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non sono un cantastorie

 

Buca in ghisa- Pinerolo 1865

In un mio vecchio post scrissi :

"Le “corrispondenze” ci chiamano a comprendere i rapporti tra persone anche se apparentemente e fisicamente distanti tra loro, specialmente quelle il cui legame non è manifesto, evidente, come nel nostro caso.

Le nostre sono "corrispondenze", ma anche e soprattutto nel significato di correlazioni e “connessioni” per usare un termine appropriato. Per questo avevo citato Baudelaire e le sue "correspondances".

La relazione tra persone che non si conoscono fisicamente, ma forse proprio per questo motivo approfondiscono ancora di più la loro “conoscenza interiore”, mi affascina particolarmente. La corrispondenza non verbale ci garantisce una relazione speciale e quindi noi intraprendiamo tutti il cammino ispiratoci da questa relazione. Il linguaggio artistico, in particolare, ci avvicina, ma anche quello dell’anima.

Parto da qui per dirvi che non mi sento un "cantastorie" , troppo ambizioso per me, e non so perché, a suo tempo, ho dato questo nome al blog.

Da oggi quindi il mio blog riprende il suo vecchio nome, quello avuto alla nascita, al "Cannocchiale".

E adesso un pò di storia, se vi va.

Buona lettura

 

 

 

