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Mon Rêve Familier

 

 Spesso mi viene in sogno bizzarra e penetrante

Una donna mai vista, che amo e che mi ama, 
Che con lo stesso nome si chiama e non si chiama 
Diversa e uguale m’ama e sempre è confortante. 
 
È per me confortante, e il mio cuore parlante 
Per lei soltanto, ahimé! Non è più cosa grama 
Per lei soltanto, in fronte del sudore la trama 
Lei soltanto rinfresca, con le lacrime piante. 
È’ bruna, bionda o rossa? Non mi è dato sapere. 
Il suo nome? Ricordo che è dolce e dà piacere. 
Come nomi diletti che la vita ha esiliato. 
 
All’occhio delle statue è simile il suo sguardo, 
Ed ha la voce calma, lontana, grave, il fiato 
 
Delle voci più care spente senza riguardo. 
Il mio sogno familiare

 

 

 

Mon Rêve Familier

Je fais souvent ce rêve étrange et pénétrant

D’une femme inconnue, et que j’aime, et qui m’aime,

Et qui n’est, chaque fois, ni tout à fait la même

Ni tout à fait une autre, et m’aime et me comprend.

Car elle me comprend, et mon coeur transparent

Pour elle seule, hélas ! cesse d’être un problème,

Pour elle seule, et les moiteurs de mon front blême,

Elle seule les sait rafraîchir, en pleurant.

Est-elle brune, blonde ou rousse ? 

Je l’ignore. Son nom ?

Je me souviens qu’il est doux et sonore

Comme ceux des aimés que la Vie exila.

Son regard est pareil au regard des statues,

Et pour sa voix, lointaine, et calme, et grave,

elle a L’inflexion des voix chères qui se sont tues.

Paul Verlaine(1844-1896)

l’approdo

 

Primo Levi

Felice l’uomo che ha raggiunto il porto,
Che lascia dietro di sè mari e tempeste,
I cui sogni sono morti o mai nati,
E siede a bere all’osteria di Brema,
Presso al camino, ed ha buona pace.
Felice l’uomo come una fiamma spenta,
Felice l’uomo come sabbia d’estuario,
Che ha deposto il carico e si è tersa la fronte,
E riposa al margine del cammino.
Non teme né spera né aspetta,
Ma guarda fisso il sole che tramonta.

il ricordo dell’oscurità

“La zona di tristezza in cui sarei entrato era così distinta dalla zona in cui soltanto un attimo prima mi slanciavo con gioia, così come in certi cieli una striscia rossa è separata da una striscia verde o da una striscia nera. Si vede volare un uccello nel rosa, sta per raggiungere il limite estremo, tocca quasi il nero, ecco vi è entrato. Ero talmente lontano, ora , da quei desideri in cui poco fa ero immerso, di andare a Guermantes, viaggiare, essere felice che la loro realizzazione non mi avrebbe procurato alcun piacere, come avrei dato tutto questo per poter piangere l’intera notte tra e braccia della mamma! Rabbrividivo, non staccavo gli occhi angosciati dal viso della mamma che non sarebbe apparso quella sera nella camera dove mi vedevo già con il pensiero, avrei voluto morire. E quello stato d’animo sarebbe durato fino all’indomani, quando i raggi del mattino, posando come il giardiniere la loro scala al muro rivestito di nastruzzi che si arrampivavano fino alla mia finestra, sarei saltato dal letto, per scendere in fretta in giardino senza più ricordarmi che la sera avrebbe recato sempre l’ora di lasciare la mamma.”

da “dalla parte di Swann”

marcel proust

 

L’avventura di Proust ne la Recherche non è quella di un personaggio classico, ma quella di una coscienza che si esprime attraverso la voce del narratore privilegiando l’analisi della vita interna, delle sensazioni, delle memorie e del sogno. Uno dei obiettivi “della ricerca” è di analizzare le trasformazioni che il tempo impone agli ambienti, agli esseri, alle sensazioni: Proust individua le leggi generali della psicologia dell’amore e delle emozioni. In questo viaggio scopre una realtà amara, ben diversa da quella che aveva sognato da bambino. Solo l’arte quindi può ridare alla vita deludente la sua unità ed il suo senso. Proust crede l’arte capace di recuperare il tempo e resuscitare la vita, il senso stesso della vita, dalla  sua bellezza fino alle sue sofferenze. Scrive in prima persona. Tutto il romanzo è scritto in prima persona, e la voce narrante appare continuamente nel romanzo, eccetto “in un amore di Swann” che costituisce un vero “romanzo nel romanzo”.

