Archive

Mon Rêve Familier

 

 Spesso mi viene in sogno bizzarra e penetrante

Una donna mai vista, che amo e che mi ama, 
Che con lo stesso nome si chiama e non si chiama 
Diversa e uguale m’ama e sempre è confortante. 
 
È per me confortante, e il mio cuore parlante 
Per lei soltanto, ahimé! Non è più cosa grama 
Per lei soltanto, in fronte del sudore la trama 
Lei soltanto rinfresca, con le lacrime piante. 
È’ bruna, bionda o rossa? Non mi è dato sapere. 
Il suo nome? Ricordo che è dolce e dà piacere. 
Come nomi diletti che la vita ha esiliato. 
 
All’occhio delle statue è simile il suo sguardo, 
Ed ha la voce calma, lontana, grave, il fiato 
 
Delle voci più care spente senza riguardo. 
Il mio sogno familiare

 

 

 

Mon Rêve Familier

Je fais souvent ce rêve étrange et pénétrant

D’une femme inconnue, et que j’aime, et qui m’aime,

Et qui n’est, chaque fois, ni tout à fait la même

Ni tout à fait une autre, et m’aime et me comprend.

Car elle me comprend, et mon coeur transparent

Pour elle seule, hélas ! cesse d’être un problème,

Pour elle seule, et les moiteurs de mon front blême,

Elle seule les sait rafraîchir, en pleurant.

Est-elle brune, blonde ou rousse ? 

Je l’ignore. Son nom ?

Je me souviens qu’il est doux et sonore

Comme ceux des aimés que la Vie exila.

Son regard est pareil au regard des statues,

Et pour sa voix, lointaine, et calme, et grave,

elle a L’inflexion des voix chères qui se sont tues.

Paul Verlaine(1844-1896)

sono una menzogna che dice la verità

 

Il limite estremo della saggezza è ciò che la gente chiama pazzia. Il verbo amare è uno dei più difficili da coniugare: il suo passato non è semplice, il suo presente non è indicativo e il suo futuro non è che un condizionale.

Man Ray Jean Cocteau 1922

 

L’11 ottobre 1963, Jean Cocteau si spense soltanto alcune ore dopo l’ultimo respiro di Édith Piaf alla quale si ispirò per un lavoro teatrale, Le bel indifférent.

Cocteau era un’artista dalle molteplici facce la cui “libertà”, che con esuberanza si sprigionava da ogni sua forma d’arte, sconcertava i suoi contemporanei. La sua vita fu un movimento perpetuo, durante la quale Cocteau ebbe difficoltà a farsi accettare ed anche se era costantemente circondato da “amici” egli non ebbe mai l’impressione di essere “gradito”, meno ancora sul piano delle relazioni amorose e sessuali, come se una maledizione pesasse sui suoi mille talenti, come se un gene malefico ristagnasse in lui conferendogli un’ambivalenza irriducibile causa della sua solitudine, come se in lui, a dispetto della sua stessa volontà, si agitasse un personaggio camaleontico dotato di un’identità fittizia."Sono una menzogna che dice sempre la verità" definì se stesso.

Romanziere, poeta, drammaturgo, cineasta, pittore, librettista, stilista, Jean Cocteau vestiva di ognuno il destino e come un bizzarro narciso cancellava il suo volto dallo specchio delle sue passioni e delle sue pazzie. Disegnatore cubista, poeta simbolista, cineasta sperimentale, drammaturgo neoclassico, fu un bambino terribile, un creatore esuberante , un inventore prolifico amato, forse, ma sicuramente anche odiato. Conobbe tutto ciò che la Francia e l’Europa avevano prodotto in ingegneria, in letteratura, musica, danza, cinema, ma soffrì di non essere riconosciuto nel suo giusto valore.

Le sue frequentazioni furono Marcel Proust, Anna di Noailles, Colette, André Gide, Guillaume Apollinaire, Pablo Picasso, Igor Stravinsky, Serge di Diaghilev, Vaslav Nijinski, Erik Satie, Cocco Chanel, la principessa Bibesco, Oscar Wilde, Ezra Pound, Jean Genet; ed i suoi amanti Paulet Thevenaz, Jean Desbordes, Marcel Krill, Jean Marais e Édouard Dermit.

