Se arrivo diritta al tuo sogno, non spegnere la fessura sottile di luce che attraversa i tuoi occhi sotto le palpebre pesanti di sonno rimosso.
Lascia che illumini il mio cammino spento, lascia che sazi la mia fame arrugginita di morsi d’affetto.
La Nature est un temple où de vivants piliers laissent parfois sortir de confuses paroles…Charles Baudelaire
Delicata figura si muove nella casa, si stira pigra, poi con vigore improvviso, come sorpresa da un pensiero, corre alla finestra, accosta le persiane, come ogni giorno.
E’ nervosa, seccata, si sente gli occhi addosso. Lo capisco, è pesante dover temere sempre lo sguardo dei vicini.
E’ il mio stesso problema, lo era. Questi palazzi sono incollati, le finestre tanti occhi, il cortile esiguo, una lunga striscia sudicia di avanzi di gatti e qualche erbaccia.
La osservo da un mese ormai, da quando l’ho sorpresa, un giorno, a guardare fuori indispettita, conscia dello sguardo degli altri, così bella da non poterlo evitare.
La osservo e basta, non vista, non come gli altri, spudorati sguardi. Mi limito a guardare una vita “altra” là , di fronte alla mia, proiezione di sgomento e vulnerabilità.
Queste schegge di vita ormai mi appartengono, spezzoni d’esistenza, e aspetto con ansia il momento di poterne collezionare ancora, fino a costruire un’identità che sembra appartenermi.
Mi accosto al vetro appoggiandomi alla parete, non voglio essere vista, del resto deve avere un sesto senso…visto che chiude subito le imposte, tranne una però, quella della cucina. Non comprendo questa eccezione.
Nell’osservarla muoversi provo un senso di intimità, è difficile da spiegare…incomprensibile anche per me. Occhi sgranati voglio cogliere quell’istante, l’altro ancora.
Quei pensili azzurri, sudici, devo averli visti in un sogno dove mi aggiravo scalza di notte, assetata. Si gira e i suoi occhi sembrano i miei, mi guarda ed è come guardarsi allo specchio, lo intuisco, trasale mentre trasalgo anch’io, in un unico sussulto. Siamo identiche, ma io non ho i suoi vent’anni.
I nostri appartamenti, di rimpetto come noi dirimpettaie, a confronto, anche loro identici, il suo più vecchio, malandato, il mio rinfrescato da poco di bianca vernice laccata.
Io vecchia con una casa come nuova, lei giovane con una vecchia casa. Speculari.
Noi ci guardiamo.
L’alba e il tramonto a confronto.

- Ciao, avevo bisogno di parlarti ma eri irraggiungibile, da almeno due ore! -
- Potevi venire a cercarmi se era così urgente… dall’ultimo incontro non ti sei fatto sentire e ho pensato che fossi andato a Lucca senza salutarmi, come al solito. -
- La linea è disturbata, sento voci di sottofondo. Dove sei? -
- Al supermarket. -
- Fai rifornimento? -
- Al solito. Cosa devi dirmi di così urgente? -
- Non so da dove cominciare… sei stanca? -
- Cosa c’entra adesso la stanchezza? Mi allarmi e poi mi chiedi se sono stanca? Cosa devi dirmi? Fai in fretta per favore. -
- Beh, come dire…c’è un problema. -
- Che problema, ti va di fare il misterioso? Vuoi dirmi cosa c’è ? -
- Ho incontrato una persona… -
- Che persona?! -
- Una donna.. -
Silenzio.
- Pronto? -
- Una donna …che conosci? Un’amica? -
- No, no…una persona nuova. -
- Una persona nuova? Ma che diavolo significa una persona nuova?! –
- Insomma a Lucca lo sai come va, la sera in albergo… un’angoscia! Dopo il lavoro ti rilassi, ma sei solo… e poi ho visto lei. L’hanno sistemata al mio tavolo. -
- Al tuo tavolo…-
- Già, il ristorante dell’albergo era pieno. Io solo, lei sola…poi abbiamo parlato. Abbiamo passato la serata insieme. Mi ha chiesto di entrare un attimo nella sua camera, per il bicchiere della staffa. Ero sbronzo e abbiamo…insomma, hai capito.-
- Bastardo! Certo che ho capito, e me lo dici così…al telefono! -
- Volevo che lo sapessi. -
- Ma che bravo, volevi che lo sapessi…e così ti sei sciacquato la coscienza! E speri che ti perdoni? E me lo dici al telefono perché non hai il coraggio di guardarmi in faccia? Sei un maledetto bastardo, un verme schifoso!! E non ti aspettare che ti perdoni, hai capito? Volevi l’assoluzione? No, non l’avrai!!! Vai fuori dai coglioni, non farti più sentire, esci dalla mia vita!!… Mio Dio, non posso urlare così, mi guardano, sono in mezzo alla gente, maledetto, maledetto!!!-
- Mi rendo conto, non mi aspetto nulla, hai ragione. Non potevo tacere, ma è meglio così. Mi aspettavo la tua reazione. Ciao.-
Silenzio.
- Ciao? Ehi che significa ciao? Non hai altro da dirmi? Che mi stai facendo, dimmi? Che mi stai facendo? -
- Urli. Risolvi tutto con le urla, ma non puoi sempre urlare, non puoi urlare. Ti sto dicendo che ti lascio, che ti ho tradita, che ho smesso di amarti. -
- No, non puoi, non puoi così, non così, non subito. Dobbiamo parlare! -
- Lo stiamo facendo. -
- No, tu lo stai facendo!! Tu!! Io non c’entro con questa storia, io non ti sto lasciando, non io, non io!!! -
- Signora, il carrello! Ha lasciato il carrello pieno alla cassa. Signoraaa! -
- Bastardo, maledetto bastardo! -
- Finiamola qui, basta! Ne ho abbastanza. Basta! -
Singhiozzi.
- Noooo, ti prego ti scongiuro!!! Noooooooooo! -
- Signora attenta!!!! L’autobus!! Attentaaaaaa! -
Stridore di freni.
- Mio Dio correte!!!! Aiuto!!!! La donna bionda, aiutooo!!! L’autobus l’ha presa in pieno!! Chiamate un’ambulanza!! -
- Virginia! Virginia!!?? -
- C’era qualcuno al telefono… mio Dio! Rifate quel numero presto, sbrigatevi. Rifate quel numero! -
- Pronto! -
- Si…?-
- Era al telefono con una signora bionda, alta, molto giovane? Mi dispiace signore, c’è stato un incidente. Le dico dove siamo. Deve venire subito qui! -
- Deve esserci un errore! Non stavo parlando con nessuno…ah si, c’è stata una telefonata. Un errore, qualcuno che ha sbagliato numero. Spiacente!-
- Click -

