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Ballando Nudi nel Campo della Mente

 

J.P.Sartre sosteneva che ognuno di noi si costruisce il proprio inferno,e che esso è composto dalle persone che ci circondano. Se avesse conosciuto Nancy,avrebbe forse condiderato che almeno un uomo, un giorno,avrebbe potuto essere cosi’ fortunato da creare, con una delle persone intorno a lui,il proprio paradiso.
Lei sarà il suo mattino e la sua stella della sera,splendendo in questo paradiso con la piu’ brillante e dolce delle luci. Sarà la fine delle sue peregrinazioni, ed il loro amore farà sbocciare le giunchiglie in primavera,dopo i crochi e prima degli iris. La fiducia che avranno l’uno nell’altra sarà piu’profonda del tempo, ed il loro eterno spirito sarà ancora ancora una volta unito. O forse,avrebbe detto solo:
"Se avessi avuto una donna come lei, i miei libri non avrebbero trattato della disperazione".
«Ho cominciato a fare uso di droghe fin da bambino. Era mia madre a darmele: mi fece iniziare con i barbiturici. Quando avevo il raffreddore, lei mi comprava un inalatore per benzedrina: dentro all’apparecchio c’era un pezzettino di cotone che veniva saturato di amfetamina. Era un tubetto di plastica biancastra che costava 39 centesimi, ed entrava comodamente nella mia tasca. Potevo sedermi di fronte alla mia insegnante di prima elementare e sniffare tranquillamente. Dava sollievo quando avevi il naso intasato, e ti tirava su se il raffreddore cercava di buttarti giù. Se oggi studenti di prima decidessero di fare una cosa del genere, non arriverebbero mai a vedere le glorie della seconda classe.»
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Kary Mullis- Il piu’ stravagante tra gli scienziati moderni .Premio nobel per la chimica nel 1993 (ricerche sul dna).Tratto dal suo libro: "Ballando nudi nel campo della mente dell’ anno 2001"
 

Kary Mullis è diventato famoso nel mondo per la scoperta della PCR (Polymerase Chain Reaction)  sovvertendo il mondo della chimica e della genetica. Consumato surfista e contestatore nella Berkeley negli anni Sessanta, è l’unico Nobel ad aver descritto un possibile incontro con gli alieni. La sua curiosità senza limiti si scontra spesso con le posizioni

Scienziato dalle curiosità senza limiti, Mullis si è spesso scontrato con le posizioni convenzionalidella scienza,
In Ballando nudi nel campo della mente Mullis si muove dal criterio scientifico alla parapsicologia, dai ragni velenosi al virus HIV e all’AIDS, dall’effetto serra all’astrologia, dal processo a O.J. Simpson alla probabilità di accendere una lampadina con i poteri della mente.
Esplosivo laboratorio di idee il suo  libro ci sfida a mettere in discussione l’autorità della scienza dogmatica, mostrando pagina dopo pagina come vive, lavora (e si diverte) una delle menti più brillanti dell’ultimo secolo.

 

Fonte: http://www.macrolibrarsi.it/

rispolverando Manzoni

 

Quanta sofferenza a scuola tra queste righe…e quante volte ho sbuffato annoiata al pensiero di dover leggere un nuovo capitolo e riassumerlo. E adesso, d’improvviso, senza ragione, mi ritrovo il libro usurato tra le mani, ingiallito dal tempo. E’ impossibile non dare una veloce scorsa alle prime righe…e poi mi cattura…