Cenni storici sulle origini della Posta
(Tratto da:  ROMA Il Museo della Posta a cura di Cesare Della Pietà;  Franco Maria Ricci Editore S.p.A. Milano 1988)
"La storia della posta, intesa come la storia di un servizio regolare e organizzato per lo scambio di notizie e messaggi da un luogo all’altro, si inizia con le più antiche civiltà.
 Il primato, pare vada attribuito ai cinesi, che quattromila anni prima di Cristo istituirono una rete di messaggeri a cavallo.
In Egitto, fu un faraone della XIX dinastia (1293-1185 a.C.) a creare i primi corrieri, sopratutto per usi statali. Essi diramavano per tutto il regno editti e decreti, e recavano alle autorità locali gli ordini del faraone.Tutti gli antichi imperi del Vicino Oriente ebbero il loro servizio di corrieri statale.
Nella Roma repubblicana esisteva un servizio di posta statale affidato a velocissimi corrieri. Accanto a esso, diverse aziende commerciali i cui interessi si estendevano a località anche molto lontane istituirono una propria rete di comunicazioni.
Augusto creò il cursus publicus, stazioni di posta organizzate scaglionate ogni dieci o quindici chilometri  a seconda della natura più o meno impervia dei luoghi. Prosperò anche la posta privata che trasportava persone, cose e lettere.
Diocleziano riformò il sistema dividendolo in tre sezioni : cursus publicus fiscalis, per il trasporto di tutto quello che riguardava il servizio di stato; angarie , per il trasporto lungo le vie Militari, cioè principali; parangariae, per il trasporto sulle strade secondarie o traverse, a uso quasi esclusivo dei privati.
Le invasioni barbariche distrussero il cursus, e il vasto organismo si sminuzzò in una rete di piccole imprese locali gestite dai privati a scopo di lucro.
Furono i franchi nella Gallia conquistata a rendersi conto per primi di quanta importanza avessero le comunicazioni per costruire un saldo organismo politico. Re Clodoveo  ricostituì il servizio dei corrieri a cavallo con norme quasi identiche a quelle imperiali.
Carlo Magno, giunto a signoreggiare su un impero assai vasto e composto da popolazioni eterogenee, mal sottomesse e riottose, colse subito la necessità di rendere efficiente la rete di comunicazioni: numerose le stazioni di posta, ben fornite di cavalli e carri, attiva la sorveglianza contro eventuali atti di brigantaggio, perfetta la manutenzione delle strade, Tutto ciò veniva pagato con una serie ininterrotta di dazi, pedaggi, valichi eccetera, noti con la già menzionata denominazione generica di angariae.
A occidente franchi e longobardi, svevi e vandali avevano costruito il proprio servizio di corrieri con le macerie del cursus publicus.
A Oriente l’Impero dei califfi ricalcò l’esempio romano per organizzare la rete di trasporti e di comunicazioni. Il vanto della ricostituzione della posta è assegnato dai cronisti al califfo Mohawia. Le città più importanti del dominio islamico  erano collegate da ottime strade, quelle romane e persiane ripristinate, sulle quali i messaggeri del governo transitavano rapidamente, grazie alle numerose stazioni di posta ristabilite. I corrieri arabi effettuavano anche il trasporto della corrispondenza privata, percependo una regalia che si aggiungeva allo stipendio.
Anche gli Stati sorti sulle rovine del califfato non trascurarono l’importanza della rete postale.
Bibars, sultano che regnò sull’Egitto nel XI secolo, organizzò un servizio ammirevole; i suoi agenti, grazie all’efficienza delle stazioni, potevano coprire un centinaio di miglia in poche ore. Il sultano Nureddin,  salito al Trono nel 1146, volle sperimentare l’impiego dei piccioni viaggiatori,  ma il loro uso postale aveva molti precedenti occasionali in Oriente, specie fra i musulmani, che lo introdussero poi anche in Sicilia.
La chiesa cattolica non tentò di  stabilire una propria rete postale, ma istituì soltanto dei messi speciali, chiamati cursores che in veste di monaci o di pellegrini vagavano, quasi sempre a piedi, per l’Europa nel duplice ruolo di corrieri e ambasciatori. Furono invece i singoli ordini religiosi che andarono organizzando proprie poste private, ottenendo le necessarie concessioni dai sovrani temporali, limitandosi tuttavia al trasporto della propria corrispondenza. Un’altra rete di rapporti epistolari fu istituita nel Medioevo dalle università. Gli studenti  -i clerici vagantes- provenivano spesso da lontane regioni e altrettanto spesso erravano da un’università ad un’altra da qui la necessità di mantenere rapporti con le famiglie. Le università organizzarono un proprio servizio postale al servizio degli studenti e dei docenti. Accanto ai monasteri e alle università una terza potenza medioevale si diede un proprio servizio di posta: la corporazione dei mercanti. La lega anseatica , ossia l’associazione fra le città mercantili della Germania, organizzò una compagnia di messaggeri. Agli inizi del XV secolo il servizio funzionava con tale puntualità da permettere agli abitanti delle località interessate di attendere in istrada il messaggero per consegnargli la posta da recapitare. Il primo Stato che sul finire del Medioevo si preoccupò di creare un servizio postale nazionale fu la Francia, con un’ordinanza emanata nel 1464 da re Luigi XI nella città di Luxies.
