CORRISPONDENZE’S WEBLOG

La Nature est un temple où de vivants piliers laissent parfois sortir de confuses paroles…Charles Baudelaire

 

Estate. Un tempo… tempo di fiabe.

Oggi…I bimbi a casa dalla scuola giocano con telefonini, videogiochi e telecomandi….

S.O.S:  non è finito ancora il tempo delle favole!  Smile

 

C’era una volta un Principe che ritornando dalla caccia vide nella polvere, sul margine della via, un bimbo di forse otto anni che dormiva tranquillo. Scese da cavallo, lo svegliò:
  - Che fai qui piccolino?
  - Non so - rispose quegli, fissandolo senza timidezza.
  - E tuo padre?
  - Non so.
  - E tua madre?
  - Non so.
  - Di dove sei?
  - Non so.
  Quel è il tuo nome?
  - Non so.
  Preso il bimbo in groppa, il Principe lo portò al suo castello e lo consegnò alla servitù, perché ne avesse cura.
  E gli fu dato il nome Nonsò.
  Quando ebbe vent’anni, il Principe lo prese per suo scudiero. Un giorno passando in città gli disse:
  - Sono contento di te e voglio regalarti un cavallo, per tuo uso particolare.
  Andarono alla fiera. Nonsò esaminava gli splendidi cavalli, ma nessuno gli piaceva e se ne andarono senza aver nulla comperato. Passando dinanzi ad un mulino videro una vecchia giumenta quasi cieca, che girava la macina. Nonsò guardò attentamente la bestia e disse:
  - Signore, quello è il destriero che mi abbisogna!
  - Tu scherzi!
  - Signore, compratemelo e ne sarò felice.
  Il Principe si sdegnò quasi, poi vedendo Nonsò supplicante, cedette alle sue preghiere e comperò la giumenta. Il mugnaio, consegnando la bestia a Nonsò, gli disse all’orecchio:
  - Vedete questi nodi nella criniera della cavalla? Ogni volta che ne sfarete uno, essa vi porterà sull’istante a cinquecento leghe lontano.
  Ritornarono a casa.
  Pochi giorni dopo il Principe venne invitato dal Re, e Nonsò fu ospite col suo signore nel palazzo reale. Una notte di plenilunio passeggiava nel parco e vide appesa ad un albero una collana di diamanti che scintillava alla luna.
  - Prendiamola, dunque… - disse ad alta voce.
  - Guardati bene o te ne pentirai! - fece una voce ignota e vicina.
  Si guardò intorno. Chi aveva parlato era il suo cavallo. Esitò un poco, ma poi si lasciò vincere dal desiderio e prese la collana.
  Il Re aveva affidato a Nonsò la cura di alcuni suoi cavalli e di notte egli illuminava la sua scuderia con la collana sfavillante. Gli altri stallieri, gelosi di lui, cominciarono ad insinuare che nella scuderia di Nonsò splendeva una luce sospetta, che egli si dava a stregonerie misteriose. Il Re volle spiarlo; e una notte, entrando di subito nella scuderia, vide che la luce veniva dalla collana abbagliante, appesa ad una mangiatoia. Fece arrestare il giovane e convocò i saggi della capitale perché decifrassero una parola scritta sul fermaglio della collana. Uno studioso decrepito scoperse che il monile era della Bella dalle Chiome Verdi, la principessa più sdegnosa del mondo.
  - Bisogna che tu mi conduca la principessa dalle Chiome Verdi - disse il Sovrano - o non c’è che la morte per te.
  Nonsò era disperato.
  Andò a rifugiarsi dalla vecchia giumenta e piangeva sulla sua magra criniera.
  - Conosco la causa del tuo dolore - gli disse la bestia fedele, - è venuto il giorno del pentimento per la collana presa contro mio consiglio. Ma fa’ cuore ed ascoltami. Chiedi al Re molta avena e molto danaro, e mettiamoci in viaggio.
  Il Re diede avena e danaro e Nonsò si mise in viaggio con la sua cavalla sparuta. Arrivarono al mare. Nonsò vide un pesce prigioniero fra le alghe.
  - Libera quel poveretto! - gli consigliò la cavalla.
  Nonsò ubbidì, e il pesce, emergendo con la testa sull’acqua, disse:
