Come se in quell’attesa tutto fosse stabilito, al di là di essa, oltre il tuo cuore palpitante, oltre l’anima in pena, come se il corpo ripudiato, adagiato sul leggero lenzuolo di fresco, timido decoro bianco, non avesse più peso, hai staccato il filo delicato che all’attesa stessa ti legava senza speranza, e hai strizzato nel vuoto il cuore rosso spesso di sangue e palpiti sospesi nell’aria ferma. Appena svuotato esso ha smesso l’indugio.
Le braccia chiare, venate d’azzurro, abbandonate sulle cosce smunte leggermente allargate, non ce la fanno a salire fino alle tempie che ti dolgono tanto e i piedi sbuffano e traboccano gonfi dalle pantofole schiacciate sul dietro dai calcagni dolenti di calli duri e spinosi. Piccola, sola, tutt’ossa, riesci appena ad allisciarti il grembiule color vinaccia ancora inamidato, ultimo residuo del tuo esiguo corredo e con gli occhi alla finestra, alla quale è sapientemente accostata la tua seggiola sbrindellata come il tuo volto bianco, spii la vita che passa e esulta e palpita di mille germogli.
Ma è fuori…e a te non restano che gli occhi stanchi, bruciati dal sole della vecchia campagna, che indugiano lenti e avidi e le mani dolenti che non possono neppure scostare la tendina di cento perline variopinte. Ma ci ha pensato lei, giusto? Prima di salutarti in fretta. Lei s’è tirata fuori da qui. Con la fatica tua ce l’hai fatta a risparmiarla a lei, come dovuto. Verrà la badante, triste figura di questa nuova società tirchia d’amore, e quando arriverà farà le stesse domande e sbufferà perché non troverai la forza di rispondere, ma solo di ingoiare lacrime tonde, che sembrano dure come le pillole rosse che prendi al mattino e lei, LEI, tornerà forse domani, o dopo, a controllare se tutto va bene.
Ora la giovane russa ti avvicina di più ai vetri che si appannano di fiato stanco e affannato e tu, in quella nuvoletta densa di respiro tuo, vedi affiorare i contorni della donna giovane e fiera sulle spalle erette che attraversava la strada senza indugio, gaia, e spingeva la carrozzina azzurra lucida e infiocchettata (quella usata, ma come nuova che ti prestava la Sora Teresa solo quando scendevi in paese) come un trofeo.
Lucida e piena di bimba e di trine sulle ruote alte, come andavano allora.
F.
C’è un modo di dire che recita pressappoco: «un bambino senza affetto cresce male, ma un vecchio senza affetto muore». E, come tutti i detti popolari, anche questo ha un fondo di verità. La malattia che provoca più sofferenze ai nostri anziani è, infatti, la solitudine, che toglie loro la voglia di vivere e aggrava ogni patologia preesistente. Ma, oltre ad avere garantita la giusta dose di affetto, quale stile di vita deve condurre un anziano per mantenersi in buona salute? E, in caso di malattia, a chi deve rivolgersi?
«la vita degli anziani ci aiuta a far luce nella scala dei valori umani, fa vedere la continuità delle generazioni e meravigliosamente dimostra l’interdipendenza del popolo di Dio». Gli anziani, inoltre, hanno il carisma di oltrepassare le barriere fra le generazioni, prima che queste insorgano. Quanti bambini hanno trovato comprensione e amore negli occhi, nelle parole e nelle carezze degli anziani. E quante persone anziane hanno volentieri sottoscritto le ispirate parole bibliche che «corona dei vecchi sono i figli dei figli».
Fonte: 2008 PPFMC Messaggero di S.Antonio Editrice
L’ uomo è affaccendato al lavello, pile di piatti sporchi ancora da lavare, i vestiti lisi, stinti, le scarpe larghe e consumate dai passi , le spalle inarcate, la testa grigia china, le mani grandi e nodose insaponate.
La luce artificiale, fioca, spruzzata da una lampadina nuda, oscilla nella piccola stanza, incerta.
E’ sera.
I pensili, pochi, rugginosi, si allungano oltre la maiolica sbeccata fino alla carta spessa e sudicia con leggeri ornamenti sbiaditi. Alla parete accanto uno trasudo ampio, in estensione.
