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Incontri nella nebbia (due finali)

 

Pubblico con piacere un racconto del mio compagno di corso di “scrittura creativa”

Ing. Manlio Moggioli

Buona lettura

Quella sera, l’avvocato Mario Silvestri rientrò a casa più tardi del solito. Si era attardato nel suo studio, per completare l’arringa di difesa di un caso complesso, che lo impegnava da svariati mesi. Sulla città era calata una fitta nebbia, tipica di quel periodo dell’anno.

La palazzina a tre piani, con piccolo giardino sul davanti, nel quartiere   residenziale bene della città, era il simbolo del livello sociale che l’avvocato aveva raggiunto.

Parcheggiato l’ultimo modello di BMW nello spazio a lui riservato nel garage del condominio, Mario prese l’ascensore che lo portò direttamente in casa. 

Svuotate le tasche sulla consolle dell’atrio, sotto uno specchio dorato del settecento, l’avvocato era entrato nel vestibolo e aveva incominciato a spogliarsi, quando la moglie, dalla cucina, lo chiamò ad alta voce, dicendogli: “Caro, Rolf deve ancora fare il suo solito giro. Ne hai tutto il tempo. Ho appena messo l’arrosto nel forno.”

Rolf era il doberman dei Silvestri, sul quale essi scaricavano tutto il loro affetto, non avendo avuto figli. Slanciato, di colore nero, da gli occhi rosso accesi, non era cattivo, ma incuteva timore al solo vederlo.

Mario si rivestì, ritirò dalla consolle i suoi oggetti, compresa una piccola pistola Beretta che portava sempre con sé, da quando aveva ricevuto alcune telefonate di minaccia nei suoi confronti. 

Rolf, che aveva compreso quanto stava accadendo, si avvicinò all’avvocato per farsi legare alla corta catena, con la quale Mario teneva stretto il cane durante le passeggiate.

Uscito dal portone principale di casa, Mario si calcò in testa un cappellaccio cerato, per proteggersi dall’acquerugiola che aveva incominciato a cadere, e iniziò la solita passeggiata, che lo avrebbe portato a girovagare lungo le strade alberate del quartiere.    

La nebbia si era fatta più spessa e Mario quasi non vedeva l’altro lato della strada. I lampioni lasciavano cadere a fasci le loro fioche luci, che giungevano a mala pena a terra.

L’avvocato passò davanti ad un bar, la cui insegna lampeggiante emanava intorno dei strani riflessi rossastri. Mario sbirciò dentro, non c’era nessuno.

Passò un tram, senza far rumore, nell’atmosfera ovattata che aveva avvolto la città. I pochi passeggeri, alla fioca luce interna, sembravano i marinai della nave maledetta del capitano Falkenburg, l’olandese volante, fantasmi condannati a girare i mari in eterno. Il tram si fermò e una coppia si infilò rapidamente nel portone della casa di fronte alla fermata. L’avvocato li esaminò per un attimo e proseguì, mentre Rolf gli camminava a fianco.

Ogni tanto Rolf si fermava per i suoi bisogni e Mario si guardava attorno, circospetto.

Passò davanti ad un ristorante pizzeria, dal quale uscivano i rumori gioiosi dei clienti. L’avvocato si fermò, curiosando dentro con lo sguardo. Si accese una sigaretta, assaporandola per qualche minuto, mentre Rolf cercava invano di raggiungere un albero vicino.  

Mario proseguì affrettatamente. La passeggiata ormai volgeva al termine e Rolf precedeva il padrone, avendo già individuato l’odore di casa. Aveva incominciato a piovere con più insistenza. Zaffate di nebbia si stagliavano alla luce dei lampioni. In strada non c’era nessuno.

Arrivato nel lungo viale, alla fine del quale si svoltava nella strada privata di casa sua, l’avvocato vide un uomo venirgli incontro, con fare ondeggiante.

Arrivato nei suoi pressi, mentre i due studiavano come incrociarsi nello stretto marciapiedi, Rolf  incominciò a ringhiare e Mario lo calmò, ordinandogli con voce ferma: “Doch!”.

Ciò nonostante, mentre l’avvocato stava per superare lo sconosciuto, i due si scontrarono frontalmente e l’uomo si aggrappò all’impermeabile dell’avvocato, bofonchiando qualche parola di scuse.

Fatti pochi passi, l’avvocato si riassettò l’impermeabile e rapidamente si voltò. “Ehi! Non faccia il furbo! Dove crede di andare. Mi ridia il mio portafoglio!” e Mario, con la pistola in pugno, raggiunse l’uomo, che si era già allontanato rapidamente.

L’uomo estrasse da una tasca laterale del cappotto il portafoglio, che consegnò a Mario senza dire parola. “Se ne vada! Se ne vada! Via!” gli disse Mario, con fare imperioso.

(Finale di ieri)

L’uomo si voltò e scomparve nella nebbia.

Rientrato in  casa, Mario fu accolto dall’odore dell’arrosto appena fatto. Stava per depositare nuovamente le sue cose sulla consolle, quando vide che il suo portafoglio era rimasto là.

(Finale di oggi)

 L’uomo si voltò e scomparve nella nebbia.

Rientrato in  casa, Mario fu accolto dall’odore dell’arrosto appena fatto. Depositò nuovamente le sue cose sulla consolle e si spogliò rapidamente degli indumenti bagnati.

“Anche questa volta ce l’abbiamo fatta! E’ andata bene! Un portafoglio … bello pieno!” disse l’avvocato, entrando in cucina.    

