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giochino estivo

 

 

Ringrazio di cuore FINO per avermi invitata a partecipare a questo nuovo giochino  iniziato da Cattiva Maestra  e a cui partecipo volentieri perché in questo momento ho proprio voglia di giocare! :)

Ecco le regole:

    • indicare, con relativo link, il blogger che vi ha trascinato nel giochetto perverso;

    • riportare le regole del meme attraverso pratico copia/incolla o fornendo un link a questo post o a quello di Fino

    • indicare le nazioni che avete finora visitato nel corso della vostra vita;

    • indicare una nazione che non avete ancora visitato, ma in cui desiderate andare;

    • nominare altri sei blogger per proseguire il meme.

Cominciamo allora:)

 

Austria ( Vienna e Salisburgo)

 di Vienna tra le altre cose mi ha affascinata la cattedrale S. Stefano romanica e gotica

 di Salisburgo la miniera di sale Bad Durrnnberg

salisburgo

Rebubblica Ceca (PRAGA)

Di Praga tutto mi ha affascinata ed in particolare i suoi quartieri Hradcany, Mala Strana, Stare Mesto, Nove Mesto dove sembra di vivere in un’altra dimensione  intorno alla Moldava

praga

Germania (Monaco, Berlino)

Di Monaco non si può perdere il palazzo reale della Residenzere , Marienplatz con il celeberrimo carillon, l’imponente Frauenkirche e  la fantasia del Viktualienmarkt, i famosi palazzi, le chiese e i musei  come il castello di Nymphenburg,  il Deutsches Museum, i Giardini Inglesi, l’Olympiapark, la Allianz-Arena, le  Pinacoteche, il campo di concentramento di Dachau

Di Berlino vi dirò solo che seguire il percorso del tracciato del muro lungo la città è stato per me emozionante fino alle lacrime, potrei parlarvi del centro Sony, delle meraviglie architettoniche moderne  di cui ha fatto parte il nostro grande Renzo Piano, ma preferisco lasciare che il vostro pensiero vada a qual filo spinato che c’era prima del muro, al muro poi, e alle famiglie divise, straziate, ai morti, a quello che tutti sappiamo e spesso sembriamo dimenticare e alla vecchia e mitica Trabbant, uno dei simboli della vecchia DDR

Cosa mi resta? Non ho viagiato molto…

Francia (Parigi, Lione, tutta la costa azzurra e Fontainebleau)

che dire di Parigi? tutti sanno di Parigi!

a Parigi sono stata tantissime volte e la conosco bene, ma il mio quartiere preferito e dove andrei a vivere  è Mont Martre:

place du tertre

ed infine:

Olanda (Amsterdam)

di questa città vi dirò  solo che è più facile farsi una canna (come tutti sanno) che ACQUISTARE IN FARMACIA UNA POMATATINA AL CORTISONE!!! (SONO STATA PUNTA AL MERCATO DEI FIORI COMPRANDO bulbi DI TULIPANI E PER POCO NON VADO IN SCHOCK ANAFILATTICO) PER IL RESTO è SPLENDIDA!

 DOVE VORREI ANDARE? Amo i paesi nordici quindi:

Danimarca

Finlandia

Islanda

Norvegia

Svezia

Queste le mie prossime tappe ed infine andrò a conoscere il paese dove è nata è vissuta mia madre:

L’Africa

Nomino per questo giochinosolo tre amici:

 

1) Melania 2) Xeena 3) Oscar

che sicuramente avranno qualcosa di più da raccontare!

No. Non sono un’egocentrica.

 

 

Egocentrica io? No. Non sono un’egocentrica. Non nel significato intrinseco  di questa parola.

La persona egocentrica non possiede la teoria della mente ed io, amici miei, credo di possederla.

