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parole sante: Ascanio Celestini

L’amore stupisce 

 

L’amore no non è possibile
nel mondo fragile dei fiori
quando finisce il giorno
ti dice "ritorno",
ma tu resti fuori

L’amore no non è possibile
nel mondo fragile dei fiori
il petalo appassisce
il profumo svanisce
l’amore se ne va

Perché l’amore stupisce
tu non capisci e lui ti colpisce

Perché l’amore inquina
è come una multi-nazionale in Cina

Perché l’amore è un segreto,
ma io non ve lo dirò.
Perché l’amore è un segreto
ed essendo un segreto io non lo so.

L’amore no non è possibile
nel mondo critico dei liquidi
per stare un poco insieme
per fare una famiglia
ci vuole la bottiglia

L’amore no non è possibile
nel mondo critico dei liquidi
il sole è una dannazione
con l’evaporazione
l’amore se ne va

Perché l’amore stupisce
tu non capisci e lui ti colpisce

Perché l’amore inquina
è come una multi-nazionale in Cina

Perché l’amore è un segreto,
ma io non ve lo dirò.
Perché l’amore è un segreto
ed essendo un segreto io non lo so.

L’amore no non è possibile
nell’universo della fogna
c’ho tutti i miei parenti
in mezzo agli escrementi
il più pulito c’ha la rogna

L’amore no non è possibile
nell’universo della fogna
pure il più bello di natura
fa schifo e fa paura
l’amore se ne va

Perché l’amore stupisce
tu non capisci e lui ti colpisce

Perché l’amore inquina
è come una multi-nazionale in Cina

Perché l’amore è un segreto,
ma io non ve lo dirò.
Perché l’amore è un segreto
ed essendo un segreto io non lo so.

Forse l’amor, forse è possibile
tra innamorati cardiopatici
un bacio sulla bocca
il cuore scoppia
l’amore resta eterno
la vita se ne va

Perché l’amore stupisce
tu non capisci e lui ti colpisce

Perché l’amore inquina
è come una multi-nazionale in Cina

Perché l’amore è un segreto,
ma io non ve lo dirò.
Perché l’amore è un segreto
ed essendo un segreto io non lo so.

 

"parole sante" è il debutto discografico di ascanio celestini ed ha vinto il premio ciampi 2007 come miglior debutto discografico dell’anno. "parole sante" è anche un film dello stesso celestini, un documentario presentato alla festa del cinema di roma. noto soprattutto come attore teatrale, il nostro confeziona un disco d’autore, come da miglior tradizione italiana, in questo caso deandrè e gaber su tutti. musiche che spaziano dal cantautorato gentile ed acustico, a ballate tradizionali su cui poggia un particolare timbro vocale, pronto a raccontarci storie di gente comune, storie di gente che non ci sta a piegarsi a regole a loro sfavorevoli. celestini canta testi politici, canta dei precari, dei caduti di nassyria, di nicola calipari, di un mondo di asini, un punto di vista forse scomodo e trascinante, che spero abbia la giusta risonanza. bellissime "poveri partigiani", "noi siamo gli asini" (palesemente debitrice a fabrizio deandrè), la danzereccia "la rivoluzione", che apre il disco e "la morte del disertore". racconti tristi e reali, ma anche ironici o, se vogliamo, satirici che riescono a far riflettere. un esordio con il botto, capace di raccontare una situazione sociale che ci riguarda tutti, e forse è per questo che ha deciso di incidere un vero e proprio album, diretto e fruibile, con musica orecchiabile e parole taglienti.
u.musti

cd: fandango / edel

fandango
ascanio celestini - sito ufficiale -

sono una menzogna che dice la verità

 

Il limite estremo della saggezza è ciò che la gente chiama pazzia. Il verbo amare è uno dei più difficili da coniugare: il suo passato non è semplice, il suo presente non è indicativo e il suo futuro non è che un condizionale.