  

Manlio Moggioli

 

il gioco dell’inconscio

Posso riposare adesso…anche se non so con esattezza dove mi trovo. Riemergo dal buio, a un passo dal baratro.
Risalire è faticoso, penoso
. Ora sono qui, stanco, disteso a riacciuffare il ricordo.Le immagini si susseguono lente davanti agli occhi chiusi, pesanti.Tutto non è accaduto per una grave malattia o una grave perdita, non credo. Non sono sicuro. Forse neppure per la fine, che pure è inevitabile, di un amore. Si, deve essere così. Non per la fine, ma per la falsità e la menzogna, per la puerilità e la mediocrità, per l’ abiezione in cui, mi sembra appena di percepire, deve essere naufragato e poi affogato… questo amore.Mi sforzo fino allo spasimo per ritornare indietro nel tempo. Ho uno spasmo acuto, come se avessi perso la facoltà di ricordare. Sono accaldato, percepisco le gocce di sudore scivolare dalla fronte sulle labbra ma non posso asciugarmi, non ci riesco.Emergo adesso, e mi imbatto in un lungo ponte scuro al di sotto del quale vedo scorrere un fetido liquido nero, schiumoso. Ecco, mi sembra di vedere qualcosa oltre il ponte.
Si è così, vedo, sento qualcosa… c’è il mio passato, quello prima di incontrare “lei”.
Ritornando furiosamente al presente, e con un sussulto, ho la consapevolezza di non ricordare nulla, non un incontro, non un abbraccio, non il suo volto.
Questo stravagante e bizzarro meccanismo della memoria, che così tenta la sua difesa, mi allarma.
Come posso non ricordare e sapere allo stesso istante che quel tempo c’è stato?
Mi è impossibile ricondurmi al periodo e ai luoghi dei nostri primi approcci, dei successivi incontri, alla drammatica e (credo appena di intuire) grottesca, ridicola, fine.
Avverto lo squallore di una storia vissuta come in un altro tempo, da un altro me. Eppure ne risento l’odore,di quei giorni. Riassaporo casualmente e accidentalmente attimi di struggente dolcezza che non saprei collegare ad un evento, ad una circostanza, ad un momento preciso, ma che so appartenere alla “storia”.Vorrei ricordare con estrema chiarezza, rivivere attimo dopo attimo, ma non posso, non ce la faccio, mi muovo confusamente alla ricerca di un appiglio, ma in realtà sono immobile.Il ponte è dunque una sorta di strada a scorrimento veloce che mi riporta indietro e ancora più indietro!?! Ho le vertigini quando intuisco la mia adolescenza, la mia infanzia…poi sono ancora avanti con una acrobazia dolorosa, avanti, ma sempre ad un passo dall’incrocio dove le nostre strade si sono intrecciate.Questo strano gioco dell’inconscio, questo crudele inseguirsi e sfuggirsi dei ricordi (ma sono ricordi?) mi strema. Ho allontanato dalla coscienza pensieri, desideri,  forse inaccettabili, insostenibili. La memoria ormai è priva di tempo. Riesco appena a distinguere la schiuma scura che scorre e ristagna allo stesso tempo, con piccoli, rari, schizzi d’azzurro.Poi emerge dal buio corposo, compatto, una sconosciuta, sembra farsi spazio con le braccia. Vai via, non voglio vederti. E’ simile a lei, si… apparentemente la stessa persona, forse lei prima che cominciasse, lei quando la vidi la prima volta. Non ne sono certo. Forse. Ma deve essere rigorosamente prima di innamorarmene,quando tutto poteva non accadere, quando non avevo provato ancora stranezza d’amore… tanto mi è indifferente che si, ancora la conosco appena.Mi imbatto in lei tra le trame di questo buio fitto e denso inflittomi, e le sensazioni che provo sono quelle di un incontro occasionale.
Ma io so di chi si tratta e tutto il mio essere si ribella alla mia stessa indifferenza e il non provare nulla mi addolora, mi stupisce , mi agghiaccia.
Mi chiedo in un trafugato lampo di lucidità da cosa e da dove procede questo statico stato emozionale, ma non ho la forza per fare congetture, e poi, devo confessare a me stesso, con questo residuo di coscienza che mi resta, che la risposta mi atterrisce.
Certo capisco, e non è solo intuizione, che per quanto paradossale quest ’inaudito stato d’animo mi permette di chiudere gli occhi e rilassarmi e devo approfittarne, assolutamente, se pure con una parte della mia vita cancellata, giorni intensamente vissuti che scorrono ormai sotto un ponte scuro , estraneo, e ristagnano nella schiuma putrida.
Giusta pena per aver sprecato parte della mia vita, forse.
Come in un girone dell’inferno Dantesco i ricordi si contorcono, si ribellano all’oscurità e al fetore, alla condanna. Ma la rappresentazione si ferma. La memoria li seppellisce ancora, impietosamente.Poi sento un tintinnio e intravedo un camice bianco tra le fessure dei miei occhi stanchi, pesanti come massi. Un laccio impietoso si stringe al mio braccio e il liquido gelido entra nella vena, ancora un attimo di luce fioca e un caldo nero ristoratore.Un turbine mi risucchia nello stesso istante.
Ma ho ancora un attimo, un solo povero attimo tutto per me. Uno solo, e mi impossesso ancora della mia coscienza fragile come cristallo…e comprendo dove questo strano gioco dell’inconscio, questo crudele inseguirsi e sfuggirsi dei ricordi, “ma sono ricordi?”, mi ha portato.
Mi ha consegnato al buio.
Adesso posso riposare. Finalmente.
 

l’origine del muro

Parte prima

Giuliana è fragile, insicura, spesso eccitata.

Vive in un mondo e in una dimensione assolutamente diversi, dalle proporzioni e dall’atmosfera irreali.

Ha i capelli lisci, di un colore indefinibile, vicino al grigio, corti. Li lava spesso perché sono sempre grassi e le si dividono a gruppetti sulla fronte alta e sporgente. La pelle, rossiccia e piena di brufoli, trasuda continuamente e una leggera peluria ombreggia il labbro superiore conferendole un aspetto duro, mascolino.

La lingua, ostinatamente tenuta sotto il labbro inferiore, le gonfia il mento mettendo in risalto un viso dall’espressione dolcissima, a tratti sconsolata. Il corpo massiccio e l’aria trasandata la fanno apparire più vecchia di quanto in realtà non sia.

La testa, reclinata ora da un lato ora dall’altro sulle spalle curve, dondola ritmicamente.