Gli egocentrici si comportano come se fossero al centro dell’universo. Sono attenti soltanto alle proprie necessità ignorarando il pensiero altrui. Per me invece il pensiero dell’altro è fondamentale…troppo forse, non riesco ad andare avanti in un rapporto  se non so l’altro cosa pensa, cosa sente e, a volte, rischio l’invadenza pur di rendermi partecipe della sua vita e devo trattenermi. L’uomo egocentrico, la donna egocentrica ,non sono in grado di  afferrare la differenza tra il proprio punto di vista e quello degli altri, tanto che fanno proprio il tuo e viceversa e spesso non accettano che tu ne abbia uno se non conforme al loro, anche se inconsapevolmente.
L’egocentrismo è una caratteristica tipica del comportamento infantile, l’egocentrico sembra non riconoscersi nella propria età anche se, perché gli altri possano riconoscerlo più giovane di quanto in realtà non sia, la sbandierano. L’egocentrico ha bisogno che tu ti accorga di cosa ha indossato quel giorno e in qualche modo cerca la tua approvazione…l’egocentrico ha bisogno di mostrarsi, di apparire, di piacere perché in realtà è un insicuro. Io non sono insicura ed esco senza trucco quasi sempre e non mi interessa cosa pensano gli altri, anche se mi piacerebbe poter dedicare più tempo a me stessa preferisco dare la precedeza alla famiglia, a mia figlia.

 Il dott. Jean Piaget, psicologo svizzero, descrive il concetto di egocentrismo nell’incapacità dell’individuo a percepire la differenza tra il suo punto di vista e quello degli altri e considerare quello degli altri, in ogni caso, di valore inferiore al proprio.

A me interessa il punto di vista degli altri e non perderò mai il mio tempo a convincere qualcuno che la pasta con le melanzane è più buona di quella con i broccoli e non insisto sul tempo di cottura, al contrario, ascolto e imparo. L’egocentrico pensa che le informazioni a sua disposizione , e volte a soddisfare i suoi bisogni ed i suoi gusti, abbiano un valore assoluto, universale, anche se non lo ammetterà mai neanche a se stesso. Io mi informo, mi documento, penso sempre che qualcuno possa aiutarmi a capire, a migliorare, a trovare la strada giusta. L’egocentrico vuole convincerti che il tipo di riso che ha scelto è il migliore e non gli importa se il suo alla fine  non risulterà che un monologo abbastanza improduttivo e sterile…io ascolto il consiglio di chi ne sa più di me e non dico mai “ieri sera ho fatto una pasta e fagioli impareggiabile”, non ne sono capace. Io non penso che per ogni problema da risolvere ci siano al massimo una o due soluzioni, e a quelle sia necessario attenersi. Ma con gli egocentrici mi trovo a misurarmi, a confrontarmi con le loro esigue soluzioni, a tentare di dire anch’io la mia, che forse le strade da percorrere potrebbero essere tante, che forse abbiamo più d’una o due scelte nella vita. Ho spalleggiato e alzato metaforicamente la mano per poter parlare e sono stata ascoltata con insofferenza quando alla fine, presa la mano, ho parlato a ruota libera….così:

"io sono diventata l’egocentrica". Così mi hanno detto. Ma io credo di conoscere ormai  l’adeguatezza e il valore nella comunicazione, ho imparato in un percorso che ha   richiesto tempo  procedendo gradualmente,  armonicamente.

L’incomprensione nella maggioranza dei casi non dipende da incomprensione linguistica, ma dall’egocentrismo perché l’egocentrico non si pone nemmeno il problema di poter essere equivocato…io invece ho sempre paura dell’equivoco, che l’altro possa non aver capito quello che davvero ho voluto dire. L’egocentrico "attacca", è insofferente, dice di “non sopportarti”  o  "non ti sopportavo" e questa giustificazione al suo atteggiamento deve bastarti perché non può tollerare di essere contraddetto  attribuendoti ogni responsabilità:   "se tu mi lasciassi finire…, ascoltami quando parlo,  etc." quando invece è l’altro, (sei tu) che fai a spinte per parlare…ed io negli ultimi anni ho fatto a spinte.  Ma adesso sono stanca, non spingo più ragazzi. Da oggi io non spingo più. No.Non sono un’egocentrica. Sono tante altre cose, lo ammetto, ma no, non sono un’egocentrica.

