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donna alla finestra

Da oggi comincerò a postare ogni tanto qualcosa di mio: questo  breve racconto è già stato pubblicato nel vecchio blog quindi è possibile che qualcuno di voi l’abbia già letto.

In ogni caso buona lettura

Donna alla finestra di Pablo Picasso
(il dipinto che ha ispirato il mio racconto)

E’ notte.

Sdraiato ancora sul divano del salotto ascolto i rumori provenienti dalla strada, ora stridenti ora intonati, come fossero prove d’orchestra.

Occhi chiusi mi lascio cullare.

Sento nell’aria un vago profumo di donna d’altri tempi.

Lavanda, rosa canina, tiglio?Mi guardo in giro, mi stiro come un gatto.

Lontano un  sussurro, quasi lamento di cuore strizzato, premuto dal dolore.

Avverto una presenza accorata, quasi una supplica.

Improvviso un suono, un sibilo acuto mi scuote, come un esile filo di voce , tremulo, che avesse assunto proporzioni nuove, dilatandosi.

Ma cos’è?  Sento brividi gelidi scendere lungo la schiena.

Ho paura.

Mi alzo, cauto mi affaccio a indagare la strada.

Di fronte, in alto, molto più in alto, emerge un volto che sembra provenire da un ricordo, forse da un sogno… ma ricorrente.

E’ una donna dall’età incerta, dai lineamenti sfumati, affacciata ad un balcone.

I capelli raccolti, lucidi, la riga nel centro, una vestaglia stretta intorno al corpo stanco, un pesante tappeto da sbattere appoggiato alla balaustra, le mani dalle lunghe dita sottili ora intrecciate, ora strette al petto come in un abbraccio, gli occhi lunghi socchiusi, fissi nei miei come punte di spillo.

E percepisco il dolore arrivare da lì. Mi vede? Sembra penetrare il mio sguardo,  poi dilatarsi oltre la coscienza.

Ha un’aria assorta, forse pensa al suo passato, al presente o ad un futuro incerto.

Mi inquieta.

La osservo ancora, avido. Sembianze come evaporate dal ribollire del tempo.

Ma perché quell’operazione a quell’ ora della notte?E ancora incontro i suoi occhi che sembrano percorrere i miei come aghi sottili e pungenti, e mi sporgo per osservarla meglio e lei si sporge, in avanti, e ancora, di più, troppo!

Ora è giù, nella strada deserta, immobile, le braccia dischiuse, gli occhi sbarrati, vitrei, il battipanni impugnato come un arma.

Stravolto mi accascio sulle maioliche gelide.

Le tempie martellano e la coscienza vaga alla ricerca di un frammento che come un sogno al mattino sfugge veloce, sottraendosi alla percezione.Lo inseguo affannato, smarrito. 

Allora lento, doloroso, affiora  un ricordo. Qualcosa di imperfetto emerge  sgomitando dal passato e avanza lento, assumendo corpo e forma.

Ecco. Una piccola luce rischiara una stanza ingoiata dal buio, un fruscio di vesti, un volto caro illuminato dal chiarore di un lampione che arriva dalla strada, e una voce flebile, mossa dal nulla,  parla accanto al mio letto di bimbo lontano nel tempo.

 Una voce sommessa, calda, che giunge al mio orecchio come un sussurro: La notte che nascesti, sapessi che disgrazia! Una donna si lanciò dall’ultimo piano proprio mentre emettevi il tuo primo vagito  




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