Man Ray Jean Cocteau 1922

 

L’11 ottobre 1963, Jean Cocteau si spense soltanto alcune ore dopo l’ultimo respiro di Édith Piaf alla quale si ispirò per un lavoro teatrale, Le bel indifférent.

Cocteau era un’artista dalle molteplici facce la cui “libertà”, che con esuberanza si sprigionava da ogni sua forma d’arte, sconcertava i suoi contemporanei. La sua vita fu un movimento perpetuo, durante la quale Cocteau ebbe difficoltà a farsi accettare ed anche se era costantemente circondato da “amici” egli non ebbe mai l’impressione di essere “gradito”, meno ancora sul piano delle relazioni amorose e sessuali, come se una maledizione pesasse sui suoi mille talenti, come se un gene malefico ristagnasse in lui conferendogli un’ambivalenza irriducibile causa della sua solitudine, come se in lui, a dispetto della sua stessa volontà, si agitasse un personaggio camaleontico dotato di un’identità fittizia."Sono una menzogna che dice sempre la verità" definì se stesso.

Romanziere, poeta, drammaturgo, cineasta, pittore, librettista, stilista, Jean Cocteau vestiva di ognuno il destino e come un bizzarro narciso cancellava il suo volto dallo specchio delle sue passioni e delle sue pazzie. Disegnatore cubista, poeta simbolista, cineasta sperimentale, drammaturgo neoclassico, fu un bambino terribile, un creatore esuberante , un inventore prolifico amato, forse, ma sicuramente anche odiato. Conobbe tutto ciò che la Francia e l’Europa avevano prodotto in ingegneria, in letteratura, musica, danza, cinema, ma soffrì di non essere riconosciuto nel suo giusto valore.

Le sue frequentazioni furono Marcel Proust, Anna di Noailles, Colette, André Gide, Guillaume Apollinaire, Pablo Picasso, Igor Stravinsky, Serge di Diaghilev, Vaslav Nijinski, Erik Satie, Cocco Chanel, la principessa Bibesco, Oscar Wilde, Ezra Pound, Jean Genet; ed i suoi amanti Paulet Thevenaz, Jean Desbordes, Marcel Krill, Jean Marais e Édouard Dermit.

Sua madre non contrastò la sua sessualità, e Jean le evitò il fastidio e la vergogna che poteva suscitare la sua omosessualità. Ma non se ne nascose mai veramente, al punto da essere duramente stigmatizzato per il suo orientamento, soprattutto durante la seconda guerra mondiale

 

solitudine amica nemica

Solitude_by_ashlux Solitude by ashlux (Acrylic paint. )