In Italia l’organizzazione del cursus romano si frantumò in una miriade di iniziative private. Approfittando delle antiche positatae o stazioni (da cui deriva il nostro posta), servi e coloni intraprendenti avevano dato vita a minuscole imprese di trasporti da una città all’altra che col tempo coprirono l’intera penisola permettendo i viaggi e l’inoltro della corrispondenza e delle merci. Nelle regioni meridionali rimaste all’Impero d’Oriente il cursus sopravisse anche come pubblica istituzione, affidata a un logoteta. La conquista araba della Sicilia ne mutò il nome ma non le funzioni; e quando a loro volta i normanni cacciarono gli arabi non fecero altro che rilevare un organismo già perfettamente funzionante. Accanto alla posta pubblica prosperavano però anche imprese corporative e private: L’università di Napoli, per esempio, si vide accordare da Federico II, nel 1224, il diritto ai grandi e piccoli messaggeri, a imitazione degli altri atenei. Ogni altro Stato italiano andò dotandosi di una posta governativa; Nel Ducato di Milano fu Gian Galeazzo Visconti, fra il 1387 e il 1402, a istituire un servizio di corrieri a cavallo sottoposti a regolamenti ferrei; l’esempio fu subito imitato. Venezia, il maggior centro commerciale d’Europa, aveva saputo naturalmente organizzare un regolare scambio postale con tutti i Paesi del continente e del Mediterraneo, con cui era in rapporto non soltanto attraverso le sue navi, ma anche per via di terra, mediante corrieri a piedi e a cavallo. Nel XIV secolo un decreto del Maggior consiglio riunì tutti questi agenti, per lo più reclutati nel Montenegro, nella compagnia dei corrieri della Serenissima: La repubblica Veneta riuscì ad ottenere dalla Curia romana la facoltà, per i messi della città di Bergamo, di trasportare attraverso i territori ecclesiastici le corrispondenze proprie e quelle provenienti dalla Svizzera e dalla Germania, in cambio, le lettere dei rappresentanti pontifici venivano portate a destinazione gratuitamente: Era una modesta prerogativa, ma conteneva in germe lo sviluppo futuro del sistema postale. La compagnia dei corrieri bergamaschi era sorta per iniziativa privata, ma aveva chiesto il riconoscimento ufficiale del Governo veneziano, che infatti ne incorporò formalmente gli agenti fra i corrieri della Repubblica,
Tuttavia essa non smarrì il proprio carattere speculativo: diretta da un capo di sua scelta, la compagnia retribuiva gli addetti dividendo proporzionalmente fra loro i proventi dell’attività. Non era in questo diversa da tante altre imprese analoghe sorte in varie città d’Italia, ma di essa faceva parte un personaggio chiamato Omodeo Tasso.
La tradizione vuole far discendere i Thurn und Taxis, germanizzazione del cognome italiano Torre e Tasso da quei Torrioni che contesero a lungo ai Visconti la signoria di Milano.
Nel XV secolo i due rami principali di quella famiglia si stabilirono l’uno a Gorizia, feudo imperiale appartenente alla Casa d’Austria, l’altro a Bergamo, territorio veneziano; entrambi si occuparono di iniziative postali.
A Gorizia, Ruggero I Thurn und Taxis, Gran Cacciatore dell’Imperatore Federico III (1433-1490) aveva organizzato fra il Tirolo e la Stiria una linea di corrieri, affinché il suo sovrano potesse ricevere prontamente le notizie d’ Italia; mentre a Bergamo, Omodeo Tasso era fra i promotori di quella compagnia che ottenne il riconoscimento ufficiale della Repubblica Veneta, poi privilegi e concessioni da papi e da principi italiani e stranieri.
Le corrispondenze venivano spedite con grande esattezza, a giorni designati, dall’Italia a Praga, Magonza e Francoforte nel territorio imperiale, a Perpignano, Burgos, Barcellona e Madrid in Spagna; tanto che l’imperatore, in premio, concesse ai Tasso di inquartate nel loro stemma gli emblemi della posta.
Quella dei Tasso era dunque l’azienda postale più estesa e meglio organizzata d’ Europa all’inizio del Cinquecento: Fu Carlo V a trasformare l’organizzazione tassiana in un colosso internazionale.
Carlo d’Asburgo, ereditando il dominio dei Paesi Bassi, della Spagna, dei Regni di Napoli e Sicilia, dei vastissimi territori di Casa d’Austria, e assumendo in seguito la corona imperiale, si trovò infatti a governare un Impero composto da membra eterogenee e divise tra loro da altri Stati spesso ostili. Rendere sicure e veloci le comunicazioni diventava un’esigenza vitale.
Nel 1516 Carlo V stipulò con Francesco Tasso e suo nipote Giovanni Battista un trattato che trasformava praticamente in ente pubblico la loro azienda privata. Gli agenti della posta diventavano pubblici ufficiali, impegnandosi a prestare il loro servizio con solenne giuramento di fedeltà: in cambio ricevevano l’immunità fiscale e la tutela del sovrano, che garantiva l’aiuto e la protezione delle autorità civili e militari. Essi dovevano rispondere del proprio operato al capo supremo delle poste, come questi rispondeva, con la vita e con i beni, della regolarità del servizio di fronte all’ imperatore .
Alle linee già gestite se ne aggiunsero altre, in particolare quella per Roma, Napoli e la Sicilia, di estrema rilevanza politica.
Francesco Tasso risiedeva nelle Fiandre, e da lì dirigeva con indomabile energia il numerosissimo personale che collegava i domini ereditari di Casa d’ Austria con l’Impero germanico, la Francia, l’Italia e la Spagna. Morì nel 1517, e la direzione suprema delle poste imperiali passò a suo nipote Giovanni Battista, che era il suo più fido e intelligente collaboratore.
Giovanni Battista accentuò talmente la rapidità e la sicurezza delle linee di comunicazione imperiali da renderle superiori a qualsiasi confronto.
Il monopolio, che era la naturale conseguenza del privilegio imperiale, venne esplicitamente confermato da Carlo V in un’ordinanza, emanata a Bruxelles nel 1545, che proibiva ai privati di spedire la propria corrispondenza mediante agenzie non riconosciute dallo Stato.
Nella seconda metà del Cinquecento i corrieri dei Tasso percorrevano ormai tutta l’Europa, con le sole accezioni di Francia, Inghilterra e Russia: L’Azienda era stata smembrata in vari rami quando Carlo V, abdicando, aveva diviso il suo vastissimo Impero fra diversi successori; ma gli accordi stipulati fra i membri della famiglia, veri e propri trattati, ne garantivano comunque il funzionamento come un tutto unico.