Un motivo ben preciso deve suonarle in testa ossessivo, sempre lo stesso.

Gli occhi sono accesi e da tutto il suo essere emerge, malgrado l’aspetto ed il modo di muoversi, d’incedere lento e indeciso, una carica d’energia inesauribile, come fosse sempre sul punto di elevarsi in volo ed ergersi al di sopra di tutto.

Giuliana ama la musica che le conferisce misura e la protegge dalla sua instabilità , dal senso di provvisorietà che esala da ogni suo gesto, come se nella musica recuperasse tenacia e autorità. Da lei puoi trovare “45 giri” ovunque, perfino in bagno insieme ad una quantità sorprendente di rolli per capelli che ogni giorno, come un rito al quale non osa sottrarsi, mi chiede di metterle su.

A Giuliana piacciono le feste, quelle semplici che si organizzano nelle case di paese e alle quali partecipano tutti, vecchi e bambini compresi . Mi trascina con sé chiedendosi, ad ogni occasione, se e con chi ballerà, chi l’avvicinerà e con quali intenzioni.

Non appena arriviamo noto ragazzi darsi alla fuga con aria disinvolta (accade spesso che si metta alle calcagna di qualcuno) ma lei sembra non accorgersi di nulla, si guarda intorno facendo continue congetture su questo e su quello, teorizza ad alta voce, con veemenza, senza preoccuparsi troppo che io la stia ascoltando.

Giuliana vuole un ragazzo, a tutti i costi! S’innamora praticamente tutti i giorni, e l’ultimo che le sorride si aggiudicherà il titolo indiscusso di “innamorato”.

- Oggi mi sono messa con Lello - mi ha sussurrato - ma te l’ha chiesto? Vi siete baciati?- -No!- bisbiglia - ma stiamo già insieme…-

La sua sete di consensi la tiene in continuo allenamento, non c’è giorno di riposo né per me né per lei, tutto il suo essere è proteso nella ricerca della consapevolezza del “sé”, della coscienza di essere. Le approvazioni alle quali aspira così avidamente devono restituirle la sua identità che sembra sfuggirle, per avere qualcosa da raccontare e da raccontarsi e assaporarne il ricordo poi, una volta rimasta sola, in conflitto con se stessa e con le sue insicurezze.

Giuliana deve convivere con il concetto che la gente del paese si è fatta di lei: “handicappata”, con il dovere di adattarsi al mondo dei sani, che l’hanno indotta a perdere il senso del proprio valore. Da sempre si è sentita diversa e da diversa si comporta essendo convinta di esserlo. Per lei hanno deciso gli altri, regolando ogni cosa, pensando e agendo al suo posto e facendole perdere la fiducia nelle sue capacità. Spesso è additata senza riguardo, con commiserazione, sfuggita, evitata, indotta così a sopportare meglio la repulsione che la compassione.

Questa l’origine del muro.

Seduta fuori della porta di casa, su di un artigianale sgabello in legno, è perennemente in attesa di un evento. Scruta i volti dei passanti con aria sostenuta, dettaglio imprescindibile della sua armatura. Riesco a distinguere l’espressione dei suoi occhi già da lontano, mentre mi appresto a raggiungerla. Quel miscuglio di fierezza e arrendevolezza insieme fa di lei ai miei occhi una ragazza stravagante e mi chiedo, nell’ingenuità dei miei anni, perché non abbia altre amiche oltre me .

Mia sorella Laura , maggiore di sei anni, ha sempre da fare con la sua “compagnia” ed io di solito faccio da “coda”. Ricordo un giorno dell’anno scorso in cui feci l’autostop ad un carro funebre per raggiungerla in un paese vicino, dove aveva detto sarebbe andata con i suoi amici. Quando arrivai non trovai nessuno e tornai indietro a piedi per tre chilometri; fu proprio quello il giorno in cui riuscii a stabilire il primo contatto con Giuliana: era seduta in piazza, sotto casa di mia nonna, e scoppiai a ridere quando mi vide arrivare accaldata e trafelata, come se sapesse. Probabilmente sapeva. In precedenza l’avevo osservata in silenzio, curiosa. Non sembrava interessarsi a me, anzi, aveva un’aria ostile.

Dopo quella prima volta non è stato facile avvicinarla. Le ho comprato al mercatino una canottiera a fiorellini, poi un disco nuovo, appena uscito, preso ad Avezzano durante un giro in macchina con mio padre…forse è stato proprio quello a far crollare l’ultima barriera, fino a disarmarla. Ho vinto la sua diffidenza penetrando il muro d’ostilità che ha innalzato intorno a sé. A volte ho la sensazione di passarne attraverso. Non voglio rinunciare a questo privilegio. Giuliana puà e deve contare su di me, penso sia la mossa più efficace e significativa, se voglio trattenerla. E’ necessario che lei creda d’ essere stata scelta, fra tante, come unica ed esclusiva confidente, che non sappia che anch’io mi sento sola esattamente come lei, deve esaltarla sapere che potrei svelarle ogni mio pensiero, ogni mio più piccolo segreto.

Giuliana è stata fino ad ora inespugnabile, la sua diffidenza è tangibile ed io l’ho vinta. Sono riuscita dove, forse, nessuno avrebbe potuto e questo mi da un senso d’onnipotenza.

I miei pensieri man mano trovano compiutezza, come il mio rapporto con lei.

Oggi sono in ritardo per il solito appuntamento. Non è fuori ad aspettarmi. Salgo la rampa fino al pianerottolo, Giuliana è in fondo alla sala…mi osserva in silenzio poi di colpo cade a terra contorcendosi spasmodicamente, la lingua gonfia, fuori dalla bocca, è ricoperta di schiuma bianca, gli occhi roteano, le braccia tese tagliano l’aria come in una ricerca disperata d’aiuto, poi il corpo, rigido, sembra non appartenerle più. Resto immobile a guardare, impotente, incapace di un solo respiro, il cuore sembra scoppiarmi nel petto. Sento crescere dentro di me un oscuro delirio, un nodo d’angoscia mi chiude la gola fino a quando non è tutto finito e lei, in uno stato di totale abbandono, fissa lo sguardo nel vuoto per un tempo per me incalcolabile.

