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Geniale monologo di Ascanio Celestini tratto da “Parla con me” del 24-02-2008.

Una breve biografia
Franco Fortini (pseudonimo di Franco Lattes), nato a Firenze il 10 settembre 1917, da padre ebreo e madre cattolica, ha compiuto i suoi studi nella città natale laureandosi in
lettere e in giurisprudenza. Fu espulso, in seguito alle leggi razziali, dall’organizzazione universitaria fascista. L’8 settembre 1943 si rifugia in Svizzera dove si unisce ai partigiani della Valdossola.
Dal 1945 si stabilisce a Milano, che diventa sua città d’adozione e dove, oltre all’insegnamento, svolge molteplici attività di copywriter, consulente editoriale, traduttore e, infine, come docente universitario di Storia della Critica all’ Università di Siena. Muore a Milano nel 1994.
(Della Brevità. 1971)
Scrive lungo altra gente.
Io scrivo corto. Rischio
davvero così poco?
Di stecco quasi vivo
fungo o vischio: Di morto
e secco, fuoco - o niente.
(Per M.C.)
Permalosa Maria,
che il tuo sguardo mi sia
più benevolo, prego. Dentro l’ombra
del disfavore tuo temo perire.
Heu ne nos sinas ire
usque ad inferni taetra
zabulorum loca
ove la fama editoriale è poca
e fuoco è d’ogni legna!
Sed duc ad angelorum docta regna
-voglio dire Pavia-
e di lassù ne insegna
dove e che cosa sia
l’avanguardia, se non la poesia.
(Per Roland Barthes)
Viene l’amico, una volta o due l’anno.
Siede, è la sua poltrona.
Insieme invecchiamo, insieme conosciamo,
l’uno per l’altro dramatis personae.
Così entrano i morti, i rimorsi così,
in Shakespeare, sotto le tende.
Ma tu questo ogni volta rammenti, ombra:di
rifiutare la benda.
(1959)
Bisogna convenire che il 1956, con il suo trionfo della Coscienza a fine gennaio e la sua umiliazione ai primi di novembre, è stato una prodigiosa tentazione, almeno nel nostro paese, per tutti coloro che si avviavano ai quarant’anni o li avevano da poco passati.
Quei nostri coetanei avevano dietro di sé due decenni, trascorso il primo fra fascismo e guerra, il secondo fra antifascismo e guerra fredda. Pensarono di aver ormai compiuto il proprio dovere e di poter capitolare con l’onore delle armi. Di aver dietro di sé, come dice Bretcht, le fatiche delle montagne e davanti a sé, tutt’al più, quelle delle pianure. Aggiungi che la maggior parte di costoro si vergognavano segretamente dei modi arcaici, provinciali e poco “scientifici” con i quali avevano sperato, lottato,subìto, amato, insomma vissuto da uomini e da politici. Molti di costoro provarono un perverso piacere a sentirsi ripetere da amici, e da poeti, chela loro vita era finita. Disgraziatamente, non solo continuavano a vivere ma erano entrati nell’età in cui, volere o no, si è gli “importanti” della vita nazionale.
Conosco versi di Leonetti che esprimono con mirabile concisione le alternative molto italiane di questa generazione e forse di quelle precedenti: ” Nell’esistere/ sé stessi non si effettua, si finisce/imperiali e bigotti ed arruffoni/o quei puri di cuore, malinconici/ che
più tardi si affannano per gli ossi, / cessata la vergogna”. Dove, è opportuno notarlo, imperiali, bigotti e arruffoni sono termini dai molti significati. Si può essere imperiali di qualunque impero, bigotti di molte devozioni, arruffoni cristallini, eccetera. Anche gli
ossi dei puri di cuore possono essere ossi lauti, onori, royalties opera omnia.
F.F
FRANCO FORTINI: MARXISMO
da: Non solo oggi, Editori Riuniti, Roma.
Quelli che hanno la mia eta’ Marx l’hanno letto alla luce delle nostre guerre. Hanno sempre sentito chiamare marxista chi le potenze delle armi, del profitto o del potere avevano voluto ridurre al silenzio. “E tu come li chiami i popoli oppressi uccisi in nome di Marx?”, mi si chiedera’ ora; forse supponendo che non abbia trovato il tempo, finora, di chiedermelo. Rispondo che sono dalla mia parte. Li conto insieme a quelli che dal Diciassette, quando sono nato, sono nemici dei miei nemici, a Madrid come a Shanghai, a Leningrado come a Roma, a Hanoi, a Santiago, a Beirut… I cacciatori di “bestie marxiste” (cosi’ si esprimono) devono sempre aver avuto difficolta’ ad apprezzare le differenze teoriche fra marxiano, marxista, socialista, comunista, bolscevico e cosi’ via.
