da qui. Con la fatica tua ce l’hai fatta a risparmiarla a lei, come dovuto. Verrà la badante, triste figura di questa nuova società tirchia d’amore, e quando arriverà farà le stesse domande e sbufferà perché non troverai la forza di rispondere, ma solo di ingoiare lacrime tonde, che sembrano dure come le pillole rosse che prendi al mattino e lei, LEI, tornerà forse domani, o dopo, a controllare se tutto va bene.
Ora la giovane russa ti avvicina di più ai vetri che si appannano di fiato stanco e affannato e tu, in quella nuvoletta densa di respiro tuo, vedi affiorare i contorni della donna giovane e fiera sulle spalle erette che attraversava la strada senza indugio, gaia, e spingeva la carrozzina azzurra lucida e infiocchettata (quella usata, ma come nuova che ti prestava la Sora Teresa solo quando scendevi in paese) come un trofeo.
Lucida e piena di bimba e di trine sulle ruote alte, come andavano allora.
F.
 
 
 

C’è un modo di dire che recita pressappoco: «un bambino senza affetto cresce male, ma un vecchio senza affetto muore». E, come tutti i detti popolari, anche questo ha un fondo di verità. La malattia che provoca più sofferenze ai nostri anziani è, infatti, la solitudine, che toglie loro la voglia di vivere e aggrava ogni patologia preesistente. Ma, oltre ad avere garantita la giusta dose di affetto, quale stile di vita deve condurre un anziano per mantenersi in buona salute? E, in caso di malattia, a chi deve rivolgersi?

 

«la vita degli anziani ci aiuta a far luce nella scala dei valori umani, fa vedere la continuità delle generazioni e meravigliosamente dimostra l’interdipendenza del popolo di Dio». Gli anziani, inoltre, hanno il carisma di oltrepassare le barriere fra le generazioni, prima che queste insorgano. Quanti bambini hanno trovato comprensione e amore negli occhi, nelle parole e nelle carezze degli anziani.  E quante persone anziane hanno volentieri sottoscritto le ispirate parole bibliche che «corona dei vecchi sono i figli dei figli».

Fonte: 2008 PPFMC Messaggero di S.Antonio Editrice

vita ai margini

L’ uomo è affaccendato al lavello, pile di piatti sporchi ancora da lavare, i vestiti lisi, stinti, le scarpe larghe e consumate dai passi , le spalle inarcate, la testa grigia china, le mani grandi e nodose insaponate.

La luce artificiale, fioca, spruzzata da una lampadina nuda, oscilla nella piccola stanza, incerta.

E’ sera.

I pensili, pochi, rugginosi, si allungano oltre la maiolica sbeccata fino alla carta spessa e sudicia con leggeri ornamenti sbiaditi. Alla parete accanto uno trasudo ampio, in estensione.

La ragazza, seduta al piccolo tavolo laccato lo osserva, un’ombra di angoscia, di pena infinita sembra attraversare il suo volto fresco, pulito. I vestiti fuori moda guarniscono l’esile corpo abbandonato sulla seggiola di formica azzurra dalle gambe ossidate,¦la mano destra, posata sul tavolo, minuscola, offesa.
Ai suoi piedi accoccolato un piccolo micio rosso completa il quadro familiare di una storia sciupata da una vita ai margini.

IL PROTAGONISTA

Foto: "Libraio di New Orleans" di Mario BucchichÂ

IL PROTAGONISTA

Fernando entra deciso nel negozio, senza salutare il proprietario che con un cenno impaziente della mano. E’ un uomo alto, elegante, di aspetto gradevole, sulla trentina, potrebbe essere un agente di commercio come un professore, gli occhi azzurri acuti.

Percorre velocemente il lungo corridoio corredato da scaffalature zeppe di libri e si dirige in fondo, nella sezione "psicologia".

Con fare frenetico e affannoso comincia a cercare, qualche volume cade a terra provocando un rumore sordo.

Il proprietario si avvicina: "serve aiuto?".