La persona più equilibrata reagisce meno rigidamente, sorridendo: "forse non mi sono spiegato/spiegata bene, non ci siamo intesi, non preoccuparti ne riparliamo. " Io di solito dico così…finché posso, finché ce la faccio, finché le mie parole non sono alro che sassi lanciati nell’acqua a formare cerchi concentrici.
Per l’egocentrico le parole dovrebbero avere per tutti lo stesso valore, stesso valore paure e incertezze.  Io attribuisco un grande significato e valore ai sentimenti degli altri , alle loro parole, cedimenti e incertezze, spesso rifletto su questo, cerco il modo di capire e di penetrare nel loro mondo interiore. NO, non sono un’egocentrica. Non evito il confronto, non penso che la mia verità sia: " la verità".

Mi piaceva raccontare agli amici della mia vita, dei miei sentimenti, dei miei progressi e delle mie aspirazioni. Ma quante cose ho tenuto per me? Quante volte ho sofferto in silenzio? Quante cose non sanno di me i miei amici perché non volevo appesantirli con i miei problemi?
NO. Non sono un’egocentrica.

Il presupposto indispensabile per la comunicazione efficace è la capacità di lasciare l’egocentrismo attraverso l’empatia, l’ascolto dell’altro. 

La Santa Messa domenicale a Juba

foto scattate a Juba nel 2006 durante un viaggio organizzato dall’ASSOCIAZIONE DI VOLONTARIATO (ONLUS)

PRO SUD SUDAN

 

 

 

 

di Manlio Moggioli

 

Ho avuto l’occasione di partecipare, o meglio di essere “invitato”, a una Messa domenicale, nella Chiesa della “Sacra Famiglia” di Juba. “Invitato” in  quanto, essendo una messa con parrocchiani solo neri, noi bianchi dovemmo chiedere al Parroco il previo permesso di assistere, da cui l’invito della comunità.

La Messa era prevista per le ore 11.00, ma a causa del traffico (incredibile a Juba, ma vero)  arrivammo con circa un quarto d’ora di ritardo. Questo non preoccupò il sacerdote e i fedeli che ci aspettarono, cantando.

In una zona, neanche tanto periferica della città, costituita tutta da tukuls, la chiesa era un edificio in muratura di circa 10 m x 30 m, con piccole finestre laterali e tetto in paglia.

Fuori della chiesa, sotto una tettoia con simile tetto in paglia, circa 150 persone assistevano alla Messa sedute su panche all’ombra, ascoltando quanto si celebrava dentro, attraverso un altoparlante. Dentro, sempre su panche in legno, c’erano persone fino a stipare  l’ambiente. Tutte vestite con eleganza, che potremmo dire con gli abiti della festa. Qualche uomo era anche in giacca e cravatta, anche se la temperatura interna era sicuramente più di 40° C.

Al nostro entrare in chiesa da una porticina laterale, tutti si levarono in piedi e ci venne fatto cenno di avanzare in prima fila, dove fummo accomodati su sedie in plastica di vari colori, una diversa dall’altra, come erano quelle su cui erano sedute le persone attorno all’altare.

L’altare, in mattoni rossi, era posto su di una piattaforma rialzata di poco, in calcestruzzo, mentre il pavimento della chiesa era in semplice terra battuta. Sulla faccia dell’altare, verso i fedeli, dipinta, in stile naif, una scena agreste con contadini e animali e, sullo sfondo, le colline di granito attorno a Juba.

Sulla parete di fondo, dietro l’altare, due specie di manifesti, uno con un Gesù Bambino in un paesaggio di pecore e mandorli in fiore, che sembrava le decalcomanie delle uova di Pasqua, e l’altro con una Madonna con lunghi capelli biondi, di taglio moderno, che sembrava una attrice cinematografica.

Sulle pareti laterali, era rappresentata la Via Crucis su tavolette in legno, dipinte con matite colorate, appese a dei chiodi tramite filo elettrico di plastica verde.

L’interno era tutto adornato da festoni colorati come quelli dell’albero di Natale e grandi stelle puntute, appese al soffitto, ricoperto da una cerata di color azzurrognolo (probabilmente per riparare i fedeli dalla pioggia che passava attraverso il tetto di paglia). 

Iniziata la cerimonia, con la solita introduzione detta nella lingua “zante” dell’etnia che frequentava quella Chiesa, ebbi modo di guardarmi attorno, mentre veniva cantato il Gloria.