Mi spieghero’ meglio, per loro beneficio. C’e una foto russa, del tempo della guerra civile: un plotone di morti di fame, in panni ridicoli, cappellucci alla Charlot in testa, scarpe slabbrate; e a spall’arm i fucili dello zar. Questo e’ marxismo. C’e’ un’altra foto, Varsavia 1956, un giovane magro, impermeabile addosso, sta dicendo nel microfono, a una sterminata folla operaia che il giorno dopo l’Armata rossa, come a Budapest, puo’ volerli morti o deportati. Anche questo e’ marxismo.

Antonin Artaud by Man Ray
In questo momento storico tutto mi sembra una copertura che camuffa la realtà. La politica è solo protezione del potere .Il destino del Paese è nelle loro mani, quelle dei politici che si azzuffano per i LORO interessi e non per quelli del Paese e degli italiani.
Restano in sospeso, tra le altre cose, le riforme costituzionali della legge elettorale e la proposta di legge sul conflitto d’interessi. Giocheranno al massacro, ma
Forse i nostri politici potrebbero imparare da Antonin Artaud
Decongestionare l’Economia vuoi dire semplificarla, filtrare il superfluo perché la fame non aspetta. Così poco inclini come siamo ad occuparci’ d’Economia, è sotto il suo aspetto Economico ed esclusivamente Economico che la situazione attuale ci colpisce, e lo fa in maniera pressante, angosciante, richiedendo soluzioni immediate, se non vogliamo che siano gli avvenimenti a imporci le loro soluzioni, che sarebbero disastrose, ma probabilmente decisive. E la questione che si pone è quella di sapere se bisogna provare a orientarli, gli avvenimenti, accelerandone il ritmo nel loro verso, o se per caso non valga la pena di lasciarli correre, fino a che l’ascesso si svuoti da sé, una volta per tutte, e per davvero. Possiamo affidare al caso, certo, il compito di giungere a soluzioni estreme; ma non è affatto certo che il caso non guidato faccia bene e completamente quanto deve, ma un intervento, poiché un intervento è inevitabile e necessario, potrebbe darsi, per essere al contempo efficace e decisivo, solo nel senso di un certo numero di necessità naturali e fiutando gli avvenimenti. Che la situazione sia grave, angosciante, e ancor più che angosciante, minacciosa, nessuno lo negherà e forse non dipende ormai più da noi il fatto che diventi, dall’oggi al domani, catastrofica. Qualunque cosa avvenga, c’è un certo numero di fatti elementari che è indispensabile che siano da tutti compresi, per contenere o precedere il disastro, e in tal caso farlo evolvere in un corso vantaggioso e comunque efficace perché se ne tragga il maggior vantaggio. Si sa che quest’anno, come “tredicesima”, i salari sono stati ridotti qui dei 10, altrove dei 20%, e questo in modo unanime, in tutta
Capitalizzare la fame.….
Qui, credo, passa la linea di confine che separa l’arte che graffia, denuncia, ricerca e fa ragionare, dall’arte che conserva, rassicura e intrattiene. Un esempio ci viene da A. Artaud, uno dei più grandi artisti del secolo passato: “…il dovere dello scrittore, del poeta, non è di rinchiudersi vilmente in un testo, in un libro, in una rivista da cui non uscirà mai più, ma, al contrario, di uscire fuori per scuotere, per attaccare lo spirito pubblico; se no a che cosa serve?”. Non a caso Artaud non si limitava ad esprimere le sue denuncie sociali con linguaggi correnti, altrimenti avrebbe fatto il politico; il suo linguaggio era pura sperimentazione artistica, dirompente e scioccante, giocato su una compenetrazione tra il contenuto e le sonorità vocali con cui questo era espresso. Artaud voleva parlare del disagio di vivere, e effettivamente chiunque assistette alle sue performance ne uscì con la consapevolezza di avere sperimentato sulla propria pelle il disagio esistenziale.