La ragazza, seduta al piccolo tavolo laccato lo osserva, un’ombra di angoscia, di pena infinita sembra attraversare il suo volto fresco, pulito. I vestiti fuori moda guarniscono l’esile corpo abbandonato sulla seggiola di formica azzurra dalle gambe ossidate,¦la mano destra, posata sul tavolo, minuscola, offesa.
Ai suoi piedi accoccolato un piccolo micio rosso completa il quadro familiare di una storia sciupata da una vita ai margini.
Fernando entra deciso nel negozio, senza salutare il proprietario che con un cenno impaziente della mano. E’ un uomo alto, elegante, di aspetto gradevole, sulla trentina, potrebbe essere un agente di commercio come un professore, gli occhi azzurri acuti.
Percorre velocemente il lungo corridoio corredato da scaffalature zeppe di libri e si dirige in fondo, nella sezione "psicologia".
Con fare frenetico e affannoso comincia a cercare, qualche volume cade a terra provocando un rumore sordo.
Il proprietario si avvicina: "serve aiuto?".
Fernando risponde nuovamente con un cenno, di diniego questa volta; poi raccatta i libri caduti, li rimette alla rinfusa nello scaffale e, infine, ne sceglie uno in tutta fretta, lo afferra, lo sfoglia, sorride, e lentamente ripercorre tutto il corridoio soffermandosi qua e là a dare un’occhiata come se si trovasse nel parco delle meraviglie.
Il proprietario lo osserva attonito, curioso, mentre sfila delicatamente libro dopo libro dai ripiani riponendoli poi uno per volta con estrema cautela.
Cercò nella memoria l’appiglio di un ricordo, qualcosa che la dissuadesse dal suo intento.
Ma non ricordava che silenzi, assenze.
Frugò ancora in se stessa alla ricerca di un abbraccio frettoloso, di una breve carezza, di un sorriso complice.
Quelli che stava vivendo erano giorni bui in ospedale. Unico suono il carrello delle terapie che tintinnava lungo i corridoi immacolati e il fruscio di camici bianchi e verdi, e lamenti sordi.
Le fitte allo stomaco erano acute mentre il primario del reparto “Chirurgia donne” cercava le parole per comunicarle che non avevano trovato ancora il bandolo della matassa. E sotto le lenzuola il rifugio era misero e nero.
Poi, una volta fuori, gli occhi si fissavano alla porta accostata nell’attesa di scorgere quel volto. Ma non era venuta.
Quanti giorni aveva passato là , venti, trenta? Aveva perso nozione del tempo.
Il cellulare appoggiato sul comodino accanto al succo di frutta testimoniava il silenzio. Cercò ancora, nel cuore. Forse lì avrebbe trovato.
Ma il rancore vinceva ormai ogni altro sentimento nell’inutile lotta, e quando finalmente sua madre entrò raccolse il coraggio e disse: - non ho bisogno di te, adesso. -
L’uomo è affaccendato al lavello, pile di piatti sporchi ancora da lavare, i vestiti lisi, stinti, le scarpe larghe e consumate dai passi , le spalle inarcate, la testa grigia china, le mani grandi e nodose insaponate.
La luce artificiale, fioca, spruzzata da una lampadina nuda, oscilla nella piccola stanza, incerta.
E’ sera.
I pensili, pochi, rugginosi, si allungano oltre la maiolica sbeccata fino alla carta spessa e sudicia con leggeri ornamenti sbiaditi. Alla parete accanto uno trasudo ampio, in estensione.
La ragazza, seduta al piccolo tavolo laccato lo osserva, un’ombra di angoscia, di pena infinita sembra attraversare il suo volto fresco, pulito. I vestiti fuori moda guarniscono l’esile corpo abbandonato sulla seggiola di formica azzurra dalle gambe ossidate…la mano destra, posata sul tavolo, minuscola, offesa. Ai suoi piedi accoccolato un piccolo micio rosso completa il quadro familiare di una storia sciupata da una vita ai margini.
Immense et rouge Au-dessus du Grand Palais Le soleil d'hiver apparaît Et disparaît Comme lui mon coeur va disparaître Et tout mon sang va s'en aller S'en aller à ta recherche Mon amour Ma beauté Et te trouver Là où tu es.
