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morsi d’affetto

 Migrate in Dream by *liquidkid1

Se arrivo diritta al tuo sogno, non spegnere la fessura sottile di luce che attraversa i tuoi occhi sotto le palpebre pesanti di sonno rimosso.

Lascia che illumini il mio cammino spento, lascia che sazi la mia fame arrugginita di morsi d’affetto.

cento perline variopinte

 

Le braccia chiare, venate d’azzurro, abbandonate sulle cosce smunte leggermente allargate, non ce la fanno a salire fino alle tempie che ti dolgono tanto e i piedi sbuffano e traboccano gonfi dalle pantofole schiacciate sul dietro dai calcagni dolenti di calli duri e spinosi. Piccola, sola, tutt’ossa,  riesci appena ad allisciarti il grembiule color vinaccia ancora inamidato, ultimo residuo del tuo esiguo corredo e con gli occhi alla finestra, alla quale è sapientemente accostata la tua seggiola sbrindellata come il tuo volto bianco, spii la vita che passa e esulta e palpita di mille germogli.
Ma è fuori…e a te non restano che gli occhi stanchi, bruciati dal sole della vecchia campagna, che indugiano lenti e avidi e le mani dolenti che non possono neppure  scostare la tendina di cento perline variopinte. Ma ci ha pensato lei, giusto? Prima di salutarti in fretta. Lei s’è tirata fuori da qui. Con la fatica tua ce l’hai fatta a risparmiarla a lei, come dovuto. Verrà la badante, triste figura di questa nuova società tirchia d’amore, e quando arriverà farà le stesse domande e sbufferà perché non troverai la forza di rispondere, ma solo di ingoiare lacrime tonde, che sembrano dure come le pillole rosse che prendi al mattino e lei, LEI, tornerà forse domani, o dopo, a controllare se tutto va bene.
Ora la giovane russa ti avvicina di più ai vetri che si appannano di fiato stanco e affannato e tu, in quella nuvoletta densa di respiro tuo, vedi affiorare i contorni della donna giovane e fiera sulle spalle erette che attraversava la strada senza indugio, gaia, e spingeva la carrozzina azzurra lucida e infiocchettata (quella usata, ma come nuova che ti prestava la Sora Teresa solo quando scendevi in paese) come un trofeo.
Lucida e piena di bimba e di trine sulle ruote alte, come andavano allora.
F.
 
 
 

C’è un modo di dire che recita pressappoco: «un bambino senza affetto cresce male, ma un vecchio senza affetto muore». E, come tutti i detti popolari, anche questo ha un fondo di verità. La malattia che provoca più sofferenze ai nostri anziani è, infatti, la solitudine, che toglie loro la voglia di vivere e aggrava ogni patologia preesistente. Ma, oltre ad avere garantita la giusta dose di affetto, quale stile di vita deve condurre un anziano per mantenersi in buona salute? E, in caso di malattia, a chi deve rivolgersi?

 

«la vita degli anziani ci aiuta a far luce nella scala dei valori umani, fa vedere la continuità delle generazioni e meravigliosamente dimostra l’interdipendenza del popolo di Dio». Gli anziani, inoltre, hanno il carisma di oltrepassare le barriere fra le generazioni, prima che queste insorgano. Quanti bambini hanno trovato comprensione e amore negli occhi, nelle parole e nelle carezze degli anziani.  E quante persone anziane hanno volentieri sottoscritto le ispirate parole bibliche che «corona dei vecchi sono i figli dei figli».

Fonte: 2008 PPFMC Messaggero di S.Antonio Editrice

soltanto un sogno

antonio tamburro

Delicata figura si muove nella casa, si stira pigra, poi con vigore improvviso, come sorpresa da un pensiero, corre alla finestra, accosta le persiane, come ogni giorno.

E’ nervosa, seccata, si sente gli occhi addosso. Lo capisco, è pesante dover temere sempre lo sguardo dei vicini.