Sono l’osservatore che evoca gli eventi che ha vissuto e che prova a comprendere ed interpretare“.

All’inizio “della ricerca” tramite quest’eroe della memoria percorriamo i labirinti del suo passato. Ecco riapparire dunque le “diapositive” ingiallite dell’infanzia a Combray. Questa nuova commedia umana si svolge sotto i nostri occhi grazie alla voce quasi sussurrata ed estremamente viva del narratore. Attraverso lui, la vita scomparsa trova i suoi contorni, i suoi colori, il suo aspetto ed il suo soffio.

E’ meraviglioso!

dolcezza inerme

E così Ida iniziò la sua carriera di maestra, che doveva concludersi dopo quasi 25 anni…Ida trovò posto in una scuola non del suo quartiere San Lorenzo, ma assai distante, verso la Garbatella, (dove poi, col passare degli anni, in seguito a demolizioni, la sua scuola venne spostata al rione Testaccio.) Per tutta la strada, il cuore le batteva di spavento,  fra la folla estranea dei tram, che la schiacciava e la spingeva in una lotta in cui sempre lei cedeva e restava indietro. Ma all’entrare in classe, già subito quel puzzo speciale di bambini sporchi, di moccio e di pidocchi la racconsolava con la sua dolcezza fraterna, inerme, e riparata dalle violenze adulte.
Prima dell’inizio di questa sua carriera, un pomeriggio piovoso d’autunno, Iduzza, sposata appena da pochi mesi, era stata scossa su al suo ultimo piano da un fragore di canti, urla e sparatorie per le vie sottostanti del quartiere. Difatti erano le giornate della “rivoluzione” fascista e in quel giorno ( 30 ottobre 1922) si andava svolgendo la famosa “marcia su Roma“.
Una delle colonne nere in marcia, entrata in città per la Porta di San Lorenzo, aveva trovato una aperta ostilità in quel rione rosso e popolare, e prontamente s’era data alla vendetta, devastando le abitazioni lungo la strada, malmenando gli abitanti e ammazzando alcuni ribelli sul posto.
da “La Storia” di Elsa Morante
Brano tratto da “San Lorenzo racconti fotografici”
A mamma Ida, a Roma, a san Lorenzo, alla storia, a “La Storia”, a Elsa
Francesca
Elsa Morante

reversibilità

rose rolando Man Ray

Rose Rolando” Man Ray

Angelo di letizia, conosci tu l’angoscia,
i singhiozzi, le onte, le accidie, i pentimenti,
le notti insonni piene di confusi spaventi,
quando gualcito il cuore come un foglio s’affloscia?
Angelo di letizia, conosci tu l’angoscia?

Angelo di bontà, conosci tu il rancore,
i bui spasimi d’odio, le lacrime di fiele,
le Vendetta che, alzando un lungo urlo crudele,
vittoriosa s’accampa sugli spalti del cuore?
Angelo di bontà, conosci tu il rancore?

Angelo di salute, conosci tu le Febbri
che lungo i muri scialbi dell’ospizio, com’esuli,
van strascicando i piedi, e biascicando tremuli
un po’ di sole chiedono, che le scaldi e le inebri?
Angelo di salute, conosci tu le Febbri?

Angelo di bellezza, conosci tu le grinze,
l’orgasmo d’invecchiare, e la disperazione
di leggere un’occulta, orrida devozione
negli occhi ove i nostri occhi avidi un tempo attinsero?
Angelo di bellezza, conosci tu le grinze?

O angelo felice, angelo luminoso,
in fin di vita Davide avrebbe domandato
la salute agli effluvi del tuo corpo incantato,
ma io le tue preghiere solo chiedere oso,
o angelo felice, angelo luminoso!