Provo mille emozioni e sensazioni diverse: sento l’odore della pioggia, della terra bagnata e un sapore amaro, metallico, imprigiona la lingua.Ricordi d’avvenimenti lontani nel tempo riaffiorano alla memoria: mi rivedo piccolissima, quasi in fasce, tra le braccia di mia madre, intuisco la presenza complice di mio padre. Resto ancora, le spalle contro il muro. Vedo affiorare sul soffitto tracce d’umidità che oscillando sotto un raggio di sole spaurito assumono forme e colori diversi. Le inseguo con gli occhi. Prendo tempo.

Un tremore irrefrenabile scuote il fragile corpo che giace ancora disteso.
La stanza ruota tutt’intorno adesso, e non oso muovermi per il timore che tutto possa ricominciare con maggiore violenza e più a lungo di prima come se, paradossalmente, un mio gesto potesse scatenare ancora la tempesta che si è appena placata. Ma non accade nulla, l’espressione del suo viso è cambiata, fiera, colorata d’insospettabile dignità .

I nostri occhi si incontrano ora in un complice stupore, con cautela. Il timore nutrito in questi istanti terribili, quello di trovarmi di fronte ad una personalità nuova, a qualcuno che non conosco e non sono in grado di affrontare, si sgretola nell’amplesso del nostro sguardo. Nel volto ancora pervaso da un’incredibile bellezza leggo un’indefinibile maturità, non quella che si acquista con il tempo, con l’età, ma piuttosto quella che si raggiunge attraverso il dolore. Con il passare dei minuti Giuliana appare sempre più tranquilla, consapevole. Probabilmente la conforta aver condiviso la sua angoscia. Gli occhi negli occhi ancora una volta, le parole non servono. Il legame è più intenso.

Conosco così per la prima volta la sofferenza, la paura. Entro in contatto con una dimensione fino ad ora sconosciuta e imprevedibile. Mi congedo definitivamente dal mondo magico, fino ad oggi sperimentato per fare il mio ingresso in un altro che lascerà poco spazio ai sogni.

Mi chiedo cosa significhi per me l’incontro con Giuliana, quanto contribuirà alla mia formazione, cosa rappresenta lei per me, se non mi sento privilegiata dalla sua scelta, anche se non incondizionata, quanto disinteresse ci sia in questo rapporto da parte mia. Sono dubbi del tutto naturali, credo, anche se hanno il potere di ferirmi, di mettermi in discussione, di sospettarmi diversa da quella che fino ad ora ho presunto di essere. Suscitare stima è gratificante. So per certo che mi piace farmi vedere con lei , percepire la tacita benevolenza dei miei scrutando i loro volti compiaciuti. E’ eccitante cercare e cogliere espressioni di tacito consenso.

Ma con altrettanta certezza posso dire che a modo mio amo Giuliana, che non sono fuggita davanti alla sua “diversità“, che l’ho accettata superando me stessa, ed ho condiviso con lei i suoi “momenti”.

Parte seconda

Una fotografia in bianco e nero sulla vecchia scrivania di faggio. La osservo a lungo.

Voglio ricordare e riscoprire le mie vecchie emozioni, e ritrovarle intatte, intense, vive, come se il tempo non fosse mai passato. Voglio ricordare perché il ricordo mi appaga, mi consola, mi restituisce quello che il tempo mi ha tolto, e posso farlo soltanto scrivendo perché le parole scrittee fermano i ricordi sulla carta e impediscono ad essi di sbiadire ancora rincorrendosi informi, confusi, a naufragare nella memoria Voglio ricordare e saziarmi del ricordo perché ricordando ritrovo me stessa intatta e rivivo i momenti più significativi della mia vita, come se a raccontarmeli fosse qualcun altro.

Mi siedo, prendo carta e penna.

“Giuliana è fragile, insicura, spesso eccitata, vive in un mondo e in una dimensione assolutamente diversi, dalle proporzioni e dall’atmosfera irreali…”

Parte terza

Oggi, attraverso le parole, ho ritrovato Giuliana.

Sono trascorsi molti anni da allora e molti da quando seppi della sua morte.

Non so definire esattamente cosa provo. Un infinito senso di perdita, forse. Un incolmabile vuoto. La sua essenza dispersa nell’etere o finita in un mondo parallelo a ricostituirsi ancora.

Seguito del racconto pubblicato 1l 14 ottobre:”Chi ha ucciso Renzo?” Dove, come e perché ho scritto il breve racconto. di Manlio Moggioli.

 

Seguito di "Chi ha ucciso Renzo?" Dove, come e perché ho scritto il breve racconto.

La breve inchiesta, che ho fatto tra i lettori ai quali ho inviato il racconto, mi ha dato l’impressione che, anche se da una parte ho scatenato la loro fantasia - in fondo era quello che volevo - dall’altra, forse, qualcuno ha perso il messaggio che mi ero prefissato di dare.

Queste sono le ragioni che mi hanno convinto a dare qualche spiegazione, quale seguito al mio racconto.

Il giorno 8 ottobre 2007 mi trovavo sul volo che mi portava da Bruxelles a Freetown in Sierra Leone, dove mi aspettava una serie di incontri con le varie autorità, per sbrigare la imbrogliata matassa di un progetto stradale, cui presto la mia consulenza.

Come faccio sempre in questo viaggio intercontinentale, all’aeroporto di Bruxelles avevo comperato il CORRIERE DELLA SERA, unico quotidiano italiano colà disponibile. A Roma, alle 05.30, quando ci si mette in coda per il controllo di sicurezza, le rivendite di giornali sono ancora chiuse e la "Bruxelles Airlines" pensa di fare economia, non distribuendo alcun giornale sulle tratte europee. Figuriamoci poi se trovi un giornale italiano sui voli verso l’Africa. Anche durante l’ora di filodiffusione di musica classica ti fanno ascoltare brani di un musicista belga, illustre sconosciuto.