E’ il mio stesso problema, lo era. Questi palazzi sono incollati, le finestre tanti occhi, il cortile esiguo, una lunga striscia sudicia di avanzi di gatti e qualche erbaccia.
La osservo da un mese ormai, da quando l’ho sorpresa, un giorno, a guardare fuori indispettita, conscia dello sguardo degli altri, così bella da non poterlo evitare.
La osservo e basta, non vista, non come gli altri, spudorati sguardi. Mi limito a guardare una vita “altra” là , di fronte alla mia, proiezione di sgomento e vulnerabilità.
Queste schegge di vita ormai mi appartengono, spezzoni d’esistenza, e aspetto con ansia il momento di poterne collezionare ancora, fino a costruire un’identità che sembra appartenermi.
Mi accosto al vetro appoggiandomi alla parete, non voglio essere vista, del resto deve avere un sesto senso…visto che chiude subito le imposte, tranne una però, quella della cucina. Non comprendo questa eccezione.
Nell’osservarla muoversi provo un senso di intimità, è difficile da spiegare…incomprensibile anche per me. Occhi sgranati voglio cogliere quell’istante, l’altro ancora.
Quei pensili azzurri, sudici, devo averli visti in un sogno dove mi aggiravo scalza di notte, assetata. Si gira e i suoi occhi sembrano i miei, mi guarda ed è come guardarsi allo specchio, lo intuisco, trasale mentre trasalgo anch’io, in un unico sussulto. Siamo identiche, ma io non ho i suoi vent’anni.
I nostri appartamenti, di rimpetto come noi dirimpettaie, a confronto, anche loro identici, il suo più vecchio, malandato, il mio rinfrescato da poco di bianca vernice laccata.
Io vecchia con una casa come nuova, lei giovane con una vecchia casa. Speculari.

Noi ci guardiamo.

L’alba e il tramonto a confronto.

Click

 

- Ciao, avevo bisogno di parlarti ma eri irraggiungibile, da almeno due ore! -

- Potevi venire a cercarmi se era così urgente… dall’ultimo incontro non ti sei fatto sentire e ho pensato che fossi andato a Lucca senza salutarmi, come al solito. -

- La linea è disturbata, sento voci di sottofondo. Dove sei? -

- Al supermarket. -

- Fai rifornimento? -

- Al solito. Cosa devi dirmi di così urgente? -

- Non so da dove cominciare… sei stanca? -

- Cosa c’entra adesso la stanchezza? Mi allarmi e poi mi chiedi se sono stanca? Cosa devi dirmi? Fai in fretta per favore. -

- Beh, come dire…c’è un problema. -

- Che problema, ti va di fare il misterioso? Vuoi dirmi cosa c’è ? -

- Ho incontrato una persona… -

- Che persona?! -

- Una donna.. -

Silenzio.

- Pronto? -

- Una donna …che conosci? Un’amica? -

- No, no…una persona nuova. -

- Una persona nuova? Ma che diavolo significa una persona nuova?!  –

- Insomma a Lucca lo sai come va, la sera in albergo… un’angoscia! Dopo il lavoro ti rilassi, ma sei solo… e poi ho visto lei. L’hanno sistemata al mio tavolo. -

- Al tuo tavolo…-

- Già, il ristorante dell’albergo era pieno. Io solo, lei sola…poi abbiamo parlato. Abbiamo passato la serata insieme. Mi ha chiesto di entrare un attimo nella sua camera, per il bicchiere della staffa. Ero sbronzo e abbiamo…insomma, hai capito.-

- Bastardo! Certo che ho capito, e me lo dici così…al telefono! -

- Volevo che lo sapessi. -

- Ma che bravo, volevi che lo sapessi…e così ti sei sciacquato la coscienza! E speri che ti perdoni? E me lo dici al telefono perché non hai il coraggio di guardarmi in faccia? Sei un maledetto bastardo, un verme schifoso!! E non ti aspettare che ti perdoni, hai capito? Volevi l’assoluzione? No, non l’avrai!!! Vai fuori dai coglioni, non farti più sentire, esci dalla mia vita!!… Mio Dio, non posso urlare così, mi guardano, sono in mezzo alla gente, maledetto, maledetto!!!-

- Mi rendo conto, non mi aspetto nulla, hai ragione. Non potevo tacere, ma è meglio così. Mi aspettavo la tua reazione. Ciao.-

Silenzio.

- Ciao? Ehi che significa ciao? Non hai altro da dirmi? Che mi stai facendo, dimmi? Che mi stai facendo? -

- Urli. Risolvi tutto con le urla, ma non puoi sempre urlare, non puoi urlare. Ti sto dicendo che ti lascio, che ti ho tradita, che ho smesso di amarti. -

- No, non puoi, non puoi così, non così, non subito. Dobbiamo parlare! -

- Lo stiamo facendo. -

- No, tu lo stai facendo!! Tu!! Io non c’entro con questa storia, io non ti sto lasciando, non io, non io!!! -

- Signora, il carrello! Ha lasciato il carrello pieno alla cassa. Signoraaa! -

- Bastardo, maledetto bastardo! -

- Finiamola qui, basta! Ne ho abbastanza. Basta! -

Singhiozzi.