per non dimenticare

 

 

campo di sterminio nazista 

Il padiglione che commemora gli italiani internati nel campo di Auschwitz porta inciso sull’ingresso questo “memento” di Primo Levi
«Visitatore, da qualunque paese tu venga, non sei un estraneo. Perché il tuo viaggio non sia stato inutile, perché non sia stata inutile la nostra morte per te e per i tuoi figli le ceneri di Oswiecim valgono di ammonimento; fa’ che il frutto orrendo dell’odio di cui hai visto qui le tracce non dia nuovo seme né domani né mai».

Primo Levi

 

Voi che vivete sicuri
Nelle vostre tiepide case,
Voi che trovate tornando a sera
Il cibo caldo e visi amici:
Considerate se questo è un uomo
Che lavora nel fango
Che non conosce pace
Che lotta per mezzo pane
Che muore per un sí o per un no.
Considerate se questa è una donna,
Senza capelli e senza nome
Senza più forza di ricordare
Vuoti gli occhi e freddo il grembo
Come una rana d’inverno.
Meditate che questo è stato:
Vi comando queste parole.
Scolpitele nel vostro cuore
Stando in casa andando per via,
Coricandovi alzandovi;
Ripetetele ai vostri figli.
0 vi si sfaccia la casa,
La malattia vi impedisca,
I vostri nati torcano il viso da voi.
(Primo Levi)

gulag sovietico

Altri Olocausti
Dopo la presa del potere con la rivoluzione d’ottobre del 1917, Lenin - mentre procedeva a tappe forzate all’industrializzazione del paese e al miglioramento del livello dell’istruzione - mise in piedi in Russia un apparato di repressione delle classi non proletarie: la nobiltà, la borghesia e il clero. Il sistema concentrazionario, indicato dall’acronimo Gulag (Direzione generale lager: presiedeva alla reclusione e al lavoro schiavistico dei prigionieri o zek nella costruzione delle infrastrutture, delle mostruose companv-town subpolari, nelle miniere), ne era la sintesi.

Il sistema dei campi di concentramento puntitivi appartiene infatti alla storia sovietica sin dagli esordi, dai tempi di Lenin (già nel ‘20, presso le isole Solovki, situate nel Mar Bianco, a circa duecento chilometri dal circolo polare artico, era stato creato un “lager di lavori forzati per i prigionieri della guerra civile”, dove vennero imprigionati tutti coloro che si opponevano al nuovo regime, non solo
zaristi quindi, ma anche anarchici, socialisti rivoluzionari, menscevichi).

Non furono anni di consenso assoluto da parte del popolo: particolarmente significativa fu la ribellione dei marinai di Kronstadt del marzo 1921, con la quale gli stessi uomini che, sollevandosi, avevano dato inizio alla rivoluzione dell’ottobre ‘17, tentarono di rovesciare il potere comunista. Stavolta vennero “massacrati come anatre nello stagno” dall’armata rossa di Trotsky.

Il maggior sviluppo dei gulag avvenne però negli anni del consolidamento del potere di Stalin, e durante il suo lungo “regno”, che va dagli anni trenta fino alla metà degli anni cinquanta. Morto Lenin nel ‘24, Stalin e gli altri proseguirono sulla strada da lui indicata: mandarono a scuola tutti i contadini, e immisero nelle campagne migliaia di trattori. Ma non per questo i contadini mostravano l’intenzione di trasferire la loro terra ai colcozi. Allora, dal 1929 al ‘32, Stalin e i comunisti ‘repressero’ con fredda determinazione i kulaki e i subkulaki, deportandoli a morire con le mogli e i figli - quindici milioni di esseri umani - nelle tundre gelate della Russia europea e nelle zone disabitate della Siberia. A questa deportazione, e alla mancata messa a coltura di molti campi, fece seguito una terribile carestia (1932-33) che comportò altri sei milioni di morti.