estratto di un articolo di Fabio M. Franceschelli
“Oh, Grande Spirito, la cui voce ascolto nel vento, il cui respiro da vita a tutte le cose. Ascoltami; Io ho bisogno della tua forza e della tua saggezza. Lasciami camminare nella bellezza, e fa che i miei occhi sempre ammirino il rosso e purpureo tramonto. Fa che le mie mani rispettino la natura in ogni sua forma e che le mie orecchie rapidamente ascoltino la tua voce. Fa che sia saggio e che possa capire le cose che hai pensato per il mio popolo. Aiutami a rimanere calmo e forte di fronte a tutti quelli che verranno contro di me. Lasciami imparare le lezioni che hai nascosto in ogni foglia ed in ogni roccia. Aiutami a trovare azioni e pensieri puri per poter aiutare gli altri. Aiutami a trovare la compassione senza la opprimente contemplazione di me stesso. Io cerco la forza, non per essere più grande del mio fratello, ma per combattere il mio più grande nemico: Me stesso. Fammi sempre essere pronto a venire da te con mani pulite e sguardo alto. Così quando la vita appassisce, come appassisce il tramonto, il mio spirito possa venire a te senza vergogna”
origine sconosciuta
Tramandata da Tatanka Mani (Bisonte che Cammina)
(1871-1967)
Assiniboine
Sono venuto al mondo con la pelle color bronzo.
Molti miei amici sono nati con la pelle gialla, nera o bianca.
Ci sono fiori dai colori diversi ed ognuno di essi é bello.
Io spero che i miei figli vivano in un mondo in cui tutti gli uomini,
di ogni colore, vadano d’accordo e lavorino insieme,
senza che la maggioranza cerchi di uniformare gli altri al proprio volere.
(Tatanga Mani )
Oh Grande Spirito,
concedimi la serenità di accettare le cose che non posso cambiare,
il coraggio di cambiare le cose che posso cambiare,
e la Saggezza di capirne la differenza.
(Preghiera Cherokee)
‘ …nella vita di un indiano c’era un dovere, del cui adempimento non si scordava mai: era il dovere di onorare ogni giorno l’eterno ed invisibile con la preghiera. sempre, quando egli incontra, durante la caccia quotidiana, un’immagine di bellezza che impone profondo rispetto: un arcobaleno davanti ad una nube nera carica di pioggia sopra le montagne, una cascata bianco-schiumante nel cuore di un verde precipizio; un’ampia prateria, irradiata dal rosso intenso del tramonto, il cacciatore pellerossa rimane fermo un istante, in atteggiamento di adorazione.
Tutto quello che fa, ha per lui un significato religioso. Egli sente lo spirito del creatore in tutta la natura, e crede fermamente che la forza interiore che riceve provenga da lui. Egli rispetta l’immortale nell’animale, suo fratello, e questo profondo rispetto si prolunga spesso a tal punto che egli adorna con colori simbolici o con piume la testa di un animale abbattuto. Poi tiene in alto la pipa colma, quale segno dell’aver liberato in modo onorevole lo spirito del fratello, il cui corpo era stato costretto ad uccidere, per continuare a vivere egli stesso…’
(Ohiyesa: nativo d’America Dakota-Santee)

Se voi uomini bianchi non foste mai arrivati, questo paese sarebbe ancora com’era un tempo. Tutto avrebbe conservato la purezza originaria. Voi l’avete definito ’selvaggio’, ma in realtà non lo era. Era libero. Gli animali non sono selvaggi; sono solamente liberi. Anche noi lo eravamo prima del vostro arrivo. Voi ci avete trattati come selvaggi, ci avete chiamati barbari, incivili. Ma noi, eravamo solo liberi!
(Capo Leon Shenandoah, Onondaga)
Ricordo una mattina come questa, la stessa atmosfera, gli identici colori, le stesse sensazioni, ed io che guido piano, verso casa.
Un Natale alle porte e le luci tutto intorno.
Stivali neri lucidi nuovi. Gonna corta e, non so perché, una strana attesa.
Una musica di Battiato, un remake anni 40.
Via dei Due Ponti e il supermercato SMA zeppo di raggi e colori e panettoni e odore di frutta candita e disidratata.
Qualcuno a casa cucinava già.
Negozi zeppi per gli acquisti dell’ultima ora e strisce pedonali affollate di passanti, ed io con quello strano tramestio nel cuore. Un misto di gioia e dolore.
Io ti sento!
Ma dove sei? Chi ti ha dato il permesso di andartene? Il ricordo di tutto quello che ho vissuto con te in giorni come questo mi gonfia il cuore e non so se riesco ad afferrarne un pezzo e tenerlo con me il più a lungo possibile mamma.
Volevo averne ancora mamma.
Certo che ne volevo ancora.
E scendo a comprarmi le calze.
Ce l’avranno al supermercato un paio di calze per questa sera?

Oggi è l"international blogger day for Burma", tutti i blogger uniti nella lotta online per la libertà per i birmani.Visitate il sito http://www.freeburma.org/.