Ognuno di noi ha sperimentato la solitudine ed ognuno di noi l’ha vissuta, la vive in maniera diversa. Ambrogio Zaia, micropsicanalista e psicologo torinese in un suo saggio utilizza le parole del Piccolo Principe per aiutarci a capire. “Dagli uomini”, disse il Piccolo Principe, “coltivano cinquemila rose nello stesso giardino… e non trovano quello che cercano” “E tuttavia quello che cercano potrebbe essere trovato in una sola rosa o in un po’ d’acqua”… “Ma gli occhi sono ciechi. Bisogna cercare col cuore “ (Saint-Exupéry, 1943, pag. 108). Zaia è convinto che in queste poche parole sia espressa la condizione umana dei nostri giorni in quanto l’uomo tenta di trovare all’esterno il senso delle cose separandosi irrimediabilmente dal significato intimo e profondo delle cose stesse. Con le parole appena citate il Piccolo Principe lancia un indizio che Zaia sottolinea per percorrere una strada di ricerca del senso profondo della vita. “La solitudine tocca profondamente tutti gli uomini” dice Zaia e non si può annullare, ci accompagna per sempre, ma per alcuni può diventare la strada di una intima ricerca interiore.Etimologicamente il termine solitudine significa sperare composta da se e parare. La prima indica divisione, la seconda parto. (Quindi alla separazione della madre dal bimbo appena nato.) "Ci sono una molteplicità di solitudini "afferma ancora Zaia "quelle del creativo, dell’asceta o di colui che sente l’esigenza di ricercare un momento suo per ritrovare la parte spenta dell’ affanno di vivere" e ancora…"ho visto persone che avevano bisogno di condividere con gli altri la propria solitudine con la conseguenza di soffrirne ancora di più una volta separati., altre che hanno cercato di metabolizzare la solitudine utilizzando gli struimenti della cultura e si sono messi in gioco intimamente elaborando le esperienze di vita vissuta, sono persone che si sono messe faccia a faccia con il loro vuoto interiore, con la paura della morte e dell’abbandono." Metabolizzare la solitudine è quindi per Zaia un percorso di ricerca che dura tutta la vita e che rievoca i grandi dolori vissuti. Marcel Proust che scrisse “La Recherche” nel suo letto di infermo, ci suggerisce che la solitudine è la più grande forma di creatività perché “al di fuori della solitudine non può avere luogo quella attività creatrice”. Poi ci indica la lettura come terapia contro la solitudine perché “la sola disciplina che ha un influsso favorevole per scendere nelle profondità di quelle zone altrimenti inaccessibili del nostro animo dove si nasconde la verità” In Giacomo Leopardi l’ambizione di uscire dalla propria disperata solitudine si concretizza nell’urgenza di tuffarsi verso l’ aspettativa di grandi opere ed esorcizzarla con l’arte. ("l’armi, qua l’armi. Nessun pugna per te? Io solo combatterò, procomberò sol io. Dammi, o ciel, che sia foco agli italici petti il sangue mio.") Come “il passero solitario proverà solitudine, ma al contrario di lui rimpiangerà di non aver vissuto al meglio il suo tempo migliore. Nella solitudine, dice Leopardi l’uomo si gitta naturalmente a considerare e speculare sopra gli uomini nei loro rapporti scambievoli e sopra se stesso nei rapporti con gli altri e ancora Uno dei maggiori frutti che io mi propongo e spero dai miei versi, è che essi riscaldino la mia vecchiezza con il calore della mia gioventù e di assaporarli poi in quell’età per provare qualche reliquia dei miei sentimenti passati, e qui li lascio quasi in deposito per commuovere me stesso nel rileggerli e riflettere sopra quello che io fui Ancora dal Piccolo principe :“No”, disse il piccolo principe. “Cerco degli amici. Che cosa vuol dire addomesticare?” “E’ una cosa da molto tempo dimenticata. Vuol dire creare dei legami…” “Creare dei legami?” “Certo”, disse la volpe. “Tu, fino ad ora, per me, non sei che un ragazzino uguale a centomila ragazzini. E non ho bisogno di te. E neppure tu hai bisogno di me. Io non sono che una volpe uguale a centomila volpi. Ma se tu mi addomestichi, noi avremo bisogno l’uno dell’altro. Tu sarai per me unico al mondo, e io sarò per te unica al mondo”. “Comincio a capire”, disse il piccolo principe. “C’è un fiore… credo che mi abbia addomesticato…” Ma la volpe ritornò della sua idea: “La mia vita è monotona. Io do la caccia alle galline, e gli uomini danno la caccia a me. Tutte le galline si assomigliano, e tutti gli uomini si assomigliano. E io mi annoio per ciò. Ma se tu mi addomestichi, la mia vita sarà come illuminata. Conoscerò un rumore di passi che sarà diverso da tutti gli altri. Gli altri passi mi fanno nascondere sotto terra. Il tuo, mi farà uscire dalla tana, come una musica. E poi, guarda! Vedi, laggiù in fondo, dei campi di grano? Io non mangio il pane e il grano, per me è inutile. I campi di grano non mi ricordano nulla. E questo è triste! Ma tu hai dei capelli color dell’oro. Allora sarà meraviglioso quando mi avrai addomesticato. Il grano, che è dorato, mi farà pensare a te. E amerò il rumore del vento nel grano…” La volpe tacque e guardò a lungo il piccolo principe: “Per favore… addomesticami”, disse. “Volentieri”, rispose il piccolo principe, “ma non ho molto tempo, però. Ho da scoprire degli amici, e da conoscere molte cose”. “Non si conoscono che le cose che si addomesticano”, disse la volpe. “Gli uomini non hanno più tempo per conoscere nulla. Comprano dai mercanti le cose già fatte. Ma siccome non esistono mercanti di amici, gli uomini non hanno più amici. Se tu vuoi un amico addomesticami!” “Che bisogna fare?” domandò il piccolo principe. “Bisogna essere molto pazienti”, rispose la volpe. “In principio tu ti sederai un po’ lontano da me, così, nell’erba. Io ti guarderò con la coda dell’occhio e tu non dirai nulla. Le parole sono una fonte di malintesi. Ma ogni giorno tu potrai sederti un po’ più vicino…” Il piccolo principe ritornò l’indomani.(Saint-Exupéry, 1943). Che cos’è la solitudine allora? Amica o nemica? F.