- Noooo, ti prego ti scongiuro!!! Noooooooooo! -

- Signora attenta!!!! L’autobus!! Attentaaaaaa! -

Stridore di freni.

- Mio Dio correte!!!! Aiuto!!!! La donna bionda, aiutooo!!! L’autobus l’ha presa in pieno!! Chiamate un’ambulanza!! -

- Virginia! Virginia!!?? -

- C’era qualcuno al telefono… mio Dio! Rifate quel numero presto, sbrigatevi. Rifate quel numero! -

- Pronto! -

- Si…?-

- Era al telefono con una signora bionda, alta, molto giovane? Mi dispiace signore, c’è stato un incidente. Le dico dove siamo. Deve venire subito qui! -

- Deve esserci un errore! Non stavo parlando con nessuno…ah si, c’è stata una telefonata. Un errore, qualcuno che ha sbagliato numero. Spiacente!-

- Click -

 

 

un onesto rettangolo

 incisione realizzata da una ragazza detenuta nella casa circondariale di Empoli (archivio Papucci).

 

 

Finisce un giorno, ne comincia un altro, così irrimediabilmente verso la fine.

Si sente impotente a cambiare la sua vita, impotente verso colpe che non ha commesso.

Lunga la notte la stringe in un cerchio.

“Sono disperata, ma non è che il mio dramma. Migliaia, milioni di persone disperate si muovono su questa terra come su questo solco di mondo ingoiato dall’incredulità, che è il mio.”

Ha rifugiato in questo onesto rettangolo tutti i sogni e le aspirazioni custodendoli con diligenza, richiamando alla memoria il passato, ingoiando il presente come un acido boccone e ha immaginato, agognato il futuro come un’apparizione, un miracolo santo.

“Verrà domani.”

Parole girano ancora al buio intorno alla testa ormai quasi vuota a formare un grande anello, e cerca ad occhi serrati quelle immagini che appaiono e scompaiono alle primi luci dell’alba, quando le palpebre pesano ancora gonfie di sonno: volti sconosciuti che si succedono sorridenti o malinconici,donne che si imbellettano davanti ad uno specchio antico, gonne larghe inamidate, tende rosse damascate.

Lunghi capelli argentei , all’angolo, in fondo alla grande stanza, scrutano il giovane volto incorniciato…e poi ancora e ancora altre visioni arrivano a popolare il buio pesto e desolato di esigui e sudici metri quadrati: altri mondi abitati da folletti, gnomi, esili elfi… e il bosco scompare sotterrato da un vecchio fontanile e cicciute signore avanzano altere, spalle erette a mostrare i seni gonfi, con le conche per l’acqua quasi animate di  misteriosa fierezza sul capo eretto.

“Verrà domani.”

E gli occhi intorpiditi tentano di scrutare l’ultimo spicchio di strada illuminato tra le vecchie sbarre arrugginite.

Sente allentare i legami del suo tessuto nel mondo, cedere, e stringe i pugni che sanguinano come arance schiacciate. Le unghie taglienti e incolte dolgono insieme alle ferite.

“Domani, forse…”

E una piccola figura si insinua pigra tra lei e il buio. Una piccola figura dai capelli di serpente, ma appena la scorge ecco che essa scompare ingoiata dal nulla.

Sente odore di vaniglia, annusa avida.

Scorge ancora l’esile figura avanzare tra boschi bui e fitti, nascondersi tra i tronchi furtiva.

Una volta, anni, forse secoli fa, ricorda di aver visto una massa di fiori tra alberi come quelli, come fossero stati abbandonati là e invece erano radicati alla terra, robusti.

Gli occhi si chiudono ancora sotto il peso di un sonno crudele che non le riserva nessuna pietà.

La sua speranza legata al filo di un aquilone incerto genera ancora:

“Domani…”

Ma un orrendo incubo la scuote ed urla! C’era un ratto ad inseguirla in un mondo sotterraneo, più oscuro del suo.

“Tutto a posto?” urla la voce.

E sente assicurare la chiave nella toppa che torna indietro di un giro, e poi ancora avanti, impietosa. 