Aderisco alla campagna "FREE BURMA" e marcio virtualmente con i monaci birmani per la lotta per la libertà.
Questo gesto simbolico manifesta la solidarietà nei confronti di una popolazione oppressa da una dittatura militare repressiva e violenta.
IL VOLONTARIO
Ma chi è questo volontario tutto sommato?E’ una figura apprezzata da "tanti" e criticata da "molti".
Per inconsapevolezza, forse, incapacità di giudizio? O per ambiguità?(intesa come dubbio, incertezza)
Sarebbe meglio poter dire: -io non me la sento, non è per me!- piuttosto che:-il volontariato è una forma di egocentrismo che aiuta a sentirsi più "bravi"….e magari fossero sempre e solo questi i giudizi che si sentono….senza tener conto almeno del buon senso.
Volontario, nell’immaginario di molti è un signore di mezz’età (o signora) che ormai non ha più nulla da fare nella vita se non andare ad offrire il suo aiuto negli ospedali, o nelle case di malati terminali, per passare il tempo o per farsi "bello" agli occhi degli altri.
Potrete avvertire un po’ d’ironia tra le righe, o forse nelle righe stesse, ma a volte il cuore di qualcuno ha sanguinato.
Ma il volontario sapete chi è? Forse posso tracciarne l’immagine, almeno quella che io conosco. Ne venissero fuori altre con il tempo,o dovessi io stessa imbattermi in esse , non tarderei ad aggiornarvi.
Il lavoro del volontario è, innanzitutto, il frutto di una libera scelta: è un lavoro non retribuito a sostegno di altri, ad esempio anziani abbandonati e ammalati che hanno necessità di trasporto per assistenza medica o solo per fare shopping.
Il volontariato è assistenza ai disabili, impegno in manifestazioni e vendite a favore delle varie associazioni, lavoro all’aperto che comporta fatica, stress e d’inverno freddo.
Il volontariato è un’assistenza, un sostegno al prossimo che ci offre anche molti benefici come quello della valorizzazione della comunità o di nuove esperienze di lavoro (anche se non retribuite). Acquisizione di nuove conoscenze e la possibilità di sfruttare il proprio talento naturale nelle varie attività acquistando fiducia in se stessi e imparando a svolgere un lavoro di squadra dove si collabora tutti , ognuno con le proprie capacità, l’uno al fianco all’altro, senza limiti di età.
Per cui il ragazzo lavora con l’anziano per perseguire un obiettivo comune: aiutare chi ha bisogno.
Il volontario mette a disposizione degli enti in cui opera (ospedali, associazioni, etc) la possibilità di offrire servizi migliori, con maggiori attenzioni individuali, entusiasmo ed energie, stimoli perché l’ente si ricordi dei propri obiettivi e svolga il lavoro al meglio delle proprie possibilità.
Il volontario è quindi colui che elargisce la sua intelligenza, offre la sua amicizia, il tempo, gratuitamente. Ma non come un benefattore, badate bene, ma come colui che condivide un disagio e non è una integrazione e il suo compito non è colmare un vuoto, ma affiancare gli operatori sanitari.
Il volontariato ha cambiato molti aspetti, si è evoluto è non è, ripeto, praticato da chi, non avendo gratificazioni cerca uno scopo. Non è così (e se così fosse lo sarebbe davvero per pochi, prova ne è che l’ottanta per cento dei volontari sono dei ragazzi al di sotto dei trent’anni, e poi persone che hanno famiglia, figli, e una carriera davanti. Solo un numero esiguo è costituito da persone che potrebbero aver fatto questa scelta per sentirsi utili, ma sapete che vi dico?…E ben vengano anche costoro)
Oggi il volontariato è uno stile di vita nato anche dal bisogno di essere a contatto con persone che condividano i propri valori e così insieme si considerano le proprie motivazioni a prestare aiuto.
L’azione volontaria è una componente importante del tessuto sociale perché interviene là dove è più utile e quando c’è necessità per far fronte ai bisogni del malato partecipando anche al suo silenzio,esprimendo il suo sostegno affettivo avendo presenti i propri limiti e confini pur tentando di stabilire con il malato una relazione affettiva profonda per il tempo che è necessario prendendosi cura di lui con amore e disponibilità, attenzione e ascolto, condivisione.
L’aiuto morale e psicologico che si mette a disposizione nel servizio del volontariato nulla toglie ai nostri cari o a chi ha bisogno di noi in famiglia. Si può sospendere in qualsiasi momento se si attraversano delle difficoltà per poi riprendere al momento opportuno, o se ci sembra troppo oneroso, lasciare. Questo non significa un fallimento. Ma che la nostra opera doveva finire in quel momento.