  - Tu mi hai salvata la vita e il tuo benefizio non sarà dimenticato. Se tu abbisognassi di me, chiamami e verrò.
  Poco dopo videro un uccello preso alla pania.
  - Libera quel poveretto! - gli consigliò la giumenta.
  Nonsò ubbidì e l’uccello disse:
  - Grazie, Nonsò; quando ti sia necessario, chiamami e saprò sdebitarmi.
  Giunsero dinanzi al castello della principessa.
  - Entra - disse la giumenta - e non temere di nulla. Quando vedrai la Bella, invitala ad accompagnarti qui. Io danzerò per lei danze meravigliose.
  Nonsò bussò al palazzo. Aprì una dama bellissima, ch’egli prese per la principessa in persona.
  - Principessa…
  - Non son io la principessa.
  E l’accompagnò in un’altra sala dove l’attendeva una fanciulla più bella ancora.
  E questa a sua volta l’accompagnò in una sala attigua da una compagna più bella di lei; e così di sala in sala, da una dama all’altra, sempre più bella, per abituare gli occhi di Nonsò alla bellezza troppo abbagliante della Bella dalle Chiome Verdi.
  Questa lo accolse benevolmente, e dopo un giorno accondiscese a vedere la giumenta danzatrice.
  - Saltatele in groppa, principessa, ed essa danzerà con voi danze meravigliose.
  La Bella, un poco esitante, ubbidì.
  Nonsò le balzò accanto, sciolse uno dei nodi della criniera e si trovarono di ritorno dinanzi al palazzo del Re.
  - M’avete ingannata - gridava la principessa, - ma non mi do per vinta, e prima d’essere la sposa del Re vi farò piangere più d’una volta…
  Nonsò sorrideva soddisfatto.
  - Sire, eccovi la Bella dalle Chiome Verdi!
  Il Re fu abbagliato di tanta bellezza e voleva sposarla all’istante.
  Ma la principessa chiese che le si portasse prima una forcella d’oro tempestata di gemme che aveva dimenticato nello spogliatoio del suo castello.
  E Nonsò fu incaricato dal Re della ricerca, pena la morte. Il giovane non osava ritornare al castello della Bella dalle Chiome Verdi, dopo il rapimento, e guardava la sua giumenta, accorato.
  - Ti ricordi - disse questa - d’aver salvata la vita all’uccello impaniato? Chiamalo e t’aiuterà.
  Nonsò chiamò e l’uccello comparve.
  - Tranquillati, Nonsò! La forcella ti sarà portata.
  E adunò tutti gli uccelli conosciuti, chiamandoli a nome. Comparvero tutti, ma nessuno era abbastanza piccolo per entrare dalla serratura nello spogliatoio della Bella. Vi riuscì finalmente il reattino, perdendovi quasi tutte le penne, e portò la forcella al desolato Nonsò. Nonsò presentò la forcella alla principessa.
  - Al presente - disse il Re - voi non avete più motivo per ritardare le nozze.
  - Sire, una cosa mi manca ancora e senza di essa non vi sposerò mai.
  - Parlate, principessa, e ciò che vorrete sarà fatto.
  - Un anello mi manca, un anello che mi cadde in mare, venendo qui…
  Venne ingiunto a Nonsò di ritrovare l’anello, e quegli si mise in viaggio con la giumenta fedele. Giunto in riva al mare chiamò il pesce e questo comparve.
  - Ritroveremo l’anello, fatti cuore!
  E il pesce avvertì i compagni; la notizia si sparse in un attimo per tutto il mare e l’anello venne ritrovato poco dopo, tra i rami d’un corallo.
  La principessa dovette acconsentire alle nozze.
  Il giorno stabilito s’avviarono alla cattedrale con gran pompa e cerimonia.
  Nonsò e la cavalla seguivano il corteo regale ed entrarono in chiesa con grave scandalo dei presenti.
  Ma quando la cerimonia fu terminata, la pelle della giumenta cadde in terra e lasciò vedere una principessa più bella della Bella dalle Chiome Verdi. Essa prese Nonsò per mano:
  - Sono la figlia del re di Tartaria. Vieni con me nel regno di mio padre e sarò la tua sposa.
  Nonsò e la principessa presero congedo dagli astanti stupefatti, né più se n’ebbe novella.