Sua madre non contrastò la sua sessualità, e Jean le evitò il fastidio e la vergogna che poteva suscitare la sua omosessualità. Ma non se ne nascose mai veramente, al punto da essere duramente stigmatizzato per il suo orientamento, soprattutto durante la seconda guerra mondiale

 

solitudine amica nemica

Solitude_by_ashlux Solitude by ashlux (Acrylic paint. )

Ognuno di noi ha sperimentato la solitudine ed ognuno di noi l’ha vissuta, la vive in maniera diversa. Ambrogio Zaia, micropsicanalista e psicologo torinese in un suo saggio utilizza le parole del Piccolo Principe per aiutarci a capire. “Dagli uomini”, disse il Piccolo Principe, “coltivano cinquemila rose nello stesso giardino… e non trovano quello che cercano” “E tuttavia quello che cercano potrebbe essere trovato in una sola rosa o in un po’ d’acqua”… “Ma gli occhi sono ciechi. Bisogna cercare col cuore “ (Saint-Exupéry, 1943, pag. 108). Zaia è convinto che in queste poche parole sia espressa la condizione umana dei nostri giorni in quanto l’uomo tenta di trovare all’esterno il senso delle cose separandosi irrimediabilmente dal significato intimo e profondo delle cose stesse. Con le parole appena citate il Piccolo Principe lancia un indizio che Zaia sottolinea per percorrere una strada di ricerca del senso profondo della vita. “La solitudine tocca profondamente tutti gli uomini” dice Zaia e non si può annullare, ci accompagna per sempre, ma per alcuni può diventare la strada di una intima ricerca interiore.Etimologicamente il termine solitudine significa sperare composta da se e parare. La prima indica divisione, la seconda parto. (Quindi alla separazione della madre dal bimbo appena nato.) "Ci sono una molteplicità di solitudini "afferma ancora Zaia "quelle del creativo, dell’asceta o di colui che sente l’esigenza di ricercare un momento suo per ritrovare la parte spenta dell’ affanno di vivere" e ancora…"ho visto persone che avevano bisogno di condividere con gli altri la propria solitudine con la conseguenza di soffrirne ancora di più una volta separati., altre che hanno cercato di metabolizzare la solitudine utilizzando gli struimenti della cultura e si sono messi in gioco intimamente elaborando le esperienze di vita vissuta, sono persone che si sono messe faccia a faccia con il loro vuoto interiore, con la paura della morte e dell’abbandono." Metabolizzare la solitudine è quindi per Zaia un percorso di ricerca che dura tutta la vita e che rievoca i grandi dolori vissuti. Marcel Proust che scrisse “La Recherche” nel suo letto di infermo, ci suggerisce che la solitudine è la più grande forma di creatività perché “al di fuori della solitudine non può avere luogo quella attività creatrice”. Poi ci indica la lettura come terapia contro la solitudine perché “la sola disciplina che ha un influsso favorevole per scendere nelle profondità di quelle zone altrimenti inaccessibili del nostro animo dove si nasconde la verità” In Giacomo Leopardi l’ambizione di uscire dalla propria disperata solitudine si concretizza nell’urgenza di tuffarsi verso l’ aspettativa di grandi opere ed esorcizzarla con l’arte. ("l’armi, qua l’armi. Nessun pugna