( Baudelaire, _I fiori del male_, Reversibilità )

Baudelaire parla di reversibilità in campo personale e individuale (tra il bene e il male, tra la salute e la malattia, tra gioia e dolore, giovinezza e vecchiaia). Nei suoi versi emerge intensa l’opposizione tra il tempo in senso generale e l’oggi inteso come il qui e ora, il passato come annientamento, il tempo tutto in contrapposizione con l’istante, le condizioni dell’uomo vicine e lontane al medesimo tempo,speculari, l’ opposizione tra anima e corpo. Gli opposti si imbattono in loro stessi, anche la ricchezza e la povertà si scontrano e chiudono l’accesso all’amore. Il principio di reversibilità nella letteratura di Baudelaire è alla radice dell’essere.
Siamo spaventati da questi opposti che si fronteggiano e si sfidano? Bene e male, gioia e dolore, salute e malattia? O forse a questi pensiamo di poter sfuggire in qualche modo? Ma la giovinezza e la vecchiaia, l’una di fronte all’altra nello specchio che si affrontano? Ci fanno paura?

DYLAN THOMAS

 

Crisolito il tuo passo,
E su gemmato stagno
Pallido strale di lunaria su una stillata cadenza,
Simile a pioggia frammentaria
Scossa sericamente da rami squamati di stelle.

Ogni nota del tuo canto oscuro
È un petalo dal fiato delicato
Ed è azzurra;
E più bella del volo delle foglie che cadono.

A un esile vento
Dylan Thomas (1914-1953)

Una personalità originale, appassionata quella di Thomas. Spesso tagliente e ricca di metafore, a tratti cupa, irrazionale.  Nelle sue liriche il dolore è palpabile e non ci si può sentire che attratti dai sue versi ricchi di immagini e percezioni.

rispolverando Manzoni

 

Quanta sofferenza a scuola tra queste righe…e quante volte ho sbuffato annoiata al pensiero di dover leggere un nuovo capitolo e riassumerlo. E adesso, d’improvviso, senza ragione, mi ritrovo il libro usurato tra le mani, ingiallito dal tempo. E’ impossibile non dare una veloce scorsa alle prime righe…e poi mi cattura…