Il sacerdote vestito di bianco aveva sul davanti una fascia verticale, dove erano ricamati i vari continenti, probabilmente nella proiezione di Mercatore. La Greonlandia enorme, l’Italia con Roma al centro e le Americhe sotto l’Africa. Figure umane di vari colori, a fianco dei continenti, volevano sicuramente significare l’universalità della Chiesa.

Al fianco del sacerdote, i chierichetti o meglio i “chiericoni”, cioè due omoni vestiti di rosso, con ampie mantelline bianche, che mettevano ancor più in risalto il colore delle loro facce.

Un sacerdote anziano e un diacono, tutti e due con abiti rigorosamente bianchi, assistevano seduti al lato sinistro dell’altare, senza concelebrare.

Al lato destro dell’altare, tre suonatori, uno al tamburo e due seduti da una parte e dall’altra di un grande xilofono di legno, vestiti con palandrane rigorosamente azzurre. Dello stesso colore i membri del coro, sedici elementi femminili, posti sul lato destro della navata, e il maestro, che indossava delle bellissime scarpe di vitello giallo, probabilmente per poter meglio effettuare i passi di danza che faceva mentre dirigeva.

Il Gloria durò circa un quarto d’ora, con salmi frammentari, intercalati da una musica che ripeteva sempre lo stesso motivo. I fedeli in piedi, ascoltavano, muovendosi ritmicamente ora su una gamba ora sull’altra. Ogni tanto delle donne emettevano dei suoni acuti del tipo berbero, che non ho capito se non fossero fatti per svegliare la gente dal senso di ipnosi creato dalla musica a percussione e dal ritmo della danza.

Dopo la preghiera e la lettura parte in “zante”, parte in arabo e parte in inglese, partì nuovamente il coro, assieme ai fedeli, che ripeterono cantando per circa dieci minuti la sola parola “alleluia”. Otto bambine vestite con abiti tipo prima comunione si esibirono in danze lungo il corridoio centrale, mentre il maestro del coro eseguiva dei passi, che a me sembravano di samba.

Immagino che venne letto il brano evangelico di San Tommaso, ma non ebbi modo di capirlo a causa della lingua e del fatto che il diacono lesse ben tre pagine del libro sacro. Oltre al fatto che il lettore era lento a causa di essere non molto esperto in questo esercizio, a metà lettura del lungo brano, il generatore, che produceva energia elettrica fuori dalla chiesa, terminò il gasolio e così rimanemmo tutti al semibuio, lettore compreso che terminò rapidamente il suo compito in qualche maniera.

Dell’omelia, che alla fine risultò più breve di quanto mi aspettassi, compresi solo le parole “profeta”, ripetuta più volte, e “paradiso”, che vennero dette nella nostra lingua.

Le mosche che continuamente tormentavano noi e pure il celebrante, il quale faceva di tutto per tenerle lontane dal calice, mi fecero pensare agli usuari seduti sul sabbione rovente del Canto XVII dell’Inferno:   
… andai, dove sedea la gente mesta …

             … e quando al caldo suolo,

 non altrimenti fan di state i cani

or col ceffo, or col piè, quando son morsi

o da pulci o da mosche o da tafani.

Noi non eravamo all’inferno, ma la temperatura era lo stesso … infernale.

Alla preghiera dei fedeli, dove in Italia si  risponde con un semplice “ascoltaci Signore”, una ragazzina sempre vestita d’azzurro, ci propinò certi pistolotti con voce ora supplichevole ora esaltata, seguiti da strofette cantate da tutti, sempre sullo stesso tono.

Alla raccolta dell’elemosina, il mio obolo, sicuramente consistente per loro, mi sembrò niente, di fronte alla loro povertà e alla mia ricchezza.

Il resto della messa si svolse secondo i canoni più o meno tradizionali e si concluse ragionevolmente nei tempi previsti.

Al termine, prima della benedizione (erano passate più di due ore) ci apprestavamo ad uscire, quando un giovane, sempre di azzurro vestito, incominciò a leggere quello che, a noi tutti, sembrarono degli avvisi.

La lettura degli avvisi fu seguita dalla lettura di una lettera che credo fosse del Vescovo e in fine da una sfilza di nomi, come viene spesso fatto durante certe messe nei paesini della Slovenia.