dedico questa giornata a lei…

ALDA MERINI

Mi sono innamorata
delle mie stesse ali d’angelo,
delle mie nari che succhiano la notte,
mi sono innamorata di me
e dei miei tormenti.
Un erpice che scava dentro le cose,
o forse fatta donzella
ho perso le mie sembianze.
Come sei nudo, amore,
nudo e senza difesa:
io sono la vera cetra
che ti colpisce nel petto
e ti da larga resa.

Man Ray: lee miller

La mia poesia è alacre come il fuoco
trascorre tra le mie dita come un rosario
Non prego perché sono un poeta della sventura
che tace, a volte, le doglie di un parto dentro le ore,
sono il poeta che grida e che gioca con le sue grida,
sono il poeta che canta e non trova parole,
sono la paglia arida sopra cui batte il suono,
sono la ninnanànna che fa piangere i figli,
sono la vanagloria che si lascia cadere,
il manto di metallo di una lunga preghiera
del passato cordoglio che non vede la luce.
Alda Merini, da “La volpe e il sipario”
man ray
 MAN RAY

I due amanti

Ribaciami amore è

solo ieri

che mi hai sfiorato la lingua

con il verbo del tuo violino,

acino d’uva il tuo fallo

che posi sul granbo migliore.

Rimani e ascolta

l’ultimo respiro di vita

che si libera dai miei capelli.

MAN RAY
GIOVANI NUTI E ALDA MERINI IN CONCERTO 


FRANCO LATTES, UNA PERSONA, UN ARTISTA, UN’ IDEA

 

Una breve biografia
Franco Fortini (pseudonimo di Franco Lattes), nato a Firenze il 10 settembre 1917, da padre ebreo e madre cattolica, ha compiuto i suoi studi nella città natale laureandosi in
lettere e in giurisprudenza. Fu espulso, in seguito alle leggi razziali, dall’organizzazione universitaria fascista. L’8 settembre 1943 si rifugia in Svizzera dove si unisce ai partigiani della Valdossola.
Dal 1945 si stabilisce a Milano, che diventa sua città d’adozione e dove, oltre all’insegnamento, svolge molteplici attività di copywriter, consulente editoriale, traduttore e, infine, come docente universitario di Storia della Critica all’ Università di Siena. Muore a Milano nel 1994.

(Della Brevità. 1971)

Scrive lungo altra gente.
Io scrivo corto. Rischio
davvero così poco?

Di stecco quasi vivo
fungo o vischio: Di morto
e secco, fuoco - o niente.

(Per M.C.)

Permalosa Maria,
che il tuo sguardo mi sia
più benevolo, prego. Dentro l’ombra
del disfavore tuo temo perire.
Heu ne nos sinas ire
usque ad inferni taetra
zabulorum loca
ove la fama editoriale è poca
e fuoco è d’ogni legna!
Sed duc ad angelorum docta regna
-voglio dire Pavia-
e di lassù ne insegna
dove e che cosa sia
l’avanguardia, se non la poesia.