incisione realizzata da una ragazza detenuta nella casa circondariale di Empoli (archivio Papucci).
Finisce un giorno, ne comincia un altro, così irrimediabilmente verso la fine.
Lunghi capelli argentei , all’angolo, in fondo alla grande stanza, scrutano il giovane volto incorniciato…e poi ancora e ancora altre visioni arrivano a popolare il buio pesto e desolato di esigui e sudici metri quadrati: altri mondi abitati da folletti, gnomi, esili elfi… e il bosco scompare sotterrato da un vecchio fontanile e cicciute signore avanzano altere, spalle erette a mostrare i seni gonfi, con le conche per l’acqua quasi animate di misteriosa fierezza sul capo eretto.
Scorge ancora l’esile figura avanzare tra boschi bui e fitti, nascondersi tra i tronchi furtiva.
Una volta, anni, forse secoli fa, ricorda di aver visto una massa di fiori tra alberi come quelli, come fossero stati abbandonati là e invece erano radicati alla terra, robusti.
Gli occhi si chiudono ancora sotto il peso di un sonno crudele che non le riserva nessuna pietà.
“Domani…”
Ma un orrendo incubo la scuote ed urla! C’era un ratto ad inseguirla in un mondo sotterraneo, più oscuro del suo.
Ho scritto questo breve racconto pensando alle donne detenute innocenti . La storia si snoda attraverso gli incubi, i sogni e i pensieri della protagonista , nell’autonomia dell’inconscio che si muove altrove, nella speranza di una libertà privata, a prescindere dalle sbarre.
L’immagine della donna come criminale e come detenuta risulta difficile da registrare: in parte perché quello della devianza femminile è un mondo abbastanza sconosciuto, e in parte perché quest’idea è dissonante rispetto a tutto ciò che siamo abituati a pensare sul ‘femminile’.
Quindi, la realtà delle donne ‘dietro le sbarre’ e le loro storie, diventano un panorama nuovo da esplorare e capire: i numeri della criminalità e quelli della detenzione differiscono sensibilmente fra uomini e donne, sia per tipologia dei delitti che per modalità di somministrazione ed espiazione della pena. Questo è un dato che avvicina la statistica al senso comune, infatti si può leggere sul sito http://www.giustizia.it
fonte: www.tempiespazi.toscana.it
Da oggi comincerò a postare ogni tanto qualcosa di mio: questo breve racconto è già stato pubblicato nel vecchio blog quindi è possibile che qualcuno di voi l’abbia già letto.
In ogni caso buona lettura

Donna alla finestra di Pablo Picasso
(il dipinto che ha ispirato il mio racconto)
E’ notte.
La osservo ancora, avido. Sembianze come evaporate dal ribollire del tempo.
Ma perché quell’operazione a quell’ ora della notte?
Allora lento, doloroso, affiora un ricordo. Qualcosa di imperfetto emerge sgomitando dal passato e avanza lento, assumendo corpo e forma.
Una voce sommessa, calda, che giunge al mio orecchio come un sussurro:
dicevate?