Ci fu un certo silenzio (forse erano i nomi dei morti) e quindi i nomi furono detti a due a due, per un uomo e una donna. I chiamati, chi di qua e chi di là, si alzavano in piedi e scrosciavano gli applausi. Quando fu detto il nome di uno dei “chiericoni” in rosso, egli uscì dalla chiesa e rientrò tenendo per mano una ragazza, a dir la verità, abbastanza bruttina, la quale, ciò non ostante, ricevette un doppio applauso. Comprendemmo, senza ombra di dubbio, che quelle erano le pubblicazioni di matrimonio.

Ci stavamo preparando nuovamente per l’uscita, quando il giovane di prima attaccò una specie di reprimenda, che, dal tono della voce e dallo sguardo di fuoco che dirigeva verso i fedeli, era probabilmente rivolta a coloro che non si comportavano bene in chiesa o che non venivano alla messa, tante furono le volte che la parola venne ripetuta.

Sparito il giovane, una persona di gran riguardo (che poi sapemmo era un ministro) distribuì delle buste qua e là a delle persone chiamate all’altare e invitò, in inglese, se qualcuno avesse da fare dei ringraziamenti a qualcun altro. Finiti i ringraziamenti all’altare tra quattro o cinque coppie che vi si appressarono, anche noi fummo ringraziati per la partecipazione alla funzione della  Parrocchia della comunità “zante”.

Fui invitato dai mie compagni a rispondere, e così io pure ringraziai per l’invito a spezzare il pane con la loro comunità e per esserci potuti scambiare la pace di Cristo, di cui loro e tutto il mondo hanno tanto bisogno. Conclusi dicendo che li ringraziavo anche per avermi fatto capire meglio la frase del nostro Credo, la “comunione dei Santi”. Loro … erano i Santi.

Durante la funzione ebbi modo più volte di emozionarmi, ma di pregare poco. Credo, tuttavia, che già la nostra sola presenza e la pazienza furono accolte lassù, come una preghiera continua.

Dopo più di due ore e mezza uscimmo a respirare una boccata di aria, che ci accolse  più torrida di quella della chiesa, riscaldata com’era dal sole a picco del mezzogiorno.

Fuori della chiesa, spiegai al Ministro, cui mi avvicinai, che eravamo dei visitatori temporanei a Juba e che non si offendesse se non ci avesse visto alla Messa della prossima Domenica. Non saremmo scappati, ma rientrati semplicemente a Roma.   

    

 di seguito il testo della mail ricevuta da Manlio insieme al suo racconto che pubblico con piacere.

Grazie Francesca, sei sempre attenta e gentile.
Io sempre in  giro per l’Africa! A questo proposito, ti invio un mio "racconto di viaggio" che non ha alcuna pretesa se non quella di trascrivere e far saper agli altri le emozioni che si provano a girare il mondo, con l’occhio aperto a cogliere la realtà locale di chi si incontra.
Un abbraccio

MANLIO

 

 

   

  


Chicago

   

Oggi ci sarà la presentazione del libro "Chicago" di Ala al-Aswani  alle ore 18:30 presso la Feltrinelli Libri e Musica, piazza Piemonte 2 a Milano mentre a Roma è stato presentato il 27 maggio a piazza Colonna, sempre alla Feltrinelli.

 Se penso al  primo libro dell’autore , “Palazzo Yacoubian” ,sento dentro di me una voce che dice, ripetutamente : “Abituiamoci a guardare le differenze”
Ed eccolo, dunque, un altro grande romanzo sulle  differenze, un romanzo corale che vuole abituarci a guardare diritto alle diversità. L’autore, Ala al-Aswani ,nato al Cairo nel 1957, scrive della sua esperienza umana a Chicago dove ha studiato alla fine degli anni ’80. Oggi è uno scrittore straordinario e lavora per molti quotidiani e riviste dove tratta temi di letteratura, politica e soprattutto sociali. Palazzo Yacoubian, come dicevo, sua opera prima , pubblicato nel 2002, ha provocato clamore per i temi trattati. Aswani è uno scrittore che scrivendo attinge alla sua esperienza umana,  esperienza forte e intensa. In Chicago ci racconta di una  piccola comunità di egiziani in esilio in una Chicago leggendaria, multietnica e conflittuale dove si intessono storie di vite che si cercano, si trovano e si perdono perché lacerate dalla lontananza coatta dalla loro terra e immerse in un “pianeta” nemico, ferito a morte dagli attentati dell’11 settembre.
 