Quando viaggio mi piace andare alla cassa e pagare in Euro, invece di lottare con i fiorini, marchi, franchi o qualsivoglia altra valuta europea pre-integrazione delle monete. Il quotidiano che avevo comperato non è il mio massimo, ma lo leggo, senza turarmi il naso, come a volte faccio con altri giornali.

Mentre l’Europa mi scorreva chiara sotto i piedi, dall’alto dei miei 10.000 metri, leggevo il CORSERA senza un ordine prefissato, scegliendo argomenti più o meno leggeri, a seconda della voglia che, al momento, mi veniva.

Tra poco avrebbero servito il pranzo e un leggero aperitivo mi preparava, soavemente, a passare le restanti sei ore del mio viaggio.

Dopo aver scorrazzato tra …. , un titolo corredato da un semplice disegno e da alcune fotografie in bianco e nero attrasse la mia attenzione "BIMBO UCCISO, LA MOTO ERA SULLA PISTA CICLABILE. Bormio, si cerca un pilota con casco nero. La madre: se ha una coscienza, si costituisca".

L’orrore che provai nel leggere i particolari dell’articolo mi crearono un’angoscia che dovevo esorcizzare in un qualche modo. "Scriverò un racconto" pensai.

Il pranzo passò velocemente, mentre elaboravo le idee e la hostess probabilmente si domandava perché non le sorridevo, rabbuiato nei miei pensieri. Che cosa mi fu servito? Non lo so.

Sparecchiato rapidamente il ripiano davanti a me, vi installai il mio computer, la cui batteria, utilizzata in modalità "risparmio di energia", mi avrebbe dato il tempo sufficiente per scrivere un racconto breve, prima di esser costretto a dover riporre lo strumento nella sua borsa di pelle nera, in vista dell’inizio della discesa verso Freetown.

Mario è un giovane solo e non perché ha perso la sua famiglia o perché vive al di fuori della comunità, isolato nel bosco.

Le vicende della vita gli hanno portato via il padre gran lavoratore, la madre operosa, la nonna che affrontava il suo martirio in un mondo di lavanda. Magari anche le vacanze annuali in qualche posto esotico, con un soggiorno turistico a poco prezzo.

Mario è solo perché ha perso i suoi modelli, vive senza ideali e non gli interessa di realizzare qualcosa nella sua vita. Vive e sopravvive perché ha di che svendere i beni di famiglia. Anche il gatto lo ha abbandonato.

Mario vive nel buio della casa e dell’anima; una fioca lampadina gli basta.

Mario comunica con il mondo attraverso il suo casco da motociclista, nero con disegnate sopra delle fiamme rosse. Si fa distinguere, perché non lo toglie nemmeno nel ballo in discoteca.

Mario è entrato nel mondo dello sballo, di cui ho cercato di disegnare lo stereotipo, e si è pure rifugiato nel mondo virtuale, che ha scelto come fuga dalla realtà.

Quaranta e più videogiochi lo tengono ore ed ore alla console. Si è pure comperato una sedia ergonomica, perché gli faceva male la schiena dallo stare tanto seduto davanti al computer.

Mario alterna, in un crescendo felliniano, lo scorrazzare con la moto nelle campagne attorno, con le visite notturne alla discoteca, con le incalcolabili ore davanti al suo videogioco preferito dal nome premonitore "Motocross infernale"… la giornata di sole, l’ampia vallata, le nuvole in cielo  che sorridono e la gente che applaude.

Lontano! … Sempre più lontano dalle angosce della vita!

Ma la fuga dalla vita nella realtà virtuale si paga e si paga duramente. Basta un attimo e una rapida svolta ti porta, attraverso un bosco oscuro, dritto dritto nella tragica realtà.

Credi di aver acquisito "1000 punti e trenta secondi di abbuono" e di aver vinto, ma invece

Manlio Moggioli

Chi ha ucciso Renzo? di MANLIO MOGGIOLI

 

Pubblico con piacere un racconto inviatomi dal mio compagno del corso di scrittura creativa curato da Paola Ducci, ing. Manlio Moggioli. Il racconto è ispirato ad un recente fatto di cronaca.

La penna di Manlio è sottile e arguta.

Buona lettura

Chi ha ucciso Renzo?

E’ ormai sera. Non perché la radiosveglia sul comodino lo dica con le sue ore rosse, ma è mancata la corrente e i numeri lampeggianti segnano, con insistenza, un impossibile 09:47, pochi minuti dopo che Mario si era buttato sul letto, vestito com’era.

Mario lo capisce, invece, dal fatto che nessuna luce trapela dalle persiane mal chiuse.

Rimane così, supino sul letto, per qualche minuto a guardare un soffitto che non vede. 

La notte precedente, della quale ricorda ben poco, è stata lunga e confusa.

Mario allunga la mano e accende una fioca lampadina dentro la corolla di un opalescente fiore giallastro di una lampada di bronzo fin de siècle, posta sul comodino. Ai mercatini della domenica se ne vendono molte copie, ma la sua è originale, ereditata dalla nonna, assieme ai mobili di tutta la sua stanza da letto.

Ricorda ancora quando, da piccolo, si rifugiava nella stanza della nonna, per sfuggire alla giusta punizione, che i suoi genitori volevano infliggergli per una qualche marachella, che aveva combinato in giardino. La vecchina, semiparalizzata nel suo letto, gli diceva di nascondersi dentro l’armadio di noce chiara, dalle ante intarsiate, che profumava di lavanda.

Mario sente uno strano sapore amarognolo in bocca, che neppure una bella strigliata di denti riesce a cacciar via.

Mentre in cucina attende che la moka con il suo consueto gorgoglio lo riporti alla vita, Mario si guarda attorno e cerca di ricordare.

La grande sala … tanta gente … le luci psichedeliche … la procace cubista che si dimena, stretta nella corta chemisier rosso "Aperol", che lascia capire che cosa c’è dentro.