Jaques Prevert"Immense et Rouge"
by ~strangeaffair
Angelo di letizia, conosci tu l'angoscia, i singhiozzi, le onte, le accidie, i pentimenti, le notti insonne piene di confusi spaventi, quando gualcito il cuore come un foglio s'affloscia? Angelo di letizia, conosci tu l'angoscia?
Angelo di bontà, conosci tu il rancore, i bui spasimi d'odio, le lacrime di fiele, le Vendetta che, alzando un lungo urlo crudele, vittoriosa s'accampa sugli spalti del cuore? Angelo di bontà, conosci tu il rancore?
Angelo di salute, conosci tu le Febbri che lungo i muri scialbi dell'ospizio, com'esuli, van strascicando i piedi, e biascicando tremuli un po' di sole chiedono, che le scaldi e le inebri? Angelo di salute, conosci tu le Febbri?
Angelo di bellezza, conosci tu le grinze, l'orgasmo d'invecchiare, e la disperazione di leggere un'occulta, orrida devozione negli occhi ove i nostri occhi avidi un tempo attinsero? Angelo di bellezza, conosci tu le grinze?
O angelo felice, angelo luminoso, in fin di vita Davide avrebbe domandato la salute agli effluvi del tuo corpo incantato, ma io le tue preghiere solo chiedere oso, o angelo felice, angelo luminoso!
Reversibilità
I fiori del male
Charles Baudelaire
appassito il tuo colore
Esile burattino, figliastro. Solo rinneghi il tuo presente appassito, svuotato di carne, quella palpitante, quella trasudante di gocce sature di vita, inzuppate.
Le mani premono tra i capelli trucioli ad implorare per arrogarsi un destino a cui appartenere. Bocca protesa ad agognare il piatto. Vuoto d’amore.
Quello che crediamo essere il nostro amore, la nostra gelosia, non è un’unica passione continua, indivisibile. Amore, gelosia sono composti da un’infinità di amori successivi, di gelosie diverse, che, quantunque effimeri, grazie alla loro molteplicità ininterrotta suscitano l’impressione della continuità, l’illusione dell’unità. “Swann”372
Vieni, mio bel gatto, sul mio cuore innamorato; ritira le unghie nelle zampe, lasciami sprofondare nei tuoi occhi in cui l'agata si mescola al metallo.
Quando le mie dita carezzano a piacere la tua testa e il tuo dorso elastico e la mia mano s'inebria del piacere di palpare il tuo corpo elettrizzato, vedo in ispirito la mia donna.
Il suo sguardo, profondo e freddo come il tuo, amabile bestia, taglia e fende simile a un dardo, e dai piedi alla testa un'aria sottile, un temibile profumo ondeggiano intorno al suo corpo bruno.
Abandonado como los muelles en el alba. Es la hora de partir, oh abandonado! Sobre mi corazón llueven frías corolas. Oh sentina de escombros, feroz cueva de náufragos! En ti se acumularon las guerras y los vuelos. De ti alzaron las alas los pájaros del canto. Todo te lo tragaste, como la lejanía. Como el mar, como el tiempo. Todo en ti fue naufragio ! Era la alegre hora del asalto y el beso. La hora del estupor que ardía como un faro. Ansiedad de piloto, furia de buzo ciego, turbia embriaguez de amor, todo en ti fue naufragio! En la infancia de niebla mi alma alada y herida. Descubridor perdido, todo en ti fue naufragio! Te ceñiste al dolor, te agarraste al deseo. Te tumbó la tristeza, todo en ti fue naufragio! Hice retroceder la muralla de sombra. anduve más allá del deseo y del acto. Oh carne, carne mía, mujer que amé y perdí, a ti en esta hora húmeda, evoco y hago canto. Como un vaso albergaste la infinita ternura, y el infinito olvido te trizó como a un vaso. Era la negra, negra soledad de las islas, y allí, mujer de amor, me acogieron tus brazos. Era la sed y el hambre, y tú fuiste la fruta. Era el duelo y las ruinas, y tú fuiste el milagro. Ah mujer, no sé cómo pudiste contenerme en la tierra de tu alma, y en la cruz de tus