Ci sarà molto da imparare da questo libro, molto su cui riflettere, molte domande alle quali rispondere, molti muri da abbattere.

F.

 

 

 

Note di Copertina

Islam, politica, terrorismo, tortura, ebrei, sullo sfondo del post-11 settembre americano, in una Chicago multietnica e conflittuale. ‘Ala al-Aswani conferma il suo talento e si afferma come uno dei più grandi scrittori arabi contemporanei.

” Woman-on-Red”

Bryony Smith " Woman-on-Red"

E se è così difficile in questa notte lunga e asciutta farti credere che avremo un domani sciolgo le riserve e ti offro quest’anima persa.

sorella

nella scelta della foto di copertina intravedo un invito ad una riflessione attenta sul significato evidentemente meno palese delle parole di Amaranta

"cosa spinge una sedicenne a scegliere la purezza?"

 

 

Voglio consigliarvi questo libro, secondo il mio parere, bellissimo: "Sorella" di Marco Lodoli.

Di seguito un brano tratto dal libro, molto significativo, e poi una brevissima recensione.

 

 

"A 16 anni davanti alla tazza del caffè e latte dissi a mia madre: -voglio farmi suora-. Non frequentavo la parrocchia del quartiere, non facevo mai la comunione, mi ero confessata solo una volta a nove anni, ma ero certa di quello che volevo, in una sola ora avevo capito che il mondo non era fatto per me e che l’unica  via di scampo  era la purezza. Avevo pianto sul cuscino fino a bagnarlo, avevo sentito un dolore acuto dentro al petto come un uccello che becca disperatamente  le sbarre della gabbia per volare via, avevo visto la mia figura vestita di nero con la fascia candida sulla fronte nella pace di un chiostro, nel silenzio che cancella la mente. La mia strada è la purezza, una strada bianca e senza curve che sale lenta e tranquilla su un colle ventoso, la mia strada non sarà mai nella vita, che la vivano gli altri la vita, che ci tengono tanto, che si scontrino e si moltiplichino, che si diano appuntamenti e baci e spinte, che facciano tutto il rumore che serve a farsi notare, che chiedano per favore e voglio ancora, che si facciano crescere corna in testa, per caricare meglio.
Io voglio avere il viso pallido delle suore, la loro grazia mansueta, grani freddi tra le dita."

 Amaranta è una suora divenuta vecchia "nel sospetto di stare dentro una storia bugiarda". Si sente tristemente diversa dalle altre suore, che appaiono sempre allegre e occupatissime. Quando le ordinano di prendersi cura dei bambini dell’asilo è terrorizzata, lei non ama i bambini, per Amaranta i bambini “sono la vita ancora non domata  e la vita vuole soltanto soddisfarsi, imporsi su chi le sbarra il passo. Allunga le mani, prende, strappa e non chiede scusa". Però raccoglie intorno a sé quei bimbi e dà inizio a questo compito arduo. Prende  quattro ceste di vimini piene di dinosauri ripugnanti e bambole rotte, le svuota sul tappeto e aspetta che accada qualcosa. E qualcosa  accade. I bambini impazziscono,una pazzia fatta di desideri ingoiati  ed esuberanza di vita. Fanno di tutto. Si picchiano incolleriti e subito dopo si confortano. Ridono, piangono. Suor Amaranta ruota con loro in un girotondo folle, e il suo cinismo e la sua disillusione si sciolgono, piano. Insieme a Luca, un bimbo autistico  che pronuncerà in tutto il libro soltanto tre parole, che Amaranta prenderà come ordini e per assecondarlo, sarà protagonista di tre avventure incredibili andando finalmente e totalmente incontro alla vita. Toccherà il mondo, e si troverà infine degna di se stessa e di una sorpresa che ha la forza di una rivelazione.




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