Nel ‘36 Stalin dichiarò ufficialmente costruito il socialismo (con la nuova Costituzione) e iniziata la costruzione del comunismo. Stalin sapeva però bene che il socialismo non era stato costruito affatto: reintrodusse quindi contemporaneamente - e sviluppò al massimo - alcune forme di repressione già attuate da Lenin su frange proletarie corrotte, e cioè l’epurazione (che divenne una sorta di setacciatura periodica, a turno, di tutti senza eccezione gli strati proletari). Introdusse inoltre la ‘rieducazione mediante il lavoro’ (forzato), allargando a dismisura la rete dei lager creata da Lenin per la rieducazione dei nemici di classe (si andò così formando lo sterminato “arcipelago gulag” descritto poi con tanta efficacia da Solgenìtsin: alla morte di Stalin, nel ‘53′ vi erano rinchiusi 15 milioni di proletari: la mortalità vi era elevatissima, ben pochi ne uscivano vivi). Introdusse infine, un indottrinamento quotidiano obbligatorio (almeno un’ora al giorno per ogni cittadino lavoratore).

Di queste tre forme di repressione quella che toccava più direttamente i membri del partito e in genere i detentori del potere era senza dubbio l’epurazione, la quale giorno dopo giorno, con le sue metodiche fucilazionì, così come setacciava gli altri strati, ‘purificava’ imparzialmente a turno (con o senza processi) anche gli strati dell’apparato comunista. Si pensi per esempio che nell’anno 1937 furono fucilati ben 400.000 ‘comunisti fedeli’. E non soltanto dei livelli inferiori: infatti delle 31 persone che fecero parte dal 1919 al 1938 dei politburo di Lenin e di Stalin, 19 complessivamente vennero fucilate, 2 si suicidarono, 4 morirono di morte naturale, solo 6 (Crusciov, Mikojan, Molotov, Kaganovic, Voroscilov e Andreev) sopravvissero a Stalin.

Non esiste un computo esatto delle perdite umane: Solgenitsin e gli altri dissidenti sovietici parlano in genere di 60 milioni.

Fonte: http://www.romacivica.net

Gli italiani nei Gulag

Durante gli anni Trenta, il terrore staliniano colpì duramente le comunità straniere che vivevano in Unione Sovietica e, fra queste, anche quella italiana conobbe l’esperienza della persecuzione e della deportazione nei Gulag. Sospettati, nella maggior parte dei casi, di attività antisovietica e di spionaggio, alcune centinaia di italiani, per lo più emigrati politici e giunti in URSS negli anni Venti, morirono fucilati dopo processi sommari o subirono lunghe sofferenze nei campi di lavoro forzato. A questa vicenda di dolore e di morte si aggiunse, negli anni della seconda guerra mondiale, la dura esperienza della deportazione e del lavoro coatto nelle colonie per gli italiani che vivevano a Kerc’, in Crimea, questi ultimi discendenti di famiglie pugliesi trasferitesi in Russia sin dal XIX secolo.

Dal libro : Arcipelago Gulag

A. Solgenicyn, Arcipelago Gulag, Mondadori, Milano 1984

 