La relazione d’aiuto ha un grande valore e si deve poter espletare solo se si è in grado di farlo.E’ significativa, affettiva, è un incontro tra due persone in cui una delle due deve essere aiutata per adattarsi ad una situazione che provoca sofferenza, disagio e conflitto.
Una relazione unilaterale in cui una persona è pronta a ricevere e l’altra è disposta a dare.
Aiutare un estraneo è la massima espressione di se stessi che richiede una grande apertura e una grande generosità.
Aiutare per molti è una parola oscura che ha una connotazione positiva ma che suggerisce una certa ambiguità, è asimmetrica per definizione: due persone che svolgono un ruolo profondamente diverso…..ma l’obiettivo è di crescita e scambio reciproco.
Lo spirito sorge dall’ universo come sosteneva Hegel, è l’elemento spirituale della nostra coscienza.
Lo spirito è conoscenza. «Questo concetto dello spirito è ciò cui si dà il nome di coscienza» Lo spirito si chiama coscienza e la coscienza è conoscenza ; «la coscienza Hegel la considera come due piani della stessa realtà: natura e spirito.
L’essenza della coscienza è di essere immediatamente, in una eterea identità assoluta unità dell’opposizione. Essa può essere ciò solo perché immediatamente, per quanto è in sé opposta, entrambi i membri dell’opposizione sono essa stessa, sono in essi stessi, in quanto membri dell’opposizione, immediatamente il contrario di se stessi, la differenza assoluta, differenza che si toglie ed è tolta, cioè sono semplici.
Perciò l’uomo l’unica forma di vita che si mostra capace di interiorizzare, smaterializzandola, è la coscienza umana. la coscienza vivendo come coscienza, distingue sé da sé ed è una dimensione di immediata e semplice identificazione di sé con sé. La vita della coscienza è questa dimensione eterea del concepire sé come altro da sé. Non è solo una dimensione mentale; lo è anche. È lo spirito che sorge dalla natura come coscienza. È la coscienza che pensa se stessa. Ma, aggiunge Hegel, siamo noi che, finora, con il nostro conoscere, abbiamo sollevato lo spirito dalla dimensione naturale, nella quale esso sta di fatto come altro da sé: esso dorme nella natura, è "spirito nascosto". Se volessimo trovare nella dimensione naturale lo spirito, noi non vedremmo nulla. Lo spirito non si cerca e non si vede a occhio nudo. Esso sorge quando il nostro conoscere viene a identificarsi col conoscersi dello spirito stesso.
Ma come avviene esattamente questo ‘salto‘ e cioè questa sorta di personificazione dello spirito? Lo spirito è questa vita dell’essere umano, il quale naturalmente si comporta come coscienza. Eppure, questo suo naturale comportarsi lo porta a negare la stessa dimensione naturale. Negare la dimensione naturale vuol dire, per lo spirito, assumere una forma non immediatamente naturale.
Il lato attivo della coscienza ovvero il singolo che pretende universalità - è lo spirito; l’attitudine spirituale di negare il naturale, il dato immediato. Questa finalmente è una dimensione tutta umana. È inoltre una dimensione in cui la coscienza esiste come e nella mediazione. Abbiamo cioè abbandonato l’immediatezza della determinazione naturale, per cui l’animale, che lo voglia o no, è determinato, poniamo, come animale selvatico o animale domestico. L’attività della coscienza crea invece le proprie determinazioni. In altre parole, la coscienza come soggetto attivo si determina essa stessa nella realtà, prendendo forma di medio. È una sorta di personificazione dello spirito nella coscienza del soggetto, o meglio nella coscienza di essere soggetto e soggetto attivo. In questo senso allora Hegel può dire che appena la coscienza «pone in se stessa la riflessione che fin qui era la nostra» essa diviene l’idealità della natura, ossia è il divenire dello spirito.
Lo spirito ha a che fare positivamente con se stesso solo in quanto nega la natura; il negare la natura non corrisponde più a quella eterea e rarefatta dimensione da cui eravamo partiti, una dimensione ancora tutta naturale, tanto che Hegel ci tiene appunto a precisare che là era solo la nostra riflessione che intravedeva lo spirito. Esso invece sorge in quanto tale solo come medio.
Nella natura lo spirito dorme.
Fonte
(società italiana filosofia e politica)


























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