brazos! Mi deseo de ti fue el más terrible y corto, el más revuelto y ebrio, el más tirante y ávido. Cementerio de besos, aún hay fuego en tus tumbas, aún los racimos arden picoteados de pájaros. Oh la boca mordida, oh los besados miembros, oh los hambrientos dientes, oh los cuerpos trenzados. Oh la cópula loca de esperanza y esfuerzo en que nos anudamos y nos desesperamos. Y la ternura, leve como el agua y la harina. Y la palabra apenas comenzada en los labios. Ese fue mi destino y en él viajó mi anhelo, y en el cayó mi anhelo, todo en ti fue naufragio! Oh sentina de escombros, en ti todo caía, qué dolor no exprimiste, qué olas no te ahogaron. De tumbo en tumbo aún llameaste y cantaste de pie como un marino en la proa de un barco. Aún floreciste en cantos, aún rompiste en corrientes. Oh sentina de escombros, pozo abierto y amargo. Pálido buzo ciego, desventurado hondero, descubridor perdido, todo en ti fue naufragio! Es la hora de partir, la dura y fría hora que la noche sujeta a todo horario. El cinturón ruidoso del mar ciñe la costa. Surgen frías estrellas, emigran negros pájaros. Abandonado como los muelles en el alba. Sólo la sombra trémula se retuerce en mis manos. Ah más allá de todo. Ah más allá de todo. Es la hora de partir. Oh abandonado.
Pablo Neruda
a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://bp3.blogger.com/_olEP63J1_jQ/R-mC5szWE2I/AAAAAAAAACw/0hoznkSh8ms/s1600-h/tibet.jpg">
Ogni lettore, quando legge, legge se stesso. L'opera dello scrittore è soltanto una specie di strumento ottico che egli offre al lettore per permettergli di discernere quello che, senza libro,
MARCEL PROUST non avrebbe forse visto in se stesso.
dedico questa poesia di Montale a mia madre
“Ho sceso, dandoti il braccio,
almeno un milione di scale
e ora che non ci sei
è il vuoto ad
ogni gradino.
Anche così è
stato breve
il nostro lungo viaggio.
Il mio dura tuttora,
né più mi occorrono
le coincidenze,
le prenotazioni,
le trappole,
gli scorni di chi crede
che la realtà
sia quella
che si vede.
Ho sceso milioni di scale
dandoti il braccio
non già perché con
quattr’occhi forse
si vede di più.
Con te le ho scese
perché sapevo
che di noi due le sole
vere pupille,
sebbene tanto
offuscate,
erano le tue. ”
(Eugenio Montale)
VISITA IL MIO TUMBLRFOLLIA
"Com'è grande il mondo alla luce delle lampade, e come è piccolo agli occhi del ricordo."
CHARLES BAUDELAIRE
L'architettura è un fatto d'arte, un fenomeno che suscita emozione, al di fuori dei problemi di costruzione, al di là di essi. La Costruzione è per tener su: l'Architettura è per commuovere.
D'un parco un getto d'acqua sospira su all'Azzurro!
- Verso il tenero Azzurro d'Ottobre mite e puro
Che guarda in grandi vasche la sua malinconia
E lascia, su acque morte, dove, fulva agonia
Le foglie errano al vento tracciando un freddo viaggio,
Il sole trascinarsi giallo col lungo raggio.
by ~NakoInverse
l'uomo e il mare
L'UOMO E IL MARE (Charles Baudelaire)
Sempre il mare, uomo libero, amerai! Perché il mare è il tuo specchio; tu contempli nell'infinito svolgersi dell'onda l'anima tua, e un abisso è il tuo spirito non meno amaro. Godi nel tuffarti in seno alla tua immagine; l'abbracci con gli occhi e con le braccia, e a volte il cuore si distrae dal suo suono al suon di questo selvaggio ed indomabile lamento. Discreti e tenebrosi ambedue siete: uomo, nessuno ha mai sondato il fondo dei tuoi abissi; nessuno ha conosciuto, mare, le tue più intime ricchezze, tanto gelosi siete d'ogni vostro segreto. Ma da secoli infiniti senza rimorso né pietà lottate fra voi, talmente grande è il vostro amore per la strage e la morte, o lottatori eterni, o implacabili fratelli!
dicevate?