Quel ramo del lago di Como, che volge a mezzogiorno, tra due catene non interrotte di monti, tutto a seni e a golfi, a seconda dello sporgere e del rientrare di quelli, vien, quasi a un tratto, a ristringersi, e a prender corso e figura di fiume, tra un promontorio a destra, e un’ampia costiera dall’altra parte; e il ponte, che ivi congiunge le due rive, par che renda ancor più sensibile all’occhio questa trasformazione, e segni il punto in cui il lago cessa, e l’Adda rincomincia, per ripigliar poi nome di lago dove le rive, allontanandosi di nuovo, lascian l’acqua distendersi e rallentarsi in nuovi golfi e in nuovi seni. La costiera, formata dal deposito di tre grossi torrenti, scende appoggiata a due monti contigui, l’uno detto di san Martino, l’altro, con voce lombarda, il Resegone, dai molti suoi cocuzzoli in fila, che in vero lo fanno somigliare a una sega: talché non è chi, al primo vederlo, purché sia di fronte, come per esempio di su le mura di Milano che guardano a settentrione, non lo discerna tosto, a un tal contrassegno, in quella lunga e vasta giogaia, dagli altri monti di nome più oscuro e di forma più comune. Per un buon pezzo, la costa sale con un pendìo lento e continuo; poi si rompe in poggi e in valloncelli, in erte e in ispianate, secondo l’ossatura de’ due monti, e il lavoro dell’acque. Il lembo estremo, tagliato dalle foci de’ torrenti, è quasi tutto ghiaia e ciottoloni; il resto, campi e vigne, sparse di terre, di ville, di casali; in qualche parte boschi, che si prolungano su per la montagna. Lecco, la principale di quelle terre, e che dà nome al territorio, giace poco discosto dal ponte, alla riva del lago, anzi viene in parte a trovarsi nel lago stesso, quando questo ingrossa: un gran borgo al giorno d’oggi, e che s’incammina a diventar città. Ai tempi in cui accaddero i fatti che prendiamo a raccontare, quel borgo, già considerabile, era anche un castello, e aveva perciò l’onore d’alloggiare un comandante, e il vantaggio di possedere una stabile guarnigione di soldati spagnoli, che insegnavan la modestia alle fanciulle e alle donne del paese, accarezzavan di tempo in tempo le spalle a qualche marito, a qualche padre; e, sul finir dell’estate, non mancavan mai di spandersi nelle vigne, per diradar l’uve, e alleggerire a’ contadini le fatiche della vendemmia. Dall’una all’altra di quelle terre, dall’alture alla riva, da un poggio all’altro, correvano, e corrono tuttavia, strade e stradette, più o men ripide, o piane; ogni tanto affondate, sepolte tra due muri, donde, alzando lo sguardo, non iscoprite che un pezzo di cielo e qualche vetta di monte; ogni tanto elevate su terrapieni aperti: e da qui la vista spazia per prospetti più o meno estesi, ma ricchi sempre e sempre qualcosa nuovi, secondo che i diversi punti piglian più o meno della vasta scena circostante, e secondo che questa o quella parte campeggia o si scorcia, spunta o sparisce a vicenda. Dove un pezzo, dove un altro, dove una lunga distesa di quel vasto e variato specchio dell’acqua; di qua lago, chiuso all’estremità o piùttosto smarrito in un gruppo, in un andirivieni di montagne, e di mano in mano più allargato tra altri monti che si spiegano, a uno a uno, allo sguardo, e che l’acqua riflette capovolti, co’ paesetti posti sulle rive; di là braccio di fiume, poi lago, poi fiume ancora, che va a perdersi in lucido serpeggiamento pur tra’ monti che l’accompagnano, degradando via via, e perdendosi quasi anch’essi nell’orizzonte. Il luogo stesso da dove contemplate que’ vari spettacoli, vi fa spettacolo da ogni parte: il monte di cui passeggiate le falde, vi svolge, al di sopra, d’intorno, le sue cime e le balze, distinte, rilevate, mutabili quasi a ogni passo, aprendosi e contornandosi in gioghi ciò che v’era sembrato prima un sol giogo, e comparendo in vetta ciò che poco innanzi vi si rappresentava sulla costa: e l’ameno, il domestico di quelle falde tempera gradevolmente il selvaggio, e orna vie più il magnifico dell’altre vedute.

è perfetto… virtuosismo letterario , musica, prosa eppure poesia.