Quel ramo del lago di Como, che volge a mezzogiorno, tra due catene non interrotte di monti, tutto a seni e a golfi, a seconda dello sporgere e del rientrare di quelli, vien, quasi a un tratto, a ristringersi, e a prender corso e figura di fiume, tra un promontorio a destra, e un’ampia costiera dall’altra parte; e il ponte, che ivi congiunge le due rive, par che renda ancor più sensibile all’occhio questa trasformazione, e segni il punto in cui il lago cessa, e l’Adda rincomincia, per ripigliar poi nome di lago dove le rive, allontanandosi di nuovo, lascian l’acqua distendersi e rallentarsi in nuovi golfi e in nuovi seni. La costiera, formata dal deposito di tre grossi torrenti, scende appoggiata a due monti contigui, l’uno detto di san Martino, l’altro, con voce lombarda, il Resegone, dai molti suoi cocuzzoli in fila, che in vero lo fanno somigliare a una sega: talché non è chi, al primo vederlo, purché sia di fronte, come per esempio di su le mura di Milano che guardano a settentrione, non lo discerna tosto, a un tal contrassegno, in quella lunga e vasta giogaia, dagli altri monti di nome più oscuro e di forma più comune. Per un buon pezzo, la costa sale con un pendìo lento e continuo; poi si rompe in poggi e in valloncelli, in erte e in ispianate, secondo l’ossatura de’ due monti, e il lavoro dell’acque. Il lembo estremo, tagliato dalle foci de’ torrenti, è quasi tutto ghiaia e ciottoloni; il resto, campi e vigne, sparse di terre, di ville, di casali; in qualche parte boschi, che si prolungano su per la montagna. Lecco, la principale di quelle terre, e che dà nome al territorio, giace poco discosto dal ponte, alla riva del lago, anzi viene in parte a trovarsi nel lago stesso, quando questo ingrossa: un gran borgo al giorno d’oggi, e che s’incammina a diventar città. Ai tempi in cui accaddero i fatti che prendiamo a raccontare, quel borgo, già considerabile, era anche un castello, e aveva perciò l’onore d’alloggiare un comandante, e il vantaggio di possedere una stabile guarnigione di soldati spagnoli, che insegnavan la modestia alle fanciulle e alle donne del paese, accarezzavan di tempo in tempo le spalle a qualche marito, a qualche padre; e, sul finir dell’estate, non mancavan mai di spandersi nelle vigne, per diradar l’uve, e alleggerire a’ contadini le fatiche della vendemmia. Dall’una all’altra di quelle terre, dall’alture alla riva, da un poggio all’altro, correvano, e corrono tuttavia, strade e stradette, più o men ripide, o piane; ogni tanto affondate, sepolte tra due muri, donde, alzando lo sguardo, non iscoprite che un pezzo di cielo e qualche vetta di monte; ogni tanto elevate su terrapieni aperti: e da qui la vista spazia per prospetti più o meno estesi, ma ricchi sempre e sempre qualcosa nuovi, secondo che i diversi punti piglian più o meno della vasta scena circostante, e secondo che questa o quella parte campeggia o si scorcia, spunta o sparisce a vicenda. Dove un pezzo, dove un altro, dove una lunga distesa di quel vasto e variato specchio dell’acqua; di qua lago, chiuso all’estremità o piùttosto smarrito in un gruppo, in un andirivieni di montagne, e di mano in mano più allargato tra altri monti che si spiegano, a uno a uno, allo sguardo, e che l’acqua riflette capovolti, co’ paesetti posti sulle rive; di là braccio di fiume, poi lago, poi fiume ancora, che va a perdersi in lucido serpeggiamento pur tra’ monti che l’accompagnano, degradando via via, e perdendosi quasi anch’essi nell’orizzonte. Il luogo stesso da dove contemplate que’ vari spettacoli, vi fa spettacolo da ogni parte: il monte di cui passeggiate le falde, vi svolge, al di sopra, d’intorno, le sue cime e le balze, distinte, rilevate, mutabili quasi a ogni passo, aprendosi e contornandosi in gioghi ciò che v’era sembrato prima un sol giogo, e comparendo in vetta ciò che poco innanzi vi si rappresentava sulla costa: e l’ameno, il domestico di quelle falde tempera gradevolmente il selvaggio, e orna vie più il magnifico dell’altre vedute.

è perfetto… virtuosismo letterario , musica, prosa eppure poesia.

pessoa presenta soares

 

DA

“IL LIBRO DELL’INQUIETUDINE”
13.6.1930

60
(186)                                                                                                       

Vivo sempre nel presente. Non conosco il futuro.
Non ho più il passato. L’uno mi pesa come la
possibilità di tutto, l’altro come la realtà di nulla.
Non ho speranze né nostalgie. Conoscendo ciò che è
stata la mia vita fino ad oggi (tante volte e per tanti
versi l’opposto di come avrei voluto), cosa posso
presumere della mia vita di domani se non che sarà ciò
che non presumo, ciò che non voglio, ciò che mi
succede dal di fuori, perfino attraverso la mia volontà?
Non c’è niente nel mio passato che mi faccia ricordare
una cosa con il desiderio inutile di avere di nuovo
quella cosa. Non sono mai stato altro che un residuo e
un simulacro di me stesso. Il mio passato è ciò che non
sono riuscito ad essere: non ho nostalgia nemmeno
delle sensazioni di momenti passati: quello che
sentiamo esige il suo momento; quando il momento
è passato si volta pagina, la storia continua ma non
continua il testo.
Breve ombra scura di un albero cittadino,
lieve rumore di acqua che cade nella fontana triste,
verde dell’erba regolare (giardino pubblico sul far
del crepuscolo): voi siete per me in questo momento,
l’universo intero, perché siete il contenuto pieno della
mia sensazione cosciente: dalla vita non voglio altro
che sentirla perdersi in queste sere impreviste, al suono
di questi bambini estranei che giocano in questi giardini
sbarrati dalla malinconia delle strade che li circondano,
e incorniciati, oltre che dai rami alti degli alberi,
dal vecchio cielo dove le stelle ricominciano
.

