Oggi su radio tre trattavano questo tema che vorrei riproporre qui.

 

Perché oggi temiamo tanto il diverso? Perché ciò che in passato era oggetto di seduzione (la cultura zigana ad esempio) oggi è solo fonte di inquietudine?

 

Perchè la metabolizzazione della differenza è così difficile? Abbiamo  forse superato una soglia oltre la  quale  l’altro, il diverso, è solo fonte di pericolo indiscriminato? L’accettazione dell’altro è oggi solo in funzione  dello stato di salute del legame sociale, dell’economia e del benessere,e quando questi parametri saltano l’altro diventa improvvisamente un nemico?

 

La seduzione, quello che un giorno rappresentava in qualche modo una seduzione, contiene dunque oggi un elemento d’inquietudine. Perché?

 

La seduzione secondo voi racchiude in sé un elemento di angoscia, di distruzione, di perdita, di spreco? 

 

Etimologicamente parlando il se di sedurre è un se separativo, lo stesso se  di sviare, significa separazione, portare fuori strada. Nei grandi miti della seduzione elaborati dall’occidente c’è questo elemento di perdita. Pensiamo alla seduzione delle  sirene così legata alla morte: sugli scogli delle sirene biancheggiano cadaveri, quelli dei marinai insidiati dalla loro voce melodiosa.

 

Ricordate Ulisse che tappò con la cera le orecchie dei suoi compagni perché non ascoltassero?

 

La seduzione e l’inquietudine sono dunque così strettamente legate?

 

C’è qualche cosa che non funziona nel nostro legame sociale, nelle nostre culture, per cui l’altro improvvisamente ci fa paura?

 

F.


Mosaico (particolare) proveniente da Dougga, III sec., conservato presso il Museo del Bardo di Tunisi, tra i più prestigiosi musei archeologici al mondo e certo quello che ospita la più ricca collezione di mosaici romani. Rappresenta Ulisse sulla sua nave, legato all’albero maestro per non soccomebere al canto delle Sirene, qui raffigurate come donne con zampe e ali di uccello.

 Ho sentito le sirene cantare una all’altra. 

 

 

Non credo che canteranno per me.  

 

Le ho viste al largo cavalcare l’onde

 Pettinare la candida chioma dell’onde risospinte

 Quando il vento rigonfia l’acqua bianca e nera.  

 Ci siamo troppo attardati nelle camere del mare

 Con le figlie del mare incoronate d’alghe rosse e brune 

 Finché le voci umane ci svegliano, e anneghiamo. 

(T. S. Eliot. Il canto d’amore di J. Alfred. Prufrock,trad R. Sanesi)

 

Maggio 19, 2008 · Posted in politica e filosofia, società  
    

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