(Per Roland Barthes)

Viene l’amico, una volta o due l’anno.
Siede, è la sua poltrona.
Insieme invecchiamo, insieme conosciamo,
l’uno per l’altro dramatis personae.

Così entrano i morti, i rimorsi così,
in Shakespeare, sotto le tende.
Ma tu questo ogni volta rammenti, ombra:di
rifiutare la benda.

(1959)

Bisogna convenire che il 1956, con il suo trionfo della Coscienza a fine gennaio e la sua umiliazione ai primi di novembre, è stato una prodigiosa tentazione, almeno nel nostro paese, per tutti coloro che si avviavano ai quarant’anni o li avevano da poco passati.

Quei nostri coetanei avevano dietro di sé due decenni, trascorso il primo fra fascismo e guerra, il secondo fra antifascismo e guerra fredda. Pensarono di aver ormai compiuto il proprio dovere e di poter capitolare con l’onore delle armi. Di aver dietro di sé, come dice Bretcht, le fatiche delle montagne e davanti a sé, tutt’al più, quelle delle pianure. Aggiungi che la maggior parte di costoro si vergognavano segretamente dei modi arcaici, provinciali e poco “scientifici” con i quali avevano sperato, lottato,subìto, amato, insomma vissuto da uomini e da politici. Molti di costoro provarono un perverso piacere a sentirsi ripetere da amici, e da poeti, chela loro vita era finita. Disgraziatamente, non solo continuavano a vivere ma erano entrati nell’età in cui, volere o no, si è gli “importanti” della vita nazionale.
Conosco versi di Leonetti che esprimono con mirabile concisione le alternative molto italiane di questa generazione e forse di quelle precedenti: ” Nell’esistere/ sé stessi non si effettua, si finisce/imperiali e bigotti ed arruffoni/o quei puri di cuore, malinconici/ che
più tardi si affannano per gli ossi, / cessata la vergogna”. Dove, è opportuno notarlo, imperiali, bigotti e arruffoni sono termini dai molti significati. Si può essere imperiali di qualunque impero, bigotti di molte devozioni, arruffoni cristallini, eccetera. Anche gli
ossi dei puri di cuore possono essere ossi lauti, onori, royalties opera omnia.

F.F

 FRANCO FORTINI: MARXISMO
da: Non solo oggi, Editori Riuniti, Roma.

Quelli che hanno la mia eta’ Marx l’hanno letto alla luce delle nostre guerre. Hanno sempre sentito chiamare marxista chi le potenze delle armi, del profitto o del potere avevano voluto ridurre al silenzio. “E tu come li chiami i popoli oppressi uccisi in nome di Marx?”, mi si chiedera’ ora; forse supponendo che non abbia trovato il tempo, finora, di chiedermelo. Rispondo che sono dalla mia parte. Li conto insieme a quelli che dal Diciassette, quando sono nato, sono nemici dei miei nemici, a Madrid come a Shanghai, a Leningrado come a Roma, a Hanoi, a Santiago, a Beirut… I cacciatori di “bestie marxiste” (cosi’ si esprimono) devono sempre aver avuto difficolta’ ad apprezzare le differenze teoriche fra marxiano, marxista, socialista, comunista, bolscevico e cosi’ via.
Mi spieghero’ meglio, per loro beneficio. C’e una foto russa, del tempo della guerra civile: un plotone di morti di fame, in panni ridicoli, cappellucci alla Charlot in testa, scarpe slabbrate; e a spall’arm i fucili dello zar. Questo e’ marxismo. C’e’ un’altra foto, Varsavia 1956, un giovane magro, impermeabile addosso, sta dicendo nel microfono, a una sterminata folla operaia che il giorno dopo l’Armata rossa, come a Budapest, puo’ volerli morti o deportati. Anche questo e’ marxismo.