 

Ho scritto questo breve racconto pensando alle donne detenute innocenti . La storia si snoda attraverso gli incubi, i sogni e i pensieri della protagonista , nell’autonomia dell’inconscio che si muove  altrove, nella speranza di una libertà privata, a prescindere dalle sbarre.

 

L’immagine della donna come criminale e come detenuta risulta difficile da registrare: in parte perché quello della devianza femminile è un mondo abbastanza sconosciuto, e in parte perché quest’idea è dissonante rispetto a tutto ciò che siamo abituati a pensare sul ‘femminile’.

Quindi, la realtà delle donne ‘dietro le sbarre’ e le loro storie, diventano un panorama nuovo da esplorare e capire: i numeri della criminalità e quelli della detenzione differiscono sensibilmente fra uomini e donne, sia per tipologia dei delitti che per modalità di somministrazione ed espiazione della pena. Questo è un dato che avvicina la statistica al senso comune, infatti si può leggere sul sito http://www.giustizia.it

fonte: www.tempiespazi.toscana.it

donna alla finestra

Da oggi comincerò a postare ogni tanto qualcosa di mio: questo  breve racconto è già stato pubblicato nel vecchio blog quindi è possibile che qualcuno di voi l’abbia già letto.

In ogni caso buona lettura

Donna alla finestra di Pablo Picasso
(il dipinto che ha ispirato il mio racconto)

E’ notte.

Sdraiato ancora sul divano del salotto ascolto i rumori provenienti dalla strada, ora stridenti ora intonati, come fossero prove d’orchestra.

Occhi chiusi mi lascio cullare.

Sento nell’aria un vago profumo di donna d’altri tempi.

Lavanda, rosa canina, tiglio?Mi guardo in giro, mi stiro come un gatto.

Lontano un  sussurro, quasi lamento di cuore strizzato, premuto dal dolore.

Avverto una presenza accorata, quasi una supplica.

Improvviso un suono, un sibilo acuto mi scuote, come un esile filo di voce , tremulo, che avesse assunto proporzioni nuove, dilatandosi.

Ma cos’è?  Sento brividi gelidi scendere lungo la schiena.

Ho paura.

Mi alzo, cauto mi affaccio a indagare la strada.

Di fronte, in alto, molto più in alto, emerge un volto che sembra provenire da un ricordo, forse da un sogno… ma ricorrente.

E’ una donna dall’età incerta, dai lineamenti sfumati, affacciata ad un balcone.

I capelli raccolti, lucidi, la riga nel centro, una vestaglia stretta intorno al corpo stanco, un pesante tappeto da sbattere appoggiato alla balaustra, le mani dalle lunghe dita sottili ora intrecciate, ora strette al petto come in un abbraccio, gli occhi lunghi socchiusi, fissi nei miei come punte di spillo.

E percepisco il dolore arrivare da lì. Mi vede? Sembra penetrare il mio sguardo,  poi dilatarsi oltre la coscienza.

Ha un’aria assorta, forse pensa al suo passato, al presente o ad un futuro incerto.

Mi inquieta.

La osservo ancora, avido. Sembianze come evaporate dal ribollire del tempo.

Ma perché quell’operazione a quell’ ora della notte?E ancora incontro i suoi occhi che sembrano percorrere i miei come aghi sottili e pungenti, e mi sporgo per osservarla meglio e lei si sporge, in avanti, e ancora, di più, troppo!

Ora è giù, nella strada deserta, immobile, le braccia dischiuse, gli occhi sbarrati, vitrei, il battipanni impugnato come un arma.

Stravolto mi accascio sulle maioliche gelide.

Le tempie martellano e la coscienza vaga alla ricerca di un frammento che come un sogno al mattino sfugge veloce, sottraendosi alla percezione.Lo inseguo affannato, smarrito. 

Allora lento, doloroso, affiora  un ricordo. Qualcosa di imperfetto emerge  sgomitando dal passato e avanza lento, assumendo corpo e forma.

Ecco. Una piccola luce rischiara una stanza ingoiata dal buio, un fruscio di vesti, un volto caro illuminato dal chiarore di un lampione che arriva dalla strada, e una voce flebile, mossa dal nulla,  parla accanto al mio letto di bimbo lontano nel tempo.

 Una voce sommessa, calda, che giunge al mio orecchio come un sussurro: La notte che nascesti, sapessi che disgrazia! Una donna si lanciò dall’ultimo piano proprio mentre emettevi il tuo primo vagito