per te? Io solo combatterò, procomberò sol io. Dammi, o ciel, che sia foco agli italici petti il sangue mio.") Come “il passero solitario proverà solitudine, ma al contrario di lui rimpiangerà di non aver vissuto al meglio il suo tempo migliore. Nella solitudine, dice Leopardi l’uomo si gitta naturalmente a considerare e speculare sopra gli uomini nei loro rapporti scambievoli e sopra se stesso nei rapporti con gli altri e ancora Uno dei maggiori frutti che io mi propongo e spero dai miei versi, è che essi riscaldino la mia vecchiezza con il calore della mia gioventù e di assaporarli poi in quell’età per provare qualche reliquia dei miei sentimenti passati, e qui li lascio quasi in deposito per commuovere me stesso nel rileggerli e riflettere sopra quello che io fui Ancora dal Piccolo principe :“No”, disse il piccolo principe. “Cerco degli amici. Che cosa vuol dire addomesticare?” “E’ una cosa da molto tempo dimenticata. Vuol dire creare dei legami…” “Creare dei legami?” “Certo”, disse la volpe. “Tu, fino ad ora, per me, non sei che un ragazzino uguale a centomila ragazzini. E non ho bisogno di te. E neppure tu hai bisogno di me. Io non sono che una volpe uguale a centomila volpi. Ma se tu mi addomestichi, noi avremo bisogno l’uno dell’altro. Tu sarai per me unico al mondo, e io sarò per te unica al mondo”. “Comincio a capire”, disse il piccolo principe. “C’è un fiore… credo che mi abbia addomesticato…” Ma la volpe ritornò della sua idea: “La mia vita è monotona. Io do la caccia alle galline, e gli uomini danno la caccia a me. Tutte le galline si assomigliano, e tutti gli uomini si assomigliano. E io mi annoio per ciò. Ma se tu mi addomestichi, la mia vita sarà come illuminata. Conoscerò un rumore di passi che sarà diverso da tutti gli altri. Gli altri passi mi fanno nascondere sotto terra. Il tuo, mi farà uscire dalla tana, come una musica. E poi, guarda! Vedi, laggiù in fondo, dei campi di grano? Io non mangio il pane e il grano, per me è inutile. I campi di grano non mi ricordano nulla. E questo è triste! Ma tu hai dei capelli color dell’oro. Allora sarà meraviglioso quando mi avrai addomesticato. Il grano, che è dorato, mi farà pensare a te. E amerò il rumore del vento nel grano…” La volpe tacque e guardò a lungo il piccolo principe: “Per favore… addomesticami”, disse. “Volentieri”, rispose il piccolo principe, “ma non ho molto tempo, però. Ho da scoprire degli amici, e da conoscere molte cose”. “Non si conoscono che le cose che si addomesticano”, disse la volpe. “Gli uomini non hanno più tempo per conoscere nulla. Comprano dai mercanti le cose già fatte. Ma siccome non esistono mercanti di amici, gli uomini non hanno più amici. Se tu vuoi un amico addomesticami!” “Che bisogna fare?” domandò il piccolo principe. “Bisogna essere molto pazienti”, rispose la volpe. “In principio tu ti sederai un po’ lontano da me, così, nell’erba. Io ti guarderò con la coda dell’occhio e tu non dirai nulla. Le parole sono una fonte di malintesi. Ma ogni giorno tu potrai sederti un po’ più vicino…” Il piccolo principe ritornò l’indomani.(Saint-Exupéry, 1943). Che cos’è la solitudine allora? Amica o nemica? F.