Se agli intellettuali di Cechov, sempre ansiosi di sapere cosa sarebbe avvenuto fra venti‑quarant’anni, avessero risposto che entro quarant’anni ci sarebbe stata in Russia un’istruttoria accompagnata da torture, che avrebbero stretto il cranio con un cerchio di ferro, immerso un uomo in un bagno di acidi, tormentato altri, nudi e legati, con formiche e cimici, cacciato nell’ano una bacchetta metallica arroventata su un fornello a petrolio («marchio segreto”), schiacciato lentamente i testicoli con uno stivale, e, come forma più blanda, suppliziato per settimane con l’insonnia, la sete, percosso fino a ridurre un uomo a polpa insanguinata, non uno dei drammi cechoviani sarebbe giunto alla fine, tutti i protagonisti sarebbero finiti in manicomio. E non soltanto i personaggi cechoviani, ma nessun russo normale dell’inizio del secolo, ivi compresi i membri dei Partito socialdemocratico dei lavoratori (bolscevichi), avrebbe potuto credere, avrebbe sopportato una tale calunnia contro il luminoso futuro. Quanto si addiceva ancora allo zar Aleksej Michajlovic, e pareva oramai barbarie sotto Pietro, tutto questo, nel pieno fiore dei grande secolo ventesimo, in una società ideata secondo un principio socialista, negli anni quando già volavano gli aerei, erano apparsi il cinema sonoro e la radio, fu perpetrato non da un unico malvagio, non in un unico luogo segreto, ma da decine di migliaia di belve umane appositamente addestrate, su milioni di vittime indifese.

Oggi la leggenda scritta e verbale attribuisce esclusivamente all’anno’37 la prassi delle colpe inventate di sana pianta e delle torture.

6 gennaio: eventi storici

(1898) Il Genoa disputa la sua prima partita di calcio. Lo storico incontro ha luogo a Ponte Carrega fra il Genoa e l’Internazional di Torino. Autore dell’unico gol è un certo Savage del quale non si sa praticamente più nulla, neppure la squadra di appartenenza.

(1911) La nazionale per la prima volta in maglia azzurra in occasione di una partita con l’Ungheria, «I campioni d’Italia vestono una indovinata ed elegante maglia bleu e sul petto a sinistra uno scudo di seta fa spiccare la croce bianca in campo rosso» (La Gazzetta dello Sport, 7 gennaio 1911).

(1920) Eglantyne Jebb, studiosa e collaboratrice della Croce Rossa, infaticabile organizzatrice di soccorsi per l’infanzia (specie dopo gli orrori del 1° conflitto mondiale sui bambini), fonda a Ginevra l’Unione Internazionale di Soccorso ai Fanciulli (Save the Children International Union, SCIU).

(1929) Il sovrano jugoslavo, Alexandar, promuove un colpo di Stato, scioglie il Parlamento e impone la propria dittatura. La proclamazione della dittatura è accompagnata, e sarà seguita, da una serie di decreti che fanno luce sul carattere del nuovo regime. Una legge per la difesa del regno prevede la pena di morte o vent’anni di carcere per i colpevoli di terrorismo, sedizione o propaganda comunista; sono sciolti tutti partiti politici a carattere religioso o regionale e non si permette nessuna forma di associazione che non sia approvata dal governo; si sopprimono tutti i consigli comunali e distrettuali eletti; la legge sulla stampa è resa più severa così da impedire qualsiasi libertà di espressione; una legge sulla organizzazione del potere giudiziario dà alla corona facoltà di destituire i magistrati che sono così posti in balia del governo. A capo del sistema politico stanno il re e il consiglio dei ministri, i quali sono responsabili soltanto davanti al re.

(1939) Il Ministero degli Esteri nazista fa pervenire a Roma il testo di un nuovo progetto di alleanza tripartita di carattere difensivo, che Palazzo Chigi accetta subito, suggerendo solo una modifica di pura forma nel preambolo.

(1944) Per fare fronte alla crescente ostilità nei confronti del Re, conseguente in particolare alla sua fuga dopo l’8 settembre 1943, i tanti difensori e sostenitori della monarchia devono organizzarsi politicamente: nasce così il Comitato Esecutivo Democratico (CED), in cui si confederano gli svariati raggruppamenti sorti negli ultimi mesi in tutta Italia. Tra i principali si annoverano: nella capitale il Centro della Democrazia Italiana, il Partito d’Unione, il Centro Nazionale del Lavoro, il Partito del Lavoro, l’Unione Nazionale della Democrazia Italiana.

(1946) Le elezioni vietnamite sono, come nelle previsioni, un successo schiacciante per il Viet-Minh che, con il 97% delle preferenze, ottiene 300 seggi nell’Assemblea Nazionale; pur mantenendo la promessa fatta ai nazionalisti del PNV e del Dong Minh Hoi di dare loro rispettivamente 50 e 20 seggi, Ho Chi Minh è riuscito nell’isolare dalle masse le due formazioni nazionaliste.Forte dell’appoggio popolare, conquistato durante anni di lotta a favore e con il popolo, Ho riceve le congratulazioni della Cina, continuando ad esprimere la sua disponibilità a continuare a cooperare in futuro.