Mentre il profumo del caffè aleggia per la cucina, Mario si versa l’intera Bialetti nella grande tazza cilindrica con le scritte dorate, trafugato ricordo di un soggiorno in un albergo esotico. Ne ha proprio bisogno.

La ragazza l’ha notato subito e si è messa a ridere. Mario è l’unico che balla senza essersi tolto il casco nero da motociclista, con disegnate sopra delle fiamme rosse. I buttafuori, a un primo momento, non volevano permetterlo, ma poi non hanno detto niente … tanto Mario lo conoscono e, soprattutto, fa attrazione in pista.

La cucina è squallida. Una pila di piatti e di pentole sporche di sugo nell’acquaio, attendono chissà da quanto tempo di esser pulite e rimesse al loro posto. In un angolo, scatolette di carne sbocconcellate qua e là sono il segno di un gatto, che forse non ha più voglia di tornare a casa.

Ben diverso da quando c’era la mamma. Tutto pulito, tutto in ordine. Sempre tutto pronto per le abbondanti colazioni che faceva il babbo, al suo rientro a casa a ore impossibili, alla fine dei turni pesanti della vicina fabbrica.

Poi se ne erano andati assieme, con la loro "Panda", probabilmente per una curva mal presa giù dai tornanti dello Stelvio. Li avevano trovati abbracciati tra i rottami, giù nel burrone.

Tutta Bormio aveva partecipato ai funerali. Mario li aveva fatti seppellire vicini alla nonna e si era ritirato nella casetta fuori dal paese, nel bosco che sta vendendo a pezzi a poco a poco, dalla quale si allontana raramente, se non per rifornirsi di certa roba di cui è sempre più difficile farne a meno.

E’ bella e sfrontata. E’ l’attrazione di tutta la discoteca … Natascia o qualcosa del genere. Come si muove si capisce che sente di avere gli occhi di tutti addosso. Mario ne è affascinato e non abbandona il suo posto sotto il cubo, se non per andare al bar e ingoiare rapidamente i suoi whiskies, sollevando la nera visiera del casco.

Finito il caffè, Mario si alza in piedi e accende a caso la musicassette di uno stereo che sta sulla credenza. "Voglio una vita spericolata" … canta il suo mito con la voce roca.

Finalmente, a fine nottata, la ragazza gli fa un segno inequivocabile … solo per lui … aspettami fuori. Mario si precipita al bar per il suo ultimo whisky e per prender qualcosa che il barista gli passa sottobanco, assieme al conto, al quale Mario  aggiunge un’ampia mancia.

Lo raggiunge nel buio della notte e lo prende di fretta, aprendogli i pantaloni quasi con rabbia, cavalcioni sulla motocicletta, seduto sulla quale Mario la aspettava.

Un minuto, cinque minuti, un’ora? Mario non lo ricorda.

Guarda ancora attorno i contorni sfuocati della cucina, mentre i pensieri si mescolano con i ricordi, e vede il computer in un angolo, appoggiato sul ripiano  dell’armadietto, dove la mamma teneva i piatti.

Mario si siede sulla sedia ergonomica posta davanti allo schermo e accende l’apparecchio.

Dopo pochi secondi, scorre i più di quaranta titoli del NINTENDO e sceglie il suo preferito: "MOTOCROSS INFERNALE".

Mario clicca sul nome che lampeggia e afferra il joystick, impugnandolo fortemente con le mani. Inizia il rito.

Nome del concorrente: Mario sceglie Mario, cioè se stesso.

Nome dell’avversario: Mario sceglie "Mario", il noto omino eroe di tanti videogiochi.

Moto del concorrente: Mario sceglie la moto attualmente Campione del Mondo di cross.

Moto dell’avversario: Mario sceglie una vecchia Aprilia del 1980.

Vestiti del concorrente: Mario sceglie una tuta di pelle nera, stivaletti alti, fascia elastica in vita, casco nero con disegnate delle fiamme rosse.

Vestiti dell’avversario: Mario non sceglie. Pantaloni azzurri, maglietta bianca e berretto rosso sono quelli usuali di "Mario".

Pronti! Si parte! E’ una bella giornata di sole in un’ampia vallata tra i boschi, con qualche bianca nuvola qua e là nel cielo. La gente applaude ai lati della pista, sporgendosi al passaggio dei corridori.

Mario scatta e prende qualche decina di metri di vantaggio su "Mario", che procede più lentamente. Curva a destra, curva a sinistra. Salto.

Mario si volge a guardare dove si trova "Mario" e non vede la pozza di fango, che si trova sul percorso; scivola e cade. "Mario" lo supera, con un sorrisetto sotto i baffi sottili e lo saluta con la mano, agitando il rosso berretto.

Mario riparte e cerca di ricuperare troppo velocemente il terreno perduto. Curva a 360 gradi. Mario scivola e cade nuovamente. "Mario" è già lontano.

Mario riprende con la rabbia che gli bolle dentro. Lungo rettifilo con bumps, che Mario affronta a grande velocità, saltando sulla sedia ergonomica.

A metà percorso, Mario vede sulla destra un sentiero seminascosto tra gli alberi che conosce bene; percorrendo quella scorciatoia, taglierà un bel pezzo di strada e riuscirà a precedere "Mario".

Mario vi si infila, mentre improvvisamente si fa buio. Non fa niente, anche se la moto da cross non ha il faro anteriore. Mario conosce il percorso, come le sue tasche. La moto romba e risponde alla sua guida nervosa che è una bellezza. Mario sente l’aria fresca addosso e ogni tanto qualche ramo bagnato che gli sferza il casco. E’ meraviglioso: un’altra pozza di fango gli schizza la tuta. Avanti! Avanti! Quest’ ultima edizione di NINTENDO è stupenda. Sembra di essere realmente là.

Ed ecco, improvvisamente, il bosco termina e Mario si trova all’aperto su quella che sembra la pista ciclabile che da Bormio porta a Valdisotto. Si ferma, guarda a destra. Benissimo, "Mario" non è nemmeno in vista. Mario decide di proseguire sulla pista ciclabile, per non avere intralci di traffico e vincere la gara.