Fernando risponde nuovamente con un cenno, di diniego questa volta; poi raccatta i libri caduti, li rimette alla rinfusa nello scaffale e, infine, ne sceglie uno in tutta fretta, lo afferra, lo sfoglia, sorride, e lentamente ripercorre tutto il corridoio soffermandosi qua e là a dare un’occhiata come se si trovasse nel parco delle meraviglie.

Il proprietario lo osserva attonito, curioso, mentre sfila delicatamente libro dopo libro dai ripiani riponendoli poi uno per volta con estrema cautela.

Arrivato alla cassa Fernando comincia a parlare con il libraio senza mostrare alcuna fretta: "mi scusi per prima" esordisce lento, quasi affannato "sa sono mesi che cerco questo libro di Alfred Adler, La Psicologia Individuale, insegno all’università e questo testo è di estrema importanza per le mie lezioni. Mi ero ormai rassegnato, non lo trovavo più nemmeno alla casa editrice. Mi complimento con lei, qui c’è un po’ di tutto, anche volumi usati vedo! So riconoscere uno che fa un lavoro perché lo ama e non tanto per tirare la fine del mese". "Bè grazie signor Fernando, sono onorato di averla come cliente, ma questa volta ho temuto di non poter soddisfare le sue aspettative, mi sembrava nervoso e contrariato…ho pensato "-ecco, stavolta si infuria- ".

 "No grazie Marcello, tutto ok! Benedetto il giorno che ti ho incontrato". E con un cenno vivace della mano Fernando esce allegramente dal negozio.

silenzio

  
Cercò nella memoria l’appiglio di un ricordo, qualcosa che la dissuadesse dal suo intento.
Ma non ricordava che silenzi, assenze.
Frugò ancora in se stessa  alla ricerca di un abbraccio frettoloso, di una breve carezza, di un sorriso complice.
Quelli che stava vivendo erano giorni bui in ospedale. Unico suono il carrello delle terapie che tintinnava lungo i corridoi immacolati e il fruscio di camici bianchi e verdi, e lamenti sordi.
Le fitte allo stomaco erano acute mentre il primario del reparto “Chirurgia donne” cercava le parole per comunicarle che non avevano trovato ancora il bandolo della matassa. E sotto le lenzuola il rifugio era misero e nero.
Poi, una volta fuori, gli occhi si fissavano alla porta accostata nell’attesa di scorgere quel volto. Ma non era venuta.
Quanti giorni aveva passato là, venti, trenta? Aveva perso nozione del tempo.
Il cellulare appoggiato sul comodino accanto al succo di frutta testimoniava il silenzio. Cercò ancora, nel cuore. Forse lì avrebbe trovato.
Ma il rancore vinceva ormai ogni altro sentimento nell’inutile lotta, e quando finalmente sua madre entrò raccolse il coraggio e disse: - non ho bisogno di te, adesso. -

vita ai margini

  

L’uomo è affaccendato al lavello, pile di piatti sporchi ancora da lavare, i vestiti lisi, stinti, le scarpe larghe e consumate dai passi , le spalle inarcate, la testa grigia china, le mani grandi e nodose insaponate.

La luce artificiale, fioca, spruzzata da una lampadina nuda, oscilla nella piccola stanza, incerta.

E’ sera.

I pensili, pochi, rugginosi, si allungano oltre la maiolica sbeccata fino alla carta spessa e sudicia con leggeri ornamenti sbiaditi. Alla parete accanto uno trasudo ampio, in estensione.

La ragazza, seduta al piccolo tavolo laccato lo osserva, un’ombra di angoscia, di pena infinita sembra attraversare il suo volto fresco, pulito. I vestiti fuori moda guarniscono l’esile corpo abbandonato sulla seggiola di formica azzurra dalle gambe ossidate…la mano destra, posata sul tavolo, minuscola, offesa.
Ai suoi piedi accoccolato un piccolo micio rosso completa il quadro familiare di una storia sciupata da una vita ai margini.