Bernando Soares

poi timidamente mi confidò che,
 non avendo molte cose da fare
 né dove andare, né amici cui
poter far visita, né passione per
 la lettura, era solito passare
 le sue serate, nella sua stanza
d’affitto, scrivendo anche lui.
  Fernando Pessoa

Il libro di Soares è certamente un romanzo. O meglio, è un romanzo doppio, perché Pessoa ha inventato un personaggio di nome Bernardo Soares e gli ha delegato il compito di scrivere un diario. Soares è cioè un personaggio di finzione che adopera la sottile finzione letteraria dell’autobiografia. In questa autobiografia senza fatti di un personaggio inesistente consiste l’unica grande opera narrativa che Pessoa ci abbia lasciato: il suo romanzo”. (Antonio Tabucchi)

Leggendo questo libro si prova una mescolanza di suggestioni incredibilmente intense..l’anima umana spogliata di sovrastrutture  e offerta tra meditazioni, deliri e impeti straordinari. Pessoa inventa un personaggio e gli offre una vita che appare tangibile, quasi corporea…e  lo incarica di scrivere un diario…sottile simulazione autobiografica. Il libro è un’ insieme di pensieri di Soares che denunciano la  personalità dell’autore spiccatamnte articolata, ricca di sfaccettature. Due personalità si attraversano e si mescolano, rinunciano l’una all’altra per poi confondersi ancora. Soares sta dietro ai vetri di una finestra a osservare la vita, e tenta di reinventare la sua vita interiore, che nemmeno lui veramente conosce,  naufragando in altri “se stesso”. Il libro dell’inquietudine è ciò che vive al di fuori dell’io e di cui l’io si impossessa.

Pessoa dichiara: sono io senza il raziocinio e l’affettività!

Dunque Pessoa reinventa la sua vita, toglie la razionalità al suo vissuto, al suo pensiero, e ce lo restituisce privo di convenzioni.

  Vivere è essere un altro”.

ARTHUR RIMBAUD “”Illuminazioni”"

Virgilio Guidi

Virgilio Guidi
” Angoscia “1958

E’ forse possibile ch’Ella mi faccia perdonare le ambizioni continuamente schiacciate, che una fine negli agi compensi le epoche di indigenza, che un giorno di successo ci addormenti ’sulla vergogna della nostra fatale inettitudine? (O palme! diamante! - Amore, forza! - più in alto di tutte le gioie e le glorie! - ad ogni costo - dovunque, démone, dio - giovinezza di questo essere: io!). Che gli accidenti della pantomima scientifica e dei movimenti di fraternità sociale siano teneramente amati come progressiva restituzione della libertà primitiva? Ma lei, il Vampiro che ci rende gentili, ordina che ci divertiamo con quanto ci lascia, o che altrimenti siamo più buffi. Correre alle ferite, attraverso l’aria spossante e il mare; ai supplizi, attraverso il silenzio delle acque e dell’aria che uccidono; alle torture che ridono, nel loro silenzio atrocemente agitato.

Poeta vsionario? Chi è lei, il vampiro che ci rende felici? E’ l’angoscia che si trasforma in gioia masochista? L’impossibilità di essere normali che ci fa naufragare beati nell’anormalità, arresi ad essa?

Parole agghiaccianti che si dibattono in una richiesta ossessiva di identificazione nel dolore, l’angoscia del nulla prima e la necessità del vuoto poi per cominciare a vivere ancora, rinnovati?

L’angoscia triste, oscura che ritorna sempre nei suoi versi:

A, noir corset velu des mouches éclatantes
Qui bombinent autour des puanteurs cruelles,
Golfes d’ombre, (…)

“Io dovrei avere un inferno per l’ira, un mio inferno per l’orgoglio, - e l’inferno della carezza; un concerto di inferni” dice ancora Rimbaud.

Inferno, amore, angoscia ,gioia, perché tanta disperazione e fremito di vita insieme? “torture che ridono”

Chi sei, chi eri Arthur? Uomo perduto che racconta la vita?