l’intervista

l’approdo

 

Primo Levi

Felice l’uomo che ha raggiunto il porto,
Che lascia dietro di sè mari e tempeste,
I cui sogni sono morti o mai nati,
E siede a bere all’osteria di Brema,
Presso al camino, ed ha buona pace.
Felice l’uomo come una fiamma spenta,
Felice l’uomo come sabbia d’estuario,
Che ha deposto il carico e si è tersa la fronte,
E riposa al margine del cammino.
Non teme né spera né aspetta,
Ma guarda fisso il sole che tramonta.

speriamo che si faccia…

il ricordo dell’oscurità

“La zona di tristezza in cui sarei entrato era così distinta dalla zona in cui soltanto un attimo prima mi slanciavo con gioia, così come in certi cieli una striscia rossa è separata da una striscia verde o da una striscia nera. Si vede volare un uccello nel rosa, sta per raggiungere il limite estremo, tocca quasi il nero, ecco vi è entrato. Ero talmente lontano, ora , da quei desideri in cui poco fa ero immerso, di andare a Guermantes, viaggiare, essere felice che la loro realizzazione non mi avrebbe procurato alcun piacere, come avrei dato tutto questo per poter piangere l’intera notte tra e braccia della mamma! Rabbrividivo, non staccavo gli occhi angosciati dal viso della mamma che non sarebbe apparso quella sera nella camera dove mi vedevo già con il pensiero, avrei voluto morire. E quello stato d’animo sarebbe durato fino all’indomani, quando i raggi del mattino, posando come il giardiniere la loro scala al muro rivestito di nastruzzi che si arrampivavano fino alla mia finestra, sarei saltato dal letto, per scendere in fretta in giardino senza più ricordarmi che la sera avrebbe recato sempre l’ora di lasciare la mamma.”

da “dalla parte di Swann”

marcel proust

 

L’avventura di Proust ne la Recherche non è quella di un personaggio classico, ma quella di una coscienza che si esprime attraverso la voce del narratore privilegiando l’analisi della vita interna, delle sensazioni, delle memorie e del sogno. Uno dei obiettivi “della ricerca” è di analizzare le trasformazioni che il tempo impone agli ambienti, agli esseri, alle sensazioni: Proust individua le leggi generali della psicologia dell’amore e delle emozioni. In questo viaggio scopre una realtà amara, ben diversa da quella che aveva sognato da bambino. Solo l’arte quindi può ridare alla vita deludente la sua unità ed il suo senso. Proust crede l’arte capace di recuperare il tempo e resuscitare la vita, il senso stesso della vita, dalla  sua bellezza fino alle sue sofferenze. Scrive in prima persona. Tutto il romanzo è scritto in prima persona, e la voce narrante appare continuamente nel romanzo, eccetto “in un amore di Swann” che costituisce un vero “romanzo nel romanzo”.

Sono l’osservatore che evoca gli eventi che ha vissuto e che prova a comprendere ed interpretare“.

All’inizio “della ricerca” tramite quest’eroe della memoria percorriamo i labirinti del suo passato. Ecco riapparire dunque le “diapositive” ingiallite dell’infanzia a Combray. Questa nuova commedia umana si svolge sotto i nostri occhi grazie alla voce quasi sussurrata ed estremamente viva del narratore. Attraverso lui, la vita scomparsa trova i suoi contorni, i suoi colori, il suo aspetto ed il suo soffio.

E’ meraviglioso!

dolcezza inerme

E così Ida iniziò la sua carriera di maestra, che doveva concludersi dopo quasi 25 anni…Ida trovò posto in una scuola non del suo quartiere San Lorenzo, ma assai distante, verso la Garbatella, (dove poi, col passare degli anni, in seguito a demolizioni, la sua scuola venne spostata al rione Testaccio.) Per tutta la strada, il cuore le batteva di spavento,  fra la folla estranea dei tram, che la schiacciava e la spingeva in una lotta in cui sempre lei cedeva e restava indietro. Ma all’entrare in classe, già subito quel puzzo speciale di bambini sporchi, di moccio e di pidocchi la racconsolava con la sua dolcezza fraterna, inerme, e riparata dalle violenze adulte.
Prima dell’inizio di questa sua carriera, un pomeriggio piovoso d’autunno, Iduzza, sposata appena da pochi mesi, era stata scossa su al suo ultimo piano da un fragore di canti, urla e sparatorie per le vie sottostanti del quartiere. Difatti erano le giornate della “rivoluzione” fascista e in quel giorno ( 30 ottobre 1922) si andava svolgendo la famosa “marcia su Roma“.
Una delle colonne nere in marcia, entrata in città per la Porta di San Lorenzo, aveva trovato una aperta ostilità in quel rione rosso e popolare, e prontamente s’era data alla vendetta, devastando le abitazioni lungo la strada, malmenando gli abitanti e ammazzando alcuni ribelli sul posto.
da “La Storia” di Elsa Morante
Brano tratto da “San Lorenzo racconti fotografici”
A mamma Ida, a Roma, a san Lorenzo, alla storia, a “La Storia”, a Elsa
Francesca
Elsa Morante

i manifesti ritoccati sottotitolo:(non ci resta che piangere)