(1964) Con la partenza di Paolo VI alla volta di Roma, si conclude il primo pellegrinaggio di un Papa in Palestina. Con questo viaggio, benché l’ipotesi di aprire relazioni diplomatiche ufficiali non sia stata nemmeno ventilata, la S.Sede ha finto per operare un riconoscimento de facto di Israele. I contatti diplomatici si intensificheranno a partire dalla metà degli anni Sessanta e il governo israeliano opererà qualche gesto distensivo come la restituzione dell’edificio di Nôtre dame e la liberazione di mons. Capucci, un vescovo arabo arrestato dalle autorità israeliane.

(1967) Parte la trasmissione del programma radiofonico Vetrina di Hit Parade, condotta da Lelio Luttazzi, che diventerà un appuntamento settimanale fisso, pur cambiando nel corso degli anni formula e conduttore.

(1982) Negli Stati Uniti, il Modified Final Judgement (MFJ) sancisce la separazione delle Compagnie Telefoniche Operative della Bell dalla AT&T. Tale intervento rappresenta un passo decisivo nella ristrutturazione dell’intero settore verso il nuovo regime concorrenziale: è infatti la soluzione di un tipico caso di antitrust, ovvero il supposto abuso di posizione dominante da parte della Bell Systems, derivante dal fatto che Bell è l’unica proprietaria degli impianti telefonici e contemporaneamente è presente in mercati (quali le interurbane) in concorrenza diretta con altri operatori che necessitano di accedere ai suoi impianti per fornire i loro servizi.
La Bell Systems viene quindi suddivisa in un segmento monopolistico (le Compagnie Operative Bell) a cui affidare la sola gestione degli impianti, e in uno competitivo (AT&T) che continui a fornire i servizi in un contesto di libera concorrenza, rimuovendo qualsiasi incentivo ad assumere comportamenti anticoncorrenziali a favore di un operatore e a scapito di altri.

(1992) La risoluzione n° 726 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite condanna la deportazione di civili palestinesi da parte di Israele.

(1999) Il nuovo Presidente dello Stato di Minas Gerais, Itamar Franco, annuncia una moratoria di 90 giorni sul pagamento degli interessi sul debito dello Stato di Minas Gerais nei confronti del Governo Federale brasiliano.

fonte:

www.tesionline.it

il cantastorie

Oggi nasce “cantastorie” dalla voglia di raccontare e trasmettere emozioni e sensazioni attraverso il racconto, la favola, la poesia.Questo è¨ il mio terzo blog, è nato dalla voglia di ricominciare, di aprire un’altra finestra sul mondo.

Ho voluto scegliere il titolo “cantastorie” ispirandomi alla popolare figura di intrattenitore ambulante, che si sposta di città in città e di piazza in piazza raccontando una favola, con l’ausilio del canto e spesso di un cartellone in cui sono raffigurate le scene salienti del racconto. Così voglio fare girando per il web, raccontare una storia attraverso le parole e la fotografia. Così come il cantastorie vive dei doni delle platee, il blog cantastorie vivrà dell’attenzione dei lettori alla storia raccontata che sia sottoforma di favola, racconto o poesia, che sia di chiunque come di un grande maestro.

Quella del cantastorie fu una grande tradizione di letteratura orale, che rappresentò il più grande mezzo di diffusione di opere.

Oggi questa figura è scomparsa anche se figure simili continuano a vivere in altre culture nelle quali è¨ ancora forte la parte orale della letteratura. Come le novelle delle Mille e una notte che  furono a lungo narrate  nei paesi arabi, di mercato in mercato. In India la maggior parte dei racconti popolari diffusi oralmente è fondata sulle storie del Ramayana e del Mahabharata, che vengono raccontate, cantate e ballate da artisti talora ’specializzati’ in un solo racconto o in un solo passo. I cantastorie indiani cantano le storie di Rama mentre le disegnano, considerando tale attività una forma di devozione.