il fratello espunto

Marco Ferrante

Casa_Agnelli
MONDADORI EDITORE

Gli Agnelli sono l’unica tra le dinastie storiche del capitalismo italiano ad aver conservato una posizione paragonabile a quella dei tempi d’oro, della nascita delle grandi industrie moderne tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento, e sono un simbolo del capitalismo famigliare non solo in Italia. In questo libro si racconta chi sono gli eredi del senatore Giovanni Agnelli, il fondatore della Fiat, attraverso più di cento microritratti di fratelli, cugini, nipoti, zie. Sono bozzetti fatti di ritagli, notizie laterali, cenni personali, aneddoti, in cui vengono tratteggiati personaggi noti (da Susanna Agnelli a John e a Lapo Elkann), ma anche meno conosciuti (dallo scrittore Oddone Camerana, a suo nipote Andrea, che ha sposato la cantante Alexia). E personaggi di cui non tutti conoscono il legame con la famiglia Fiat, come l’attore Pietro Sermonti. Si raccontano le loro parentele, le professioni che svolgono, i luoghi dove vivono o hanno vissuto. La narrazione ruota intorno alle storie di cinque persone che non ci sono più: Virginia Bourbon del Monte, madre dei sette eredi Agnelli, i suoi tre figli maschi Gianni, Umberto e Giorgio (quasi espunto dalla storia famigliare perché malato, e qui descritto per la prima volta grazie alle testimonianze di chi l’ha conosciuto), e uno dei suoi nipoti, Edoardo, figlio di Gianni. Le vicende dell’economia e dell’industria italiana si intrecciano alla storia dei rami della famiglia: i Furstenberg, i Rattazzi , gli Elkann - De Pahlen, i Campello - Teodorani Fabbri, i Brandolini, gli Agnelli, i Ferrero Ventimiglia, i Nasi, i Camerana, i Frua De Angeli - Ajmone Marsan. “Casa Agnelli” è quindi una raccolta di memorie sociali, il tentativo di definire lo spazio di questa dinastia nell’immaginario del nostro paese, e insieme un racconto di psicologia famigliare, in cui si parla anche di denaro, ma non troppo. Perché, in realtà, non è più quello di una volta: la famiglia col tempo si è ingrandita e le ultime generazioni sono via via diventate meno ricche delle precedenti. A tenere insieme questo stravagante patchwork di vite, c’è Giovanni Agnelli II, l’Avvocato, nipote prediletto del fondatore. Marco Ferrante riflette sul suo carattere di uomo ermetico, la cui complessità fu resa più singolare, ipnotica e indecifrabile dalla condizione economica, naturalmente, ma soprattutto dal compito che egli si diede e a cui si dedicò quasi con abnegazione: costruire il mito di se stesso a partire dal rispetto del lascito del nonno, la Fiat. A quattro anni dalla sua morte, senza cadere nella commemorazione agiografica, questo libro prova a schiudere una visuale nuova a chi voglia cercare di trarre un bilancio della sua condotta di azionista e capo della più grande industria italiana.

“In fondo questa è uan storia di nonni facoltosi, vecchie zie, nipoti un po’ scapestrati, con le loro simpatie, antipatie, idiosincrasie per un fratello o per una cognata, con i loro tic e i loro snobismi. Ma tutto ciò è amplificato dal peso dell’istituzione - la Fiat -, dall’intrecciarsi delle vicende degli Agnelli al costume nazionale, e dalla precondizione del denaro, un’entità che tutti li precede.”

http://www.liberonweb.com/

Questo libro racconta forse per la prima volta il tabù di casa Agnelli: Giorgio, il fratello espunto.
Per gli italiani la vera dinastia cui si perdonava tutto, anche di non avere la corona. Per gli stranieri, critici o celebranti, dei players unici, elegantissimi, spesso misteriosi ma sempre e comunque ingiudicabili. Anche solo per la distanza, l’aura, l’alone esoterico che pareva circondarli. Per tutti la Famiglia italiana con la maiuscola, il simbolo e la cifra di un’identità basata sulla precondizione del denaro, che ha segnato in tutto e per tutto il Novecento politico, economico e sociale.
Al tramonto consumato delle grandi figure carismatiche Gianni ed Umberto, nel ricordo delle fulgide comete come Giovannino e l’ascesa della generazione postmoderna degli Jaky, Lapo e Ginevra, il cronista economico de Il Foglio, Marco Ferrante, prova a raccontare il clan di Torino con occhi nuovi, clinici e spesso disincantati. Un vero ritratto di gruppo, che a volte ricorda l’incedere dei Buddenbrock ma realizzato come un’antielegia, per accumulo, assemblaggio di ricordi, frattaglie, flashback e dettagli minuziosi sullo sfondo di temi economici e geopolitici. Dal gran ballo di quasi duecento persone e personaggi, dove anche le terze e quarte file vengono fotografate con l’attenzione del miniaturista, emergono alcuni campioni assoluti: Virginia, madre dei sette eredi Agnelli, i suoi tre figli Gianni, Umberto e Giorgio (quest’ultimo completamente rimosso dopo la scomparsa, nel ‘65, in una clinica svizzera) e Edoardo, il figlio di Gianni.
Il fulcro, e la novità, del libro sta forse proprio qui. Nell’attenzione alle dinamiche relazionali all’interno del gruppo. Nella descrizione del sottile male di vivere una condizione di privilegio eccezionale che s’innesta su una trama di rapporti intergenerazionali dove il potere e il denaro rivestono sempre e comunque un ruolo decisivo. E’ il caso dell’altro protagonista vincente della generazione dell’Avvocato, Susanna, sorella ammirata, rispettata ma chissà quanto amata. D’altronde, come si attribuiva all’uomo che non parlava di donne ma alle donne, innamorarsi e quindi amare sarebbe stata attività da camerieri.
Tra i rivoli spesso ignoti di un’affettività in apparenza glamour ma in realtà costruita su desideri latenti e atti mancati, spicca la vicenda giovanile di Gianni con Pamela Churchill, nuora dell’ex premier britannico Winston, uno che invece di donne parlava eccome. Nella tradizione di Patricia Cromwell, ma con più disincanto, l’entomologo Ferrante ricostruisce dettaglio per dettaglio tutta la vicenda dell’unica donna verso la quale l’Avvocato avvertì un’autentica “forma di interesse”. Anche perché “l’intelligenza di Gianni fu di accettare la sfida che lei gli presentava, cimentarsi con il mondo inteso nella sua globalità, puntare alla vetta”.
Autore di Mai alle quatto e mezzo, selezionato al premio Strega, Ferrante ha scritto qualcosa di più di più di una storia di nonni facoltosi, vecchie zie e nipoti un po’ scapestrati con i loro tic, snobismi e idiosincrasie. Un affresco al grigio della Fiat, l’entità che nel XX secolo ha preceduto e diretto il costume nazionale.
http://www.ilsole24ore.com/art/SoleOnLine4/Tempo