Guido Gozzano

 

 

MARIARITA BRUNAZZI 

DA FIABE ITALIANE “IL CONTADINO ASTROLOGO”

di Italo Calvino

C’era una volta un re che aveva perduto un anello prezioso. Cerca qua, cerca là, non si trova. Mise fuori un bando che se un astrologo gli sa dire dov’è, lo fa ricco per tutta la vita. C’era un contadino senza un soldo, che non sapeva né leggere né scrivere, e si chiamava Gambara. - Sarà tanto difficile fare l’astrologo? - si disse. - Mi ci voglio provare. E andò dal Re. Il Re lo prese in parola, e lo chiuse a studiare in una stanza. Nella stanza c’era solo un letto e un tavolo con un gran libraccio d’astrologia, e penna carta e calamaio. Gambara si sedette al tavolo e cominciò a scartabellare il libro senza capirci niente e a farci dei segni con la penna. Siccome non sapeva scrivere, venivano fuori dei segni ben strani, e i servi che entravano due volte al giorno a portargli da mangiare, si fecero l’idea che fosse un astrologo molto sapiente. Questi servi erano stati loro a rubare l’anello, e con la coscienza sporca che avevano, quelle occhiatacce che loro rivolgeva Gambara ogni volta che entravano, per darsi aria d’uomo d’autorità, parevano loro occhiate di sospetto. Cominciarono ad aver paura d’essere scoperti e, non la finivano più con le riverenze, le attenzioni: - Si, signor astrologo! Comandi, signor astrologo! Gambara, che astrologo non era, ma contadino, e perciò malizioso, subito aveva pensato che i servi dovessero saperne qualcosa dell’anello. E pensò di farli cascare in un inganno.

Un giorno, all’ora in cui gli portavano il pranzo, si nascose sotto il letto. Entrò il primo dei servi e non vide nessuno. Di sotto il letto Gambara disse forte: - E uno!- il servo lasciò il piatto e si ritirò spaventato. Entrò il secondo servo, e sentì quella voce che pareva venisse di sotto terra: - E due! - e scappò via anche lui. Entrò il terzo, - E tre! I servi si consultarono: - Ormai siamo scoperti, se l’astrologo ci accusa al Re, siamo spacciati. Cosi decisero d’andare dall’astrologo e confessargli il furto. - Noi siamo povera gente, - gli fecero, - e se dite al Re quello che avete scoperto, siamo perduti. Eccovi questa borsa d’oro: vi preghiamo di non tradirci. Gambara prese la borsa e disse: - lo non vi tradirò, però voi fate quel che vi dico. Prendete l’anello e fatelo inghiottire a quel tacchino che c’è laggiù in cortile. Poi lasciate fare a me.

Il giorno dopo Gambara si presentò al Re e gli disse che dopo lunghi studi era riuscito a sapere dov’era l’anello.
- E dov’è? -
- L’ha inghiottito un tacchino. -
Fu sventrato il tacchino e si trovò l’anello. Il Re colmò di ricchezze l’astrologo e diede un pranzo in suo onore, con tutti i Conti, i Marchesi, i Baroni e Grandi del Regno. Fra le tante pietanze fu portato in tavola un piatto di gamberi. Bisogna sapere che in quel paese non si conoscevano i gamberi e quella era la prima volta che se ne vedevano, regalo di un re d’altro paese.
- Tu che sei astrologo, - disse il Re al contadino, - dovresti sapermi dire come si chiamano questi che sono qui nel piatto. Il poveretto di bestie così non ne aveva mai viste né sentite nominare. E disse tra sé, a mezza voce:
- Ah, Gambara, Gambara… sei finito male!
- Bravo! - disse il Re che non sapeva il vero nome del contadino. - Hai indovinato: quello è il nome: gamberi! Sei il più grande astrologo del mondo.

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