Vai! Vai! Mentre le ombre della sera si fanno sempre più nere.

Ecco l’ultimo ostacolo da superare, in corsa. Una mamma con due bambini in bicicletta. Vai! Vai! La mamma si mette in mezzo alla strada per bloccare Mario, si sbraccia, urla. Mario con abile mossa la evita e centra il bambino più piccolo: MILLE PUNTI E TRENTA SECONDI DI ABBUONO.

Questa volta "Mario" non mi raggiunge più, pensa Mario.

Chi ha ucciso Renzo?

               

  MANLIO MOGGIOLI

L’origine del muro

  
  

Parte prima

Giuliana é fragile, insicura,speso eccitata,  vive in un mondo e in una dimensione assolutamente diversi, dalle proporzioni e dall’atmosfera irreali.

Ha i capelli lisci, di un colore indefinibile, vicino al grigio, corti.  Li lava spesso perché sono sempre grassi e le  si dividono a gruppetti sulla fronte alta e sporgente. La pelle, rossiccia e piena di brufoli, trasuda continuamente e una leggera peluria ombreggia il labbro superiore conferendole un aspetto duro, mascolino. La lingua, ostinatamente tenuta sotto il labbro inferiore, le gonfia il mento mettendo in risalto un viso dall’espressione dolcissima, a tratti sconsolata. Il corpo massiccio e l’aria trasandata la fanno apparire più vecchia di quanto in realtà non sia. La testa, reclinata ora da un lato ora dall’altro sulle spalle curve, dondola ritmicamente.  Un motivo ben preciso  deve suonarle in testa ossessivo, sempre lo stesso. Gli  occhi sono accesi e da tutto il suo essere emerge, malgrado l’aspetto ed il modo di muoversi, d’incedere lento e indeciso, una carica d’energia inesauribile, come fosse sempre sul punto di elevarsi in volo ed ergersi al di sopra di tutto.

Giuliana ama la musica   che le conferisce  misura e la protegge dalla sua stessa instabilità, dal senso di provvisorietà che esala da ogni suo gesto, come se nella musica recuperasse  tenacia e autorità. Da lei puoi trovare "45 giri" ovunque, perfino in bagno insieme ad una quantità sorprendente di rolli per capelli che ogni giorno, come  un rito al quale non osa sottrarsi, mi chiede di metterle su.

A Giuliana piacciono le feste, quelle semplici che si organizzano nelle case di paese e alle quali partecipano tutti, vecchi e bambini compresi . Mi trascina con sé chiedendosi ad ogni occasione se e con chi  ballerà, chi l’avvicinerà e con quali intenzioni. Non appena arriviamo noto ragazzi darsi alla fuga con aria disinvolta (accade spesso che si metta alle calcagna di qualcuno) ma lei sembra non accorgersi di nulla, si guarda intorno facendo continue congetture su questo e su quello, teorizza ad alta voce, con veemenza, senza preoccuparsi troppo che io la stia ascoltando.

Giuliana vuole un ragazzo, a tutti i costi! S’innamora  praticamente tutti i giorni e l’ultimo che le sorride  si aggiudica  il titolo indiscusso di "innamorato" . : -Oggi mi sono messa con Lello - mi ha sussurrato - ma te l’ha chiesto? Vi siete baciati?-  -No!- bisbiglia - ma stiamo già insieme…- La sua sete di consensi la tiene in continuo allenamento, non c’è giorno di riposo né per me né per lei, tutto il suo essere è proteso nella ricerca della  consapevolezza del "sé", della coscienza di essere. Le approvazioni alle quali aspira così avidamente devono restituirle la sua identità che sembra sfuggirle,  per avere qualcosa da raccontare e da raccontarsi e assaporarne il ricordo una volta  rimasta sola, in conflitto con se stessa e con le sue insicurezze.

Giuliana deve convivere con il concetto che la gente del paese si è fatta di lei: "handicappata", con il dovere di adattarsi al mondo dei sani, che l’hanno indotta a perdere il senso del proprio valore. Da sempre si è sentita diversa e da diversa si comporta essendo convinta di esserlo. Per lei hanno deciso gli altri, regolando ogni cosa, pensando e agendo al suo posto e facendole perdere la fiducia nelle sue capacità. Spesso è additata senza riguardo, con commiserazione, sfuggita, evitata, indotta così a sopportare meglio la repulsione che la compassione. Questa l’origine del muro.

Seduta fuori della porta di casa, su di  un artigianale sgabello in legno, è perennemente in attesa di un evento. Scruta i volti dei passanti con aria sostenuta, dettaglio imprescindibile della sua armatura. Riesco a distinguere l’espressione dei suoi occhi già da lontano, mentre mi appresto a raggiungerla. Quel  miscuglio di fierezza e arrendevolezza insieme fa di lei ai miei occhi una ragazza stravagante e mi chiedo, nell’ingenuità dei miei anni, perché non abbia altre amiche oltre me . Mia sorella Laura , maggiore di sei anni, ha sempre da fare con la sua "compagnia" ed io di solito faccio da "coda". Ricordo un giorno dell’anno scorso in cui feci l’autostop ad un carro funebre per raggiungerla in un paese vicino, dove aveva detto sarebbe andata con i suoi amici. Quando arrivai non trovai nessuno e tornai indietro a piedi per tre chilometri; fu proprio quello il giorno in cui riuscii a stabilire il primo contatto con Giuliana: era seduta in piazza, sotto casa di mia nonna, e scoppiò a ridere quando mi vide arrivare accaldata e trafelata, come se sapesse. Probabilmente sapeva. In precedenza l’avevo osservata in silenzio, curiosa. Non sembrava interessarsi a me, anzi, aveva un’aria ostile.