Giorgio Agnelli (1929-1965),era un uomo eccentrico, sicuramente, ma considerato dalla famiglia un pazzo era IL TABU della famiglia, - dicevano desse segni di schizofrenia, ma voci autorevoli sostengono che fosse per un senso d’inferiorità rispetto a Gianni.

Il testo che segue è tratto dal libro di Carlo Caracciolo ‘L’editore fortunato’, a cura di Nello Ajello


“Il prim0 Agnelli che abbia conosciuto era un fratello minore di Gianni e si chiamava Giorgio. Lo incontrai sulla fine degli anni Quaranta in America, nel college di Harvard che lui frequentava (io ero allora alla Law School). Fu per suo tramite che conobbi il mio futuro cognato. Giorgio sarebbe morto assai presto. Gli inizi dell’amicizia con Gianni, che sarebbe durata un’intera vita, posso collocarli nei primissimi anni Cinquanta”.

Giorgio Agnelli was born in 1929..si legge in thePeerage.com

Insomma, chi era veramente Giorgio Agnelli? Perchè non si sa nulla di lui?
Forse vale la pena di leggere questo libro.

“la sombra del viento” e “El Viento y yo”

Non cattiva. Idiota. È ben diverso. La malvagità presuppone un certo spessore morale, forza di volontà e intelligenza. L’idiota invece non si sofferma a ragionare, obbedisce all’istinto, come un animale nella stalla, convinto di agire in nome del bene e di avere sempre ragione. Si sente orgoglioso in quanto può rompere le palle, con licenza parlando, a tutti coloro che considera diversi, per il colore della pelle, perchè hanno altre opinioni, perchè parlano un’altra lingua, perchè non sono nati nel suo paese… nel mondo c’è bisogno di più gente cattiva e di meno rimbambiti.

Riferimento: L’ombra del vento “la sombra del viento”

Una Barcellona cupa nella prima metà del ventesimo secolo, misteriosa ,enigmatica, cielo grigio e un sole di metallo, pioggia, neve, niente a che vedere con la città luminosa e piena di rumori che noi conosciamo.

Una città addolorata dalla scia della guerra civile, nel 1945, e detenuta da un sistema autoritario.

Un padre accompagna un figlio al Cimitero dei Libri Dimenticati, e gli fa prendere un libro da trarre in salvo e da cui non si dovrà mai separare

Feuilleton, un romanzo complesso e intrigante che dà il piacere della lettura. Una storia cruda, ma di straordinaria bellezza.

Autore: Carlos Ruiz Zafón

Leggere questo libro mi ha fatto ricordare una poesia bellissima di Adalberto Ortiz e la voglio condividere con voi.

EL VIENTO Y YO

Cómo pudiera tener
su voz y el viento,
viento que azota la luz,
la luz del tiempo.

Recuerdo la fatal angustia,
viento herido.
Llevas la espina de mis amores,
viento lascivo.
Ahora crece la flor confusa
del viento amigo.

Hoy bajo un cielo nublado,
mañana, ¿dónde estarás?
Y no saber por qué camino,
por cual camino te vas.
El viento se me ha perdido,
quién sabe si volverá.

Dónde ella? Dónde? Dónde su voz?
Dónde mi luna?
Dónde mi sombra?
Donde la luna sin alma y yo.