Dopo quella prima volta non  è stato facile avvicinarla. Le ho comprato al mercatino una canottiera a fiorellini, poi un disco nuovo, appena uscito, preso ad Avezzano durante un giro in macchina con mio padre…forse è stato proprio quello a far crollare l’ultima barriera, fino a disarmarla.Ho vinto la sua diffidenza penetrando il muro d’ostilità che ha innalzato intorno a sé. A volte ho la sensazione di passarne attraverso. Non voglio rinunciare a questo privilegio. Giuliana può e deve contare su di me, penso sia la mossa più efficace e significativa, se voglio trattenerla. E’ necessario che lei creda d’ essere stata scelta, fra tante, come unica ed esclusiva confidente, che non sappia che anch’io mi sento sola esattamente come lei, deve esaltarla sapere che potrei svelarle ogni mio pensiero, ogni mio più piccolo segreto. Giuliana è stata fino ad ora inespugnabile, la sua diffidenza è tangibile ed io l’ho vinta. Sono riuscita  dove, forse, nessuno avrebbe potuto e questo mi da un senso d’onnipotenza.

I miei pensieri man mano trovano compiutezza, come il mio rapporto con lei.

Oggi sono in ritardo per il solito appuntamento. Non è fuori ad aspettarmi. Salgo la rampa fino al pianerottolo, Giuliana è in fondo alla sala…mi osserva in silenzio poi di colpo cade a terra  contorcendosi spasmodicamente, la lingua gonfia, fuori dalla bocca, è ricoperta di schiuma bianca, gli occhi roteano, le braccia tese tagliano l’aria come in una ricerca disperata d’aiuto, poi il corpo, rigido, sembra non appartenerle più. Resto immobile a guardare, impotente, incapace di un solo respiro, il cuore sembra scoppiarmi nel petto. Sento crescere dentro  un oscuro delirio, un nodo d’angoscia mi chiude la gola  fino a quando non è tutto finito e lei, in uno stato di totale abbandono, fissa lo sguardo nel vuoto per un tempo per me incalcolabile. Provo mille emozioni e sensazioni diverse: sento l’odore della pioggia, della terra bagnata e un sapore amaro, metallico, imprigiona la lingua.  Ricordi d’avvenimenti lontani nel tempo riaffiorano alla memoria: mi rivedo piccolissima, quasi in fasce, tra le braccia di mia madre, intuisco la presenza complice di mio padre. Resto ancora, le spalle contro il muro. Vedo affiorare sul soffitto tracce d’umidità che  oscillando sotto un raggio di sole  assumono forme e colori diversi. Le inseguo con gli occhi. Prendo tempo.

Un tremore irrefrenabile scuote il fragile corpo  che giace ancora disteso.
La stanza ruota tutt’intorno adesso e non oso muovermi per il timore che tutto possa ricominciare con maggiore violenza e più a lungo di prima come se, paradossalmente, un mio gesto potesse scatenare ancora la tempesta che si è appena placata. Ma non accade nulla, l’espressione del suo viso  è cambiata,   fiera, colorata d’insospettabile dignità.  I nostri occhi si incontrano in un complice stupore, con cautela.  Il timore nutrito in questi istanti terribili, quello di trovarmi di fronte ad una personalità nuova, a qualcuno che non conosco e non sono in grado di affrontare,  si sgretola nell’amplesso del nostro sguardo. Nel volto ancora pervaso da un’incredibile bellezza leggo un’indefinibile maturità, non quella che si acquista con il tempo, con l’età, ma piuttosto quella che si raggiunge attraverso il dolore. Con il passare dei minuti Giuliana appare sempre più tranquilla, consapevole. Probabilmente la conforta aver condiviso la sua angoscia. Gli occhi negli occhi ancora una volta, le parole non servono. Il legame è più intenso.

Conosco così per la prima volta la sofferenza, la paura. Entro in contatto con una dimensione fino ad ora sconosciuta e imprevedibile. Mi congedo definitivamente dal mondo magico, fino ad oggi sperimentato per fare il mio ingresso in un altro che  lascerà poco spazio ai sogni. Mi chiedo cosa significhi per me l’incontro con Giuliana, quanto contribuirà alla mia formazione, cosa rappresenta lei per me, se non mi sento privilegiata dalla sua scelta, anche se non incondizionata, quanto disinteresse ci sia in questo rapporto da parte mia. Sono dubbi del tutto naturali, credo, anche se hanno il potere di ferirmi, di mettermi in discussione, di sospettarmi diversa da quella che fino ad ora ho presunto di essere. Suscitare stima è gratificante. So per certo che mi piace farmi vedere con lei , percepire la tacita benevolenza dei miei scrutando i loro volti compiaciuti. E’ eccitante cercare e cogliere espressioni di tacito consenso. Ma con altrettanta certezza posso dire che a modo mio  amo Giuliana, che non sono fuggita davanti alla sua "diversità", che l’ho accettata superando me stessa, ed ho condiviso con lei i suoi "momenti".

Parte seconda

Una fotografia in bianco e nero sulla vecchia scrivania di faggio. La osservo a lungo. Voglio ricordare e  riscoprire le mie vecchie emozioni e ritrovarle intatte, intense, vive, come se il tempo non fosse mai passato. Voglio ricordare perché il ricordo mi appaga, mi consola, mi restituisce quello che il tempo mi ha tolto. E posso farlo soltanto scrivendo perché le parole scritte fermano i ricordi sulla carta e impediscono ad essi di sbiadire ancora rincorrendosi informi, confusi, a naufragare nella memoria, perché  ritrovo me stessa intatta e rivivo i momenti più significativi della mia vita come se a raccontarmeli fosse qualcun altro.Mi siedo, prendo carta e penna: "Giuliana é fragile, insicura,speso eccitata,  vive in un mondo e in una dimensione assolutamente diversi, dalle proporzioni e dall’atmosfera irreali…

Parte terza

Oggi, attraverso le parole, ho ritrovato Giuliana.Sono trascorsi molti anni da allora e molti da quando seppi della sua morte. Non so definire esattamente cosa provo. Un infinito senso di perdita, forse. Un incolmabile vuoto. La sua essenza dispersa nell’etere o finita in un mondo